Autoriciclaggio, quando il compromesso rende inutile la norma

24/09/2014 di Luca Tritto

Punto cardine della riforma della Giustizia, l’introduzione del reato rischia di nascere azzoppata a causa dei veti di Forza Italia, Nuovo Centro-Destra e Ministero dello Sviluppo Economico

Da decenni la lotta alle mafie è uno degli argomenti maggiormente strumentalizzati dalla politica italiana. Nonostante la legislazione antimafia del nostro Paese è la più avanzata al mondo, nonostante abbiamo la Polizia Giudiziaria più efficiente, nonostante abbiamo i magistrati più impegnati in questa “guerra”, le Istituzioni si ricordano del contrasto alla criminalità organizzata solo in occasione di commemorazione dei martiri e non considerano con la dovuta attenzione questa minaccia. Inoltre, mancano ancora molti strumenti normativi in grado di colpire in maniera più incisiva la criminalità organizzata: una semplificazione delle norme esistenti da riunire in un unico pacchetto legislativo e l’istituzione del reato di autoriciclaggio.

La nuova fattispecie – Il reato di autoriciclaggio, non ancora contemplato nel nostro ordinamento, mira a punire i soggetti che si rendono colpevoli di un delitto non colposo e reinvestono il denaro illecito nel circuito dell’economia legale. È una norma che va ad integrare il raggio di azione del reato di riciclaggio, punendo i soggetti anche in base alla loro partecipazione al reato presupposto. In particolare, si potrebbero colpire soprattutto alcune categorie di soggetti coinvolti o collusi con le organizzazioni criminali, come politici, liberi professionisti – avvocati, notai, commercialisti e così via – imprenditori e banchieri. In base alle decisioni del Governo, la norma, invece di essere trattata a parte, come aveva proposto il think tank Cultura Democratica durante la presentazione del progetto di legge sul tema al Senato lo scorso 13 novembre, verrà inserita nelle misure anti-corruzione volute dal Presidente dell’Autorità Raffaele Cantone, in perfetta armonia con il Premier Renzi.

Euro_coins_and_banknotesCompromessi all’italiana – La fronda “garantista” per eccellenza, ossia Forza Italia e NCD, ha fatto pressioni per disciplinare diversamente le categorie di reato presupposto, portando ad una stesura che mira a punire solo quei reati la cui pena minima va dai 5 anni di reclusione in su. Tradotto, vengono esclusi dai reati presupposti quelli maggiormente da colpire attraverso questa norma, ossia corruzione e appropriazione indebita, le cui pene non superano i 5 anni. Il risultato è la solita legge all’italiana: molta pubblicità, enfasi e sbandieramento, poi subentra il compromesso e ad essere approvata è una norma che incide in minima parte sulla reale portata che potrebbe avere.

Lotte di facciata – In base a quanto detto, questa modifica apparentemente insignificante non fa altro che confermare la sensazione secondo cui la lotta alle mafie sia sempre fatta a parole, ma quando bisogna passare ai fatti, subentrano numerosi ostacoli o presunte ideologie garantiste, magari per coprire veri intenti che, per ora, è bene solo immaginare.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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