L’attentato sugli Champs Elysees evidenzia la strategia di ISIS

21/04/2017 di Stefano Sarsale

Il terrore è tornato a colpire nuovamente Parigi, nonostante l’allerta in Francia fosse giá alta a causa dell’arresto, avvenuto pochi giorni prima, a Marsiglia, di due sospetti accusati di voler preparare un attentato.

Il terrore è tornato a colpire nuovamente Parigi, nonostante l’allerta in Francia fosse già alta a causa dell’arresto, avvenuto pochi giorni prima, a Marsiglia, di due sospetti accusati di voler preparare un attentato.

Il fatto che l’episodio sia avvenuto a soli tre giorni dalle elezioni presidenziali, non può e non deve essere sottovalutato. Giovedí 21 Aprile Karim Cheurfi, 39enne, ha aperto il fuoco con un AK-47 Kalashnikov, contro una pattuglia sugli Champs Elysees uccidendo un poliziotto e ferendone altri due. La sparatoria è avvenuta mentre andava in onda l’ultimo confronto fra Marine Le Pen ed il gollista Francois Fillon, i quali hanno poi preferito annullare gli impegni politici previsti per la giornata di oggi.

L’attentato è stato rivendicato dallo Stato islamico subito dopo l’attacco, aspetto che merita un’analisi a se stante. La strategia dello Stato Islamico/ISIS/Daesh in termini di rivendicazione predilige attendere che la notizia di un attentato si diffonda (appunto, che faccia ‘notizia’ in modo tale da guadagnare il massimo della visibilitá) per poi successivamente rivendicare l’azione. Tuttavia, questa volta i fatti si sono svolti con una consecutio inusualmente rapida. Questo perché lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco quasi subito, appena un paio d’ore dopo l’attentato. In tal senso, il fatto che l’attentato sia stato messo in atto a soli tre giorni dalle presidenziali francesi, non può essere interpretato solo come mera coincidenza, bensì con il chiaro intento di interferire ed influenzare il processo democratico.

Non è la prima volta che qualcosa di simile accade. Se torniamo infatti a quanto accadde a Madrid, nel 2004, Al Qaeda riuscì non solo a segnare uno dei piú sanguinosi attacchi che la Spagna ricordi, ma soprattutto a influenzare l’esito elettorale del referendum che si tenne di lì a breve, e segnò la vittoria dei Socialisti di Zapatero. Vale la pena ricordare come, uno dei cavalli di battaglia dei socialisti, in campagna elettorale, fosse stato quello del ritiro delle forze spagnole dall’Iraq, poi effettivamente avvenuta.

Tuttavia, la strategia di ISIS, per quanto ben pensata, difficilmente è stata messa in atto con l’idea di ottenere il risultato spagnolo. Non dobbiamo infatti dimenticare come, in quasi 4 anni di attacchi terroristici, la Francia non sia retrocessa di un passo in quanto a lotta contro il terrorismo e nessun attentato è stato capace di modificare la sua agenda politica a livello internazionale. Sempre che, dietro al ragionamento dell’ISIS non vi sia, al contrario, l’idea di favorire la corsa di Le Pen, confidando ciò possa esasperare, già dalle prime azioni promesse se eletta, le tensioni dei francesi di seconda e terza generazione e favorire, ulteriormente, la radicalizzazione.

Il motivo dietro alla fermezza antiterrorista di Parigi, in ogni caso, è spiegabile per due semplici ragioni. Anzitutto il paese possiede una fortissima identità nazionale, corredata da un irremovibile senso delle istituzioni. Inoltre, è soprattutto una questione di prestigio e immagine: la Francia non è la Spagna sebbene, negli ultimi decenni, abbia subito un deterioramento della propria posizione internazionale. Non dimentichiamoci, inoltre, come sia da molti indicata come uno dei principali responsabili del disastro libico, e come le sue operazioni in Africa centrale, dove sono impegnati in Mali e nel Sahel per sconfiggere i gruppi legati ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico come Al-Mourabitoun e Ansar Dine, non stiano esattamente procedendo ai ritmi prestabiliti. Anche per questo, l’idea di un disimpegno nella lotta contro il terrorismo, sarebbe un ulteriore danno alla credibilità di Parigi – in aggiunta al caso libico – e, di conseguenza, alla capacità di proiettare la propria influenza e difendere i propri interessi.

Nello scenario odierno, i movimenti jihadisti, e in particolare lo Stato Islamico, puntano a evolvere in un soggetto in grado di influire, pesantemente, sul destino politico del Paese in cui operano. Questo intento è percepibile per le modalità di azione nelle zone mediorientali ove sono presenti, ma diviene sempre più chiaro il loro desiderio di trasformarsi in una realtà simile anche in Europa. Il primo passo è quello di ottenere un potere d’influenza sul destino politico di una nazione. Ecco ciò che è successo a Parigi ieri sera.

La polemica inutile dei media. Una nota a se stante la merita la polemica scoppiata poche ore dopo l’attentato, secondo cui il terrorista sarebbe stato già oggetto di un’inchiesta dell’antiterrorismo. E’ assolutamente necessario sottolineare come, le persone che ogni giorno vengono esaminate e seguite siano migliaia. Non esistono né i mezzi né gli strumenti, ad oggi, per seguire ogni persona lontanamente sospettata nell’arco dell’intera giornata, a meno che l’idea alla base di tali polemiche sia la deportazione, in massa, di ogni singolo sospettato, indagato o potenziale jiahdista. Guardiamo quanto accaduto a Londra, un mese fa: l’attentatore, che viveva a Birmingham, era assolutamente conosciuto ed era seguito quotidianamente da Scotland Yard. Questo signore, ad un certo punto, è sceso dalla sua abitazione ed è salito in macchina: pensare di poter seguire, in ogni spostamento, una lista di centinaia di sospettati o segnalati, richiederebbe strumenti e mezzi, sia in termini di personale che di risorse, attualmente in possesso di nessuna forza di polizia a livello globale.

Sarebbe dunque ora di smettere, rispetto a tale argomento, di sostenere l’inefficienza delle forze di polizia o dei servizi segreti, quantomeno se si crede nel principio che, per arrestare un individuo, debbano esserci prove concrete e una motivazione. In caso contrario si rischia di imboccare una strada estremamente pericolosa.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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