L’ascolto della follia

14/02/2015 di Isabella Iagrosso

Franco Basaglia, autore dell'omonima legge che ha portato alla chiusura dei manicomi, spiegava così la pazzia: “voce confusa con la miseria, l'indigenza e la delinquenza, parola resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall'internamento e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità e dalla necessità sociale dell'invalidazione, la follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire”

SPDC

“Non mi vuole più nessuno perchè sono malata” dice Teresa (nome fittizio), guardandomi con gli occhi lucidi, stanchi. In realtà non guarda me, forse il muro dietro, forse mi guarda dentro. Le trema la mano, ha una sigaretta in bocca, la terza in dieci minuti. Il dito medio della sua mano destra è nero, consumato dalle numerosissime sigarette che fuma. Anche due insieme a volte, me lo mostra, aspirando con gusto dalle due cicche. Teresa avrà una trentina di anni, ma ne dimostra 50. Indossa uno stretto leggins nero, una maglia corta che le lascia intravedere la pancia innaturalmente gonfia. Gonfia come i suoi occhi, di un bellissimo azzurro cielo, ormai spenti. Mi spiega con voce atona che ormai sono due settimane che è lì dentro, nel reparto di Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC). Ha avuto una crisi, un crollo, ma non mi vuole dire perchè. Non è la prima volta che le succede, ormai sono anni che lotta contro la malattia mentale che la porta dentro e fuori dall’ospedale, dentro e fuori le comunità di recupero. Mi racconta di quanto comunque sia fortunata, perchè ha sempre avuto finora la possibilità di tornare a casa una volta superato il momento peggiore, non come quell’altro ragazzo, dice indicandomi un giovane seduto in una panchina poco distante. Lui da più di un anno non mette piede fuori dall’ospedale.

Ci troviamo nell’SPDC del S. Eugenio, quartiere Eur di Roma. L’SPDC è una delle varie attività di supporto ai malati mentali in cui sono strutturati i DSM (dipartimento di salute mentale), gestiti dalle ASL (azienda sanitaria locale) territoriali. Questa complessa struttura organizzativa è andata a sostituire gli ospedali psichiatrici, esistiti fino al 1978, anno della legge Basaglia. Fin dall’800 si è cercato di lasciare da parte lo scetticismo che da sempre accompagna la pazzia e intraprendere uno studio scientifico del fenomeno dei malati mentali. Per questo sono nati i manicomi. Nonostante interventi sui cosiddetti ‘matti’ siano sempre esistiti, una vera e propria istituzionalizzazione della malattia mentale come problema pubblico, si ha nel XIX secolo. I pazienti venivano accolti in strutture dove venivano maltrattati, sottoposti ad elettroshock forzato, violenze di ogni tipo, confisca dei beni. Lo scopo non era curare, ma isolare il malato dalla società, in modo che non potesse più nuocere. Un nuovo approccio si sviluppa invece alla fine degli anni ’40 del Novecento. L’uomo viene messo al centro del processo riabilitativo, si cercano di capire le cause del problema, non più di nasconderlo. Negli anni ’70, sulla scia delle proteste sessantottine, si mobilita l’opinione pubblica per la chiusura dei manicomi e per una maggiore razionalizzazione dell’approccio al malato psichiatrico. La stagione in Italia si conclude con l’approvazione della legge 180, la legge Basaglia appunto.

