Sostituzione o complementarietà fra uomo e macchina?

19/11/2015 di Federico Nascimben

Visioni meno manichee del ruolo che tecnologia e automazione ricopriranno nel corso degli anni a venire offrono interessanti spunti di riflessione su uno dei temi più dibattuti: le macchine sottrarranno posti di lavoro agli uomini?

Un articolo pubblicato su lavoce.info il 13 novembre prova a fare un po’ il punto sul ruolo che l’automazione e la tecnologia ricopriranno negli anni a venire, ovvero prova a rispondere alla fatidica domanda: in ambito lavorativo le macchine e i computer, in ultima istanza, sottrarranno posti di lavoro agli uomini?

L’informatizzazione, come evidente, ad oggi ha portato alla parziale sostituzione tra uomo e macchina in quei campi dove il valore aggiunto è più basso, cioè dove l’azione è ripetibile e automatizzabile sulla base di alcune procedure specifiche (si pensi ad un operaio non specializzato). Negli Usa, ad esempio, dal 1959 al 2007, questa categoria ha perso quasi 20 punti percentuali sul totale degli occupati. E così anche in Europa: tali mestieri, svolti principalmente dalla classe media, hanno visto diminuire l’occupazione di all’interno di questa fascia di circa l’8% dal 1993 al 2006.

Ciò che però si frappone a scenari apocalittici è il c.d. paradosso di Polanyi, che prende il nome da Micheal Polanyi, e che “evidenzia come la conoscenza umana si estenda molto più in là di quanto esplicitamente comprensibile dalle persone stesse, ponendo un paletto tuttora insormontabile anche per la più avanzata intelligenza artificiale. Molte cose semplicemente le facciamo, senza pensarci e senza averne chiara la struttura logica causale”. Per tali motivi la tecnologia non è (ancora, perlomeno) in grado di automatizzare tutti quei processi che l’uomo esegue senza comprendere i meccanismi che ne stanno alla base e che quindi non sono codificabili. Parliamo cioè di nozioni astratte come leadership, creatività, intuizione ed empatia dove l’uso della tecnologia diventa complementare e permette all’uomo-lavoratore di essere più produttivo. Dall’altra parte troviamo lavori che richiedono le caratteristiche elencate – seppur in maniera inferiore – ma che non sono intellettualmente stimolanti (es. assistenti di volo, colf, assistenti di volo).

In terzo luogo, l’autore riflette anche su quelle attività basate sempre su nozioni astratte che però hanno subito una forte evoluzione nel corso del tempo e che ad oggi  non vedono strumenti in grado di riprodurne gli effetti (es. passare l’aspirapolvere o svuotare la lavastoviglie).

La barriera che occorre superare affinché le macchine riescano ad ovviare al paradosso di Polanyi è rappresentata dalla capacità di apprendere autonomamente, così da non fare solo ciò che sono programmate a fare. Ma da questo punto di vista la strada da fare è ancora molta e se, come sostiene David Autor, economista e ricercatore al Mit, lo sviluppo sarà di tipo incrementale, richiedendo tempi lunghi prima di superare questo step, allora l’uomo potrà organizzarsi di conseguenza.

Altro discorso invece è quello rappresentato dalla capacità di un’economia di stare al passo coi tempi, focalizzandosi su settori ad alto valore aggiunto e meno tradizionali, con la conseguente ricaduta sulla capacità di creare nuovi posti di lavoro. L’importante è non confondere i due piani.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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