L’Australia e la sua politica sull’immigrazione: esempio da seguire o da aborrire?

08/05/2015 di Michele Pentorieri

Dopo le stragi nel Mediterraneo, molti politici europei auspicano l’adozione di misure simili a quelle australiane. Ma i dubbi e le riserve che circondano la politica di Canberra sono molti

Nelle ultime settimane, come effetto delle continue stragi di migranti nel Mediterraneo, si fa un gran parlare del modello di immigrazione australiano. Alcuni dei politici nostrani indicano le restrizioni volute da Canberra allo sbarco di migranti come la panacea di tutti i mali. In realtà, l’Australia è un Paese molto diverso dall’Italia, con una differente posizione geografica e con delle caratteristiche molto particolari. Il modello australiano rappresenta davvero la politica di immigrazione ideale? UNHCR ed Amnesty International non la vedono in questo modo, ma procediamo per gradi.

Il 18 Settembre 2013 il neo eletto Governo del conservatore Abbott dà avvio all’operazione “Sovereign Borders”, operazione di carattere essenzialmente militare, alla quale fa da contorno una martellante operazione di propaganda chiamata “No Way”. Quest’ultima, portata avanti soprattutto dal generale Angus Campbell, ha come obiettivo quello di scoraggiare la partenza di migranti dai Paesi circostanti – essenzialmente Indonesia – con duri slogan del tipo “Scordatelo! L’Australia non diventerà mai la tua casa”. La politica è quella di intercettare i barconi diretti sull’isola prima che questi possano attraccare. Una volta bloccati, quasi sempre i barconi vengono riportati nelle acque territoriali del Paese dal quale provengono ed abbandonati al loro destino. Talvolta, vengono dirottati verso altri territori – principalmente Nauru e Papua Nuova Guinea – che accolgono i migranti in centri d’accoglienza sotto l’egida australiana. Qui i migranti possono presentare la loro richiesta d’asilo, che non varrà comunque per l’Australia. Qualora la loro istanza dovesse essere accolta, non avranno cioè la possibilità di vivere in Australia, ma solo nei Paesi dove hanno fatto domanda di asilo.

La pratica presenta numerose criticità dal punto di vista del diritto internazionale. In primis, molti dei respingimenti che avvengono verso l’Indonesia sono portati avanti senza il consenso di questo Paese. Ergo, si tratta di una violazione delle acque territoriali indonesiane. Oltre a ciò, sono state dure le condanne riservate a tale politica da UNHCR ed Amnesty International. Sotto la lente d’ingrandimento, in particolare, la prassi dei respingimenti ed il trattamento riservato ai migranti nei centri di accoglienza in Papua Nuova Guinea e a Nauru.

L’obiettivo dell’Australia è di fatto quello di ricollocare i migranti che cercano di raggiungere il Paese nei territori circostanti, tramite una rete di accordi con quelle nazioni. La prassi sembra non andare giù a molte organizzazioni internazionali, che ravvisano in tale comportamento gli estremi di una violazione del principio del non refoulement, perno del sistema di protezione dei rifugiati. Canberra, tuttavia, non sembra curarsi più di tanto delle critiche, anzi. Nel Settembre scorso è stato firmato un accordo con la Cambogia, che prevede il trasferimento di centinaia di migranti –soprattutto quelli stanziati a Nauru – nel Paese asiatico, in cambio di aiuti economici. Di fatto, l’Australia ha venduto i migranti che speravano di raggiungere l’isola.

Come era prevedibile, anche questa misura ha scatenato polemiche provenienti da più parti. La prima e più agguerrita organizzazione a denunciare l’accordo è stata il Centro della Cambogia per i Diritti Umani, al quale si è presto unita Amnesty International e l’UNHCR. L’accordo è stato definito “immorale e contrario al diritto”. In effetti, la scelta di trasferire richiedenti asilo su un territorio in cui l’85% della popolazione vive sotto la soglia della povertà ed in cui il rispetto dei diritti dei migranti non rappresenta esattamente una priorità, lascia più di qualche perplessità dal punto di vista etico. Prendendo in esame gli aspetti legali, la misura ben si potrebbe configurare come refoulement indiretto, presentando caratteristiche molto simili alla sentenza “MSS. c. Belgio e Grecia”, nella quale la Corte Europea dei Diritti Umani condannò nel 2011 la condotta del Belgio.

I risultati della politica di Abbott sono un drastico calo degli arrivi di migranti. Nell’anno precedente all’avvio dell’operazione “Sovereign Borders”, i migranti giunti in Australia furono 20.000, mentre nell’anno successivo poco più di 1.300. Adottare una politica simile in altri contesti sarebbe, tuttavia, molto difficile. Oltre alle criticità dal punto di vista del diritto internazionale che abbiamo evidenziato, restano alcune specificità sulle quali l’Australia può contare. Prima fra tutte, la sua posizione geografica, che scoraggia naturalmente l’immigrazione: basti pensare che molti dei migranti partono dal lontanissimo Sri Lanka. Oltre a ciò, non va dimenticato che Canberra sborsa annualmente circa 300 milioni di euro per portare avanti la missione (Triton costa poco più di un decimo).

In sostanza il modello australiano, oltre a destare non poche preoccupazioni in termini di violazioni dei diritti umani, sarebbe semplicemente molto difficile da replicare in altri contesti, per i suoi costi altissimi e per la particolare posizione geografica dell’isola. Casomai, la politica messa in atto da Canberra, fatta di trasferimenti di richiedenti asilo e dirottamenti di barconi verso Paesi con standard quantomeno carenti in termini di diritti umani, dovrebbe assurgere ad esempio negativo. L’immagine, infatti, è quella di un Paese restio ad affrontare le proprie responsabilità e a rispettare il diritto internazionale.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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