L’ATAC, i suoi problemi, e quelli del Comune di Roma

30/12/2013 di Federico Nascimben

I debiti della società ricadono sulle casse comunali e, conseguentemente, su quelle dei contribuenti italiani: siamo in Italia

Lo stop ad decreto salva Roma e l’inserimento di alcune misure nel milleproroghe – come abbiamo avuto modo di scrivere qui e qui – erano dovuti al grave stato dei conti del Comune di Roma (864 milioni di euro di buco). Una buona parte della causa si può ritrovare nello stato delle partecipate, e in particolare dell’azienda che si occupa del trasporto pubblico locale: l’ATAC. Anche se la disastrosa situazione economica delle principali municipalizzate romane non è certo una novità (come si può facilmente vedere qui).

ATAC, un po’ di storia – L’ATAC viene fondata nel 1909 a Roma, e le sue vicende seguono un po’ quelle tipiche del processo di privatizzazione (?) dei servizi pubblici locali in Italia (qui la pagina wiki per vedere la storia completa dell’azienda). Nel 2010 Met.Ro S.p.A. e Trambus S.p.A entrano in ATAC, che quindi oggi – secondo quanto riporta il sito internet della società – “con quasi 13 mila dipendenti è il primo gruppo di trasporto pubblico in Italia oltre che una delle più grandi realtà a livello europeo. Serviamo un´area di 1285 km2 nella quale ogni giorno garantiamo, con i nostri mezzi, più di 4 milioni di spostamenti“.

Parco bus e metro di ATAC. (Fonte: http://www.inarrivo.net/atac)
Parco bus e metro di ATAC.
(Fonte: http://www.inarrivo.net/atac)

ATAC, la situazione – Stando a quanto riportato da Andrea Giuricin sul sito dell’IBL (qui il link), il fatturato di ATAC sfiora gli 1,2 miliardi di euro. Il 70% di questi ricavi proviene da contributi pubblici (versati indirettamente dai contribuenti italiani, naturalmente); mentre i ricavi annuali da vendita di biglietti e abbonamenti coprono solamente il 45% delle spese per personale: ciò significa che senza l’intervento pubblico ATAC non è in grado di coprire il 55% dei costi legati ai propri dipendenti, alla spesa per carburanti e l’insieme dei costi operativi. L’azienda negli ultimi dieci anni ha accumulato un debito di 1,6 miliardi di euro, perdendo 700 milioni di euro in termini operativi solo negli ultimi 4 (nonostante i 3 miliardi di euro di contributi pubblici versati nello stesso periodo di tempo). Infine, occorre evidenziare che un km percorso da un mezzo ATAC costa quasi tre volte rispetto al suo omonimo in Gran Bretagna, e due volte rispetto al suo omologo in Svezia.

Visto quanto detto – e vista soprattutto la prova sul campo, empirica, che chiunque abbia avuto a che fare con la società di trasporti romana può testimoniare in tutta la sua disfunzionalità – e inutile stupirsi se addirittura nel periodo natalizio vengono tagliati orari e corse come se non ci fosse un incremento di turisti per Natale e Capodanno (qui il link); com’è altrettanto inutile stupirsi del fatto che il Comune continui ad accumulare debiti grazie alle sue partecipate. E come si ripagano questi debiti? Grazie all’intervento dello Stato, ovviamente, che è – come riportato da Oscar Giannino qui – “sfociato nel salva-Roma. I 600 milioni di minor debito vengono da un artificio contabile, la legislazione pubblica ne è diventata maestra. Quando nel 2008 divenne sindaco Alemanno e certificò in 12 miliardi il debito pregresso accumulato dalle amministrazioni “rosse”, allora Roma ripartì da zero “girando” tale debito a una gestione commissariale parallela, “inventata” dal governo Berlusconi in cambio di un ritocco verso l’alto dell’aliquota Irpef di spettanza comunale, e del fatto che Roma avrebbe “girato” ogni anno al commissario Varazzani una parte del gettito da Irpef pari allo 0,4%. Marino ha chiesto e ottenuto da Letta un analogo escamotage“. Eppure, nonostante tutto ciò, nel sito internet della società che si occupa del trasporto pubblico locale di Roma si legge che “l’impegno di Atac S.p.A. contribuisce allo sviluppo di un modello urbano funzionale e sostenibile, superando gli standard di qualità“: serve aggiungere altro? Siamo in Italia, no?

The following two tabs change content below.
Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
blog comments powered by Disqus