Teresa nel frattempo se ne è andata. Ha ripreso a camminare su e giù per i corridoi come fa sempre alla stessa ora, in attesa del suo fidanzato. Mi domando se sia vero, se lui le sia rimasto accanto dopo quanto le è successo. Il fatto che lei lo aspetti ogni giorno ma che lui non si presenti mai dissipa in parte i miei dubbi su come stiano davvero le cose. Nel frattempo vedo Cristina. Cristina è una ragazza giovanissima. La prima volta che l’ho incontrata non parlava con nessuno, si trascinava da una stanza all’altra con lo sguardo fisso davanti a sé. Da un po’ di tempo è migliorata. Si avvicina alle persone, scambia qualche parola, mi prende sempre sottobraccio e mi porta a fare un giro nel piccolo cortile adiacente da dove si può ammirare un bellissimo quadrato di cielo azzurro, l’unico visibile da lì dentro. Come ogni giorno che la incontro, mi dice di avere 25 anni e che il suo compleanno è a luglio. Allora comincia il solito teatrino. Mi chiede quanti anni avrà l’anno prossimo, quanti anni avrà tra due anni, che anno sarà il prossimo e quello dopo, e via così fino ai suoi 30 anni, nel 2020. Dopo aver scoperto questa piccola grande verità mi lascia sempre lì da sola a metà cortile, per poi ritornare pochi minuti dopo per ricominciare il giro e le domande. Dopo tanto tempo sono riuscita finalmente a capire cosa volesse, perchè fosse così ossessionata dalle date e dagli anni: i genitori le hanno promesso un iPhone al compimento del suo 27esimo anno. In fondo anche questo ragionamento ha la sua logica.

Dentro i reparti psichiatrici, c’è molto poco da fare. La struttura consiste, almeno quella del S. Eugenio, in un corridoio con le porte per le varie camere e una sala comune con i tavoli per mangiare, la quale dà sul cortile. Dentro un SDPC solitamente vi sono 15-16 letti, pochi, vista e considerata la necessità di cui si avrebbe bisogno, infatti molti vengono mandati via dopo poco, rispediti a casa o in qualche comunità. I pazienti che arrivano alle SPDC sono persone che hanno avuto crisi psichiatriche. Nessuno può venire trattenuto oltre la sua volontà se non su richiesta dei parenti o in caso di TSO (trattamento sanitario obbligatorio), ovvero quando il soggetto si dimostri altamente dannoso per gli altri o per se stesso. Noi volontari portiamo carte, giochi da tavolo semplici, come domino, colori, matitite e fogli per disegnare. Quasi tutti inizialmente sono titubanti, ci vedono come psicologi, sono spaventati o sospettosi nei nostri confronti. Alcuni non riescono più a tenere in mano i pennarelli, tremano. Altri non vedono bene, alcuni si distraggono facilmente, c’è però chi ha una reale vena artistica e si cimenta in un’attività assai impegnativa da svolgere sotto l’effetto degli psicofarmaci.

Ad un certo punto arriva Franco. Non ho mai creduto a quello che diceva, si vantava di essere stato il parrucchiere dei vip, delle modelle, di aver avuto tanti soldi, donne e una Ferrari. Invece poi cercando su internet ho scoperto che aveva ragione. Era stato davvero chi diceva di essere. Ora è solo il vecchio Franco però, si prende cura di Cristina più degli altri, sembra essersi affezionato a quella povera ragazza. Franco, Cristina, Teresa, sono solo alcune delle centinaia di sfaccettature della malattia mentale. Sono ‘matti’? Sì, lo sono. Come lo sono anche moltissime persone che invece lì dentro non hanno mai messo piede. Sono pericolosi? Sì, a volte lo sono. Come anche moltissime persone che non sono mai state portate in un reparto psichiatrico. Hanno bisogno di aiuto? Sì, ma spesso non basta. L’obiettivo deve essere la cura, non la cura dalla malattia, infatti è impossibile guarire da alcune malattie mentali, ma la cura della persona nel rispetto della sua dignità, sempre.

Stanno per servire la cena, noi volontari dobbiamo andare via. Gli infermieri ci aprono l’enorme portone blindato e lo richiudono dietro di noi. Ci lasciamo alle spalle un altro mondo, con la consapevolezza che non è così diverso dal nostro, e che il passo, nonostante a noi sembri che ci sia un fossato in mezzo, è molto breve.

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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