Aung San Suu Kyi: cosa cambia davvero in Myanmar?

13/11/2015 di Michele Pentorieri

Dopo 25 anni di attesa, il Premio Nobel per la pace si appresta a guidare il suo Paese. L’esercito, tuttavia, continua ad occupare posizioni di rilievo.

Aung San Suu Kyi

Arriva anche l’ufficialità: Aung San Suu Kyi ha stravinto le elezioni di Domenica scorsa. Non si hanno ancora dati certi, ma la sua Lega Nazionale per la Democrazia avrebbe raggiunto percentuali intorno all’80%, permettendole così di governare il suo Paese. La Costituzione approvata dai militari (al Governo da decenni) e ancora in vigore prevede tuttavia che la carica di Presidente non possa essere ricoperta da un individuo avente un congiunto con cittadinanza straniera (nel caso specifico sia il defunto marito che il figlio sono di nazionalità inglese). Ovviamente, da più parti questa norma è stata vista come un ulteriore tentativo di frenare l’avanzata politica della 70enne. Ad ogni modo, Aung San Suu Kyi ha dichiarato che, pur non potendo ricoprire ufficialmente la carica di Presidente, sarà comunque lei a guidare il Paese per mezzo di una personalità di fiducia. Una volta appresi i risultati, è stata grande la sua soddisfazione: ha ringraziato coloro che l’hanno votata, sottolineando i progressi dell’informazione che permettono a coloro i quali commettono irregolarità di non restare impuniti. Tuttavia, bisogna registrare che molte persone facenti parte di minoranze etniche, compresi i Rohingya, non hanno partecipato al voto.

Le elezioni sono state definite dalla stessa Kyi come “fondamentalmente libere”, seppure non sono mancate intimidazioni e voti di scambio. I militari sostengono che rispetteranno la volontà popolare e abdicheranno senza clamori, al contrario di quanto fatto nel 1990. Il Premio Nobel arriva, infatti, al potere con 25 anni di ritardo, a causa della volontà dei militari di non riconoscere come valida quella consultazione elettorale. In quell’occasione, Aung San Suu Kyi sarebbe dovuta diventare Primo Ministro del suo Paese grazie ad una vittoria schiacciante. L’esercito, tuttavia, dichiarò nulle le elezioni, incarcerando la donna. L’anno successivo vinse il Premio Nobel per la Pace e nel 1995 le vennero revocati gli arresti domiciliari. Il regime al quale fu sottoposta fu comunque molto duro: non poteva lasciare il Paese in quanto non avrebbe potuto più farvi ritorno e nemmeno i familiari avevano il permesso di visitarla. Da sempre paladina dei diritti umani, proprio questo suo impegno concorse a portare il suo caso alla ribalta dell’opinione pubblica e dei governi mondiali. Negli anni 2000 si sono susseguite le richieste, sia da parte di Stati Uniti che di Unione Europea che di Nazioni Unite, di un miglioramento delle sue condizioni di semi-prigionia. Nel 2003 riuscì a sfuggire ad un attentato e per gli anni seguenti continuò ad essere sottoposta ad arresti arbitrari. Nel 2010 venne finalmente liberata e 2 anni dopo ottenne un seggio al Parlamento birmano.

Ovviamente, il risultato elettorale ha provocato grande euforia anche a livello internazionale. Il simbolo della lotta alla dittatura militare da sempre impegnata a difendere i più deboli arriva finalmente a guidare il suo Paese. Lo scenario, tuttavia, non è così idilliaco e contiene al suo interno molte sfumature. Innanzitutto, come già accennato in precedenza, Aung San Suu Kyi non può ricoprire la carica di Presidente, ma questo è solo parte del problema che riguarda, ancora una volta, il potere dei militari.

Il 25% dei seggi in Parlamento è riservato a loro, al di là dei risultati elettorali. In pratica, grazie ad una norma contenuta nella Costituzione approvata durante la dittatura, viene loro garantito il potere di condizionare la politica birmana senza per forza godere di un certo consenso popolare. Non solo: i Ministri della Difesa, degli Interni e delle Sicurezza delle Frontiere devono essere nominati dal comandante supremo dell’esercito, non dal Parlamento. Sempre nella Costituzione è inoltre contenuta una norma che garantisce all’esercito di poter riprendere il controllo dell’esecutivo qualora ci siano minacce all’unità nazionale. Norma facilmente attivabile viste le decine di gruppi ribelli sparse per il territorio nazionale. A sugellare questo quadro, va aggiunto che la Costituzione è praticamente irriformabile: servirebbe, infatti, il parere positivo del 75% del Parlamento. Visto che il 25% di esso è controllato sempre e comunque dai militari, si capisce che qualsiasi emendamento alla Costituzione deve passare prima al vaglio dell’esercito.

In sostanza, il plebiscito a favore di Aung San Suu Kyi è, e non può non essere, una buona notizia per la democrazia in Myanmar. Tuttavia, il Premio Nobel si troverà giocoforza a relazionarsi ancora con l’esercito (e non dall’alto della posizione di assoluto dominio che le avrebbero dovuto assegnare le urne). I militari, a causa soprattutto delle pressioni esterne, avevano già da qualche anno preso coscienza dell’impossibilità di portare avanti un regime dittatoriale. Ed erano altrettanto coscienti che la concessione di elezioni libere avrebbe significato per loro il tracollo. Prima che ciò avvenisse, si sono per questo motivo salvaguardati con una Costituzione –che è stata infatti varata appena 5 anni fa- che garantisce loro di poter ancora decidere su una parte considerevole della politica birmana. In barba alla favola dell’eroina che dopo 25 anni riesce ad avere la meglio sui suoi carnefici.

The following two tabs change content below.

Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
blog comments powered by Disqus