Autonomie e regionalismo, una storia lunga 150 anni

08/02/2014 di Lorenzo

Regioni, regionalismi, autonomie

Il tema del regionalismo e delle autonomie ricorre in maniera costante nel dibattito politico nostrano sulle riforme istituzionali sin dall’Unificazione. Ma è stato soprattutto dopo il Secondo Conflitto mondiale che tale tema ha assunto una particolare consistenza, in virtù dell’oramai consapevolezza della neonata Repubblica di assicurare il soddisfacimento dei vari interessi che venivano espressi  dai diversi livelli territoriali.

http://www.europinione.it/wp-content/uploads/2014/02/regioni-regionalismi-autonomie-2.jpgUnificazione. Le prime iniziative regionaliste muovevano nella direzione della realizzazione di un decentramento delle funzioni dello stato centrale. In particolare, già durante il dicastero Cavour –il primo governo del Regno d’Italia (21 gennaio 1860-6 giugno 1861)- prima Luigi Farini e poi Minghetti, succedutisi al Ministero dell’Interno,  elaborarono dei progetti che prevedevano l’istituzione dell’ente Regione, concepito non come ente autonomo, ma come circoscrizione di decentramento amministrativo (un consorzio di province). Tali progetti, però, dopo la prematura scomparsa del Cavour –sostenitore di un decentramento amministrativo dell’Italia- vennero accantonati dal nuovo Presidente del Consiglio, Bettino Ricasoli. Secondo la maggior parte degli storici questa decisione di arrestare i progetti di decentramento fu dovuta dal prorompere della Questione Meridionale e dalla assoluta mancanza di un tessuto sociale che fosse idoneo all’autogoverno.

La “piemontesizzazione”. Si apriva quindi la strada alla cosiddetta piemontesizzazione dell’Italia, con l’estensione a tutti i territori del Regno della legislazione già vigente nel Regno di Sardegna dal 1859. Questo era un sistema prefettizio con chiaro richiamo al Codice Napoleonico, in quanto l’amministrazione centrale esercitava il controllo sugli enti locali (province e comuni) attraverso una rete di organi che facevano capo alla figura del Prefetto, ovvero la massima autorità della provincia. In base a tale assetto il prefetto era il diretto rappresentante del governo centrale nella provincia in tutti i settori dell’amministrazione pubblica, con l’eccezione della giustizia e della difesa. Egli, inoltre, sceglieva, tra la rosa degli eletti, i sindaci comunali appartenenti alla sua circoscrizione.La svolta accentratrice fatta propria dai governi post-unitari della Destra Storica sembrava oramai segnare l’abbandono del sogno del Cavour e di molti intellettuali risorgimentali, come Cattaneo e Gioberti.

Il progetto Jacini. Una nuova, seppur sporadica, iniziativa venne presa nel 1865 da Stefano Jacini e poi sviluppata attentamente in un progetto elaborato nel 1870 a Firenze – allora capitale del Regno- da deputati di diversa estrazione politica. L’idea di base era quella di costituire Regioni aventi competenze su materie determinate, come l’istruzione e le imposte dirette, lasciando allo Stato centrale  la cura delle “questioni nazionali”. Anche in questo caso, cosi come gli altri coraggiosi tentativi, il progetto non ebbe seguito, sia per le preoccupazioni che una riforma del genere potesse compromettere la sacrale unità raggiunta dal paese, sia per il timore che l’istituzione delle regioni potesse far sorgere una “centralizzazione amministrativa“ a scapito delle autonomie già esistenti e comunque una dannosa moltiplicazione degli enti pubblici.

Il primo ‘900. Appassitasi per quasi 50 anni, l’istanza regionalista trovava nuova linfa dopo la Grande Guerra nei progetti di vari movimenti politici, tra i quali spiccava il Partito Popolare di Sturzo. Ma tali speranze vennero meno con l’avvicendarsi di Mussolini al governo e, dopo l’emanazione delle Leggi Fascistissime (1925-26), del suo intento ancor più rigoroso per la costruzione di uno stato fortemente accentrato.  Un chiaro esempio fu  l’abolizione dell’elezione diretta dei consigli comunali e  l’introduzione dell’ufficio podestarile (longa manus del Ministero dell’Interno).

Il caso siculo. La fase appena successiva alla Seconda Guerra Mondiale vide il manifestarsi di forme di acuto autonomismo, una fra tutte: il caso Siciliano. A cui, poco dopo, per via del simile status geografico, seguì la Sardegna. Per tentare di arginare il problema, il governo Badoglio ,già nel 1944, aveva creata un “Alto Commissariato” ed una Giunta consultiva, sostituita più avanti con una “Consulta rappresentativa delle forze locali” per la Sardegna e analoghe strutture per la Sicilia. Proprio per contrastare la forte spinta separatista sicula, portata avanti dal Movimento Indipendentista Siciliano e dal suo braccio armato (di cui faceva parte anche il Bandito Giuliano) che addirittura svolse una grottesca campagna per l’annessione dell’isola agli Stati Uniti d’America (la famosa 51° stella). La questione si risolse con la rapida approvazione da parte del governo dello Statuto della Regione Sicilia (R.D. lgs. 15 maggio 1946 n.455), facendo sostanzialmente proprio il progetto approvato dalla Commissione istituita da Badoglio in Sicilia. Lo statuto siciliano possiede anche un’importante caratteristica che lo distingue dagli altri statuti regionali italiani: è precedente alla promulgazione della Carta Costituzionale italiana del 1948.

Regioni autonome. Insieme ad esso furono emanati altri statuti di altre tre regioni ad autonomia speciale: la Sardegna, la Valle d’Aosta ed il Trentino Alto-Adige. Sia pure di diversa entità, tali autonomie speciali vennero riconosciute in base a criteri geografici, etnico-culturali, linguistici e storici. Sempre con legge Costituzionale del 26 febbraio 1948 veniva creata ex-novo  – dal territorio della circoscrizione di Aosta in Piemonte – la regione della Valle d’Aosta; la Sardegna, data la sua natura insulare, venne resa regione a statuto speciale e così valse, data forte presenza di minoranze linguistico-culturali, anche per il Trentino Alto-Adige. Per quanto concerne quest’ultima regione, creata in forza dell’accordo De Gasperi-Gruber, concluso a Parigi il 5 settembre 1946 e rivolto ad assicurare la tutela della minoranza tedesca presenta nell’Alto-Adige. In più, a differenza delle altre 3 regioni, si dava maggior importanza alle due province autonome di Trento e Bolzano/Bozen che divennero così le prime –e tutt’ora uniche – province italiane ad avere sia funzioni amministrative (come è di regola) che legislative. Si puntava cioè a dare più risonanza all’autonomia provinciale che regionale (la presidenza infatti spetta a turno ad uno dei due presidenti di provincia). A queste quattro regioni si aggiunse più tardi, dopo la riacquisizione del Territorio Libero di Trieste –la c.d. Zona A– , la regione del Friuli Venezia Giulia, il cui statuto verrà adottato con legge Costituzionale del 31 gennaio 1963.

L’istanza autonomistico-territoriale trovava finalmente una concreta traduzione nella Costituzione repubblicana, non solo nel riconoscimento della particolare autonomia a quelle regioni definite “speciali”, ma anche alla prevista istituzione di ulteriori quattordici regioni “ordinarie” (poi divenute 15 con la divisione Abruzzo-Molise nel 1963), istituite soltanto nel 1970. I problemi, come sappiamo, non si fecero attendere. Questa è (ahime!) cronaca.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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