Audizione di Olli Rehn alla Camera: tra Ferrari e Imu, rimane la tensione fra crescita e austerità

17/09/2013 di Luca Andrea Palmieri

“Niente di realmente nuovo, siete sempre sotto osservazione”. Dalla prospettiva italiana, alla fine è così che si potrebbe sintetizzare l’intervento alla Commissione Bilancio della Camera del vice-presidente della Commissione Europea, il finlandese Olli Rehn, che ha anche la funzione di responsabile per gli Affari economici e monetari dell’esecutivo europeo. Rehn è stato ricevuto nella Sala del Mappamondo alla Camera, nell’ambito dell’esame congiunto delle Comunicazioni della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio ”Verso un’Unione economica e monetaria autentica e approfondita – Creazione di uno strumento di convergenza e di competitivita’‘ e ”Verso un’Unione economica e monetaria autentica e approfondita – Coordinamento ex ante delle grandi riforme di politica economica previste”.

Una Ferrari da revisionare – Rehn, un po’ a sorpresa, ha paragonato l’Italia a una Ferrari: “Incarna una grande tradizione di stile, di tecnica e di capacità”. Al riconoscimento delle capacità del nostro paese però, non ha mancato di aggiungersi una frecciata: “Il talento non basta purtroppo, serve anche avere il motore più competitivo, esser pronti a cambiare e adeguarsi”. Insomma: l’Italia sia capace di riorganizzare il proprio sistema economico di modo da renderlo competitivo con il sistema internazionale. La metafora automobilistica ha introdotto il discorso più generale sulla situazione economica dell’eurozona, dove si sono iniziati a vedere segnali incoraggianti: “L’area euro è vicina al punto di svolta”.

Il problema Imu, il dubbio Service Tax – E’ partito così il discorso più specifico sul nostro paese. Pur riconoscendo alcuni meriti e la capacità di iniziare parte delle riforme necessarie, sono stati riconosciuti alcuni punti critici per il paese; in particolare sull’abolizione dell’Imu e sulla subentrante Service Tax: “La decisione di abolire l’Imu sulla prima casa va nella direzione opposta alle raccomandazioni, ma se viene configurata bene la nuova service tax potrebbe essere coerente con queste”, ha affermato Rehn, specificando che il problema potenziale riguarda “lo spostamento dell’onere fiscale” che potrebbe seguire alla riforma. Il punto è questo: l’Imu è per sua natura una tassa progressiva, che tende a penalizzare i proprietari di immobili più grandi e di maggior prestigio, generalmente dunque i più ricchi (senza contare che il discorso si amplia per chi ha più immobili). La sua abolizione a favore di una tassa prettamente direzionata verso i servizi rischia di ridurre gli oneri verso i più abbienti spalmandoli su chi ha meno capacità economica, a seconda di come questi servizi vengono pesati e divisi. Il pensiero torna alle polemiche sul grado di oneri che la Service Tax porterà sugli inquilini in affitto, spesso e volentieri tali proprio perché non possono permettersi l’acquisto di un immobile. Tuttavia, le quote singole e quelle di distribuzione tra proprietari ed eventuali affittuari sono ancora tutte da decidere. L’attenzione europea si gioca su questo punto: una service tax mal distribuita (ovvero, in generale, più penalizzante per i redditi più bassi), e che non porti la copertura dell’Imu, potrebbe attirare l’attenzione di un’Unione che, dopo le esperienze passate, vuole essere sempre sicura dei conti dei propri paesi, soprattutto di chi è appena uscito da una procedura di deficit.

Una crescita insufficiente – Proprio a questo riguardo, l’altro punto affrontato dal vicepresidente della Commissione Europea è quello della ripresa economica. L’Italia, per quanto abbia fatto passi avanti, sta andando più piano degli altri: “In alcuni paesi, tra cui l’Italia, i dati sulla crescita recente sono stati deludenti”, ha detto Rehn. La critica è in particolare al tasso di disoccupazione e soprattutto alla stretta sul credito, che impedisce alle piccole e medie imprese di contribuire alla crescita. Un punto molto sensibile per il nostro paese, tra l’altro, che sulle Pmi ha basata la maggioranza della propria economia. Rehn ha dunque continuato facendo presente come “grandi sbilanciamenti macroeconomici di cui è stato permesso l’accumulo negli anni” sono alla base dei problemi di molti paesi. Nel nostro, in particolare sono “gli alti livelli di debito” e, in particolare, “il lungo declino della competitività”, soprattutto a causa dell’alto costo del lavoro (che si può tradurre in un livello eccessivo di tasse sull’impiego). Di contro, Rehn ha ricordato come, nel caso non vengano rispettati gli obblighi europei, “la Commissione dovrà prendere le misure necessarie e (ri)aprire una procedura di deficit eccessivo”. Un discorso che torna all’abolizione dell’Imu e ai dubbi sulla sua copertura e al problema di una riduzione del debito pubblico che sembra essere più lontana.

La tensione tra crescita e austerità – Insomma, il vicepresidente della Commissione Europa con una mano ci fa una carezza (lieve), con l’altra ci punta il dito contro. Il discorso sul debito, e sul mantenimento del rapporto deficit/pil impone che si continui a ragionare sulla questione dei “conti in ordine”. Sarebbe da ricordare però che il problema non è solo la tassazione, ma un debito pubblico sempre più alto. Allo stesso tempo però il richiamo sull’occupazione e sul credito alle imprese ci ricorda come le chiavi per la ripresa del paese sono nel lavoro: un problema all’ordine del giorno, come la generazione under 35 in particolare sa. Insomma, a che gioco gioca l’Unione? Da un lato ci viene richiesto di ridurre la spesa pubblica e di non sforare il deficit, cosa che, come molti rilevano, continua a imporre misure di austerità. Dall’altro canto ci viene fatto notare che bisogna curare meglio la ripresa economica, favorendo in pratica consumi e lavoro, un discorso che in generale fa a pugni con l’austerità. Qual è la conclusione? Il sospetto è che il punto fondamentale alla fine sia il debito in sé, indipendentemente dall’idea più o meno astratta di austerità. Le soluzioni al riguardo sono varie, e passano da una sua difficile interiorizzazione (che garantirebbe iniziativa di spesa praticamente autonoma al paese, ma che richiederebbe anche enormi sforzi da parte dei privati per l’acquisto dei nostri Bot) a un’ancora più difficile riduzione delle spese, tenendo presente che aumentare ancora le tasse sarebbe francamente devastante.

Uno spunto di riflessione – Si pensi che le spese delle regioni sono in costante aumento, nonostante tutto: forse è il caso di renderci conto che la lotta agli sprechi è più di uno strumento, è assolutamente essenziale. E bisognerà prima o poi porsi una domanda fondamentale: il federalismo fiscale e l’autonomia maggiore degli altri enti di governo, portata dalla riforma del Titolo V, stanno funzionando a livello economico? Una risposta definitiva e precisa va trovata al più presto possibile, indipendentemente dal fatto che pensiamo che l’Europa sia una risorsa o una “madre matrigna”, prima che sia troppo tardi.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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