Artemisia Gentileschi, eroina e vittima dell’arte

26/03/2016 di Silvia Mangano

La vita di Artemisia Gentileschi, definita “l'unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia la pittura”, e della sua eroica testimonianza, emerge dalla storia come specchio del ruolo femminile nell’Italia del Seicento

Artemisia Gentileschi

Lo storico Edward Shorter, nel suo Storia del corpo femminile, parla della condizione della donna in Europa tra Seicento e Ottocento in questi termini: «La donna aveva il ruolo di “prima domestica dei figli e della servitù”, per citare la definizione di un osservatore bretone, mentre l’uomo era il “padrone del suo piccolo regno”». Per le condizioni di palese sottomissione sociale cui la donna era condannata, la scelta claustrale poteva significare un vero e proprio riscatto. Soprattutto nelle classi meno abbienti, infatti, il matrimonio significava una vita di sacrifici senza che questi fossero accompagnati dall’affetto e della stima che l’unione di due anime dovrebbe sottintendere: «A differenza del XX secolo, nel quale lo scopo del matrimonio è generalmente considerato quello di una gratificazione sentimentale […], gli uomini dei secoli precedenti si sposavano essenzialmente per motivi “dinastici”, cioè prendevano moglie perché questa li aiutasse a gestire la fattoria. […] I “diritti coniugali” esercitati dagli uomini comportavano per le donne del passato una serie illimitata di gravidanza indesiderate e non pianificate» che, a causa dell’abissale ignoranza medica dell’epoca, si concludevano spesso in tragiche e premature morti.

Susanna e i vecchioni
Susanna e i vecchioni

Sebbene le condizioni storiche non abbiano mai contribuito alla definizione di un mito, ogni epoca ha un’eroina: una donna che, nonostante le forze avverse, ha saputo rendere la sua vita un paradigma per le generazioni successive. Ipazia sfidò la cultura del suo tempo e morì difendendo i propri ideali. Giovanna d’Arco risollevò le sorti della Francia capetingia mentre sembrava dover soccombere alle armi inglesi, entrambe figure affrontate dalla nostra rubrica nelle scorse settimane. Nell’età moderna, tra i molteplici esempi, è la figura di Artemisia Gentileschi che risveglia un fascino particolare nei posteri che studiano le tragiche vicende che l’hanno vista protagonista e ne hanno fatto un simbolo del femminismo contemporaneo.

Figlia del pittore Orazio Gentileschi, Artemisia nacque a Roma nel 1593 e dimostrò fin da piccola un precoce talento per la pittura. Il padre, molto colpito dalle doti della primogenita, ne incoraggiò gli studi e la coinvolse nelle attività della sua bottega. La bambina prodigio ebbe il privilegio di crescere nell’ambiente dei grandi pittori che, all’inizio del Seicento, gravitavano attorno alla Roma pontificia. Ricordiamo che, in quegli anni, artisti come Caravaggio, Guido Reni, Domenichino e i Carracci lavoravano alacremente nelle chiese romane in cui è ancora possibile osservarne i capolavori, ed è probabile che Artemisia conobbe personalmente Caravaggio e da lui apprese molto di ciò che ritroviamo nei quadri che la resero famosa. L’arte era come una sorta di specchio, in cui la pittrice proiettava la propria interiorità e dava sfogo ai silenziosi tormenti che angustiavano la donna che aveva trovato nella pittura la sua vocazione. Risale al 1610, per esempio, Susanna e i Vecchioni, quadro che, a detta degli studiosi, Artemisia compose per fissare sulla tela il clima oppressivo esercitato dal padre e dall’amico Agostino Tassi, altro pittore che frequentava la bottega dei Gentileschi.

Fu per mano di quest’ultimo che, nel 1611, si consumò lo stupro che rese la storia di Artemisia così famosa ai posteri. Il resoconto che ne diede la giovane al processo è una delle testimonianze più crude mai trascritte sull’abuso sessuale: «Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne».

Secondo il diritto dell’epoca, lo stupro come lo conosciamo oggi non era un reato punibile dalla legge. Si definiva stuprum, e quindi diveniva passibile di colpa, la deflorazione di donna vergine dietro promessa di matrimonio non mantenuta. E fu probabilmente per questo motivo che Orazio Gentileschi non denunciò Agostino Tassi prima di un anno: il pittore, infatti, pur avendo promesso di sposare Artemisia non riuscì a combinare un matrimonio riparatore perché già sposato con un’altra donna.

Giuditta decapita Oloferne
Giuditta che decapita Oloferne

Durante il processo, il Tassi cercò di dimostrare di non essere stato il primo ad avere avuto rapporti sessuali con la giovane, giurando che «era stato benissimo informato che Artimitia era una puttana» e che «c’havevano anco havuto che fare molti altri». Qualora la violenza si fosse consumata su una donna non più illibata, non sarebbe stata punibile: la violenza sessuale in sé non veniva considerata un reato. Pur di dimostrare la sua innocenza, la pittrice accettò di deporre sotto tortura (all’epoca era consueto utilizzare la tortura per avvalorare una testimonianza altrimenti passibile di menzogna). La pratica consisteva nel tiraggio e nello schiacciamento delle dita e poteva procurare danni permanenti alle mani del testimone. Immaginiamo cosa abbia dovuto significare per una pittrice la paura di perdere l’utilizzo delle dita; tuttavia, ella si sottomise alla prova convinta che in questo modo i giudici avessero potuto darle ragione. Il processo si protrasse per diversi mesi e si concluse con una parziale condanna del Tassi, che fu costretto a partire da Roma, ma non costituì una vera vittoria per la giovane Artemisia. Nonostante Agostino fosse stato condannato all’esilio, la Gentileschi non riuscì mai a recuperare l’integrità fisica e morale. Due giorni dopo la fine del processo, fu costretta a sposare Pierantonio Stiattesi, probabilmente parente di un amico del padre che aveva testimoniato contro il Tassi, per riacquistare almeno in parte la dignità perduta con il processo. Tuttavia, Artemisia non dimenticò mai la violenza subita e le ingiustizie a cui era stata costretta a sottomettersi per colpa dell’habitus civile dell’epoca.  Decisa a lasciarsi tutto alle spalle, si trasferì a Firenze in cerca di pace, dove fu ricompensata con un discreto successo artistico che crebbe e l’accompagnò per il resto della sua vita.

Del dolore che dovette accompagnarla per il periodo successivo allo stupro, si trovano tracce nella tela che dipinse a ridosso del processo e che rimane tutt’oggi prova indelebile del suo grande talento e della sua profonda sensibilità: Giuditta che decapita Oloferne (1612-13). Gli storici dell’arte sono concordi nell’affermare che l’estrema violenza della scena e la postura così aggressiva di Giuditta, che riprende solo in parte dall’opera di Caravaggio raffigurante lo stesso soggetto, sia un tentativo di rivalsa pittorica del torto subìto. La tensione all’interno del quadro è palpabile e sembra quasi di poter sentire e toccare con mano il dolore e la rabbia di Artemisia di fronte all’ingiustizia di cui era stata vittima e di percepire il desiderio di voler perpetrare sulla pelle del suo aguzzino lo stesso torto che era stato inferto al suo corpo e al suo spirito.

A prescindere dall’influenza che il caso ebbe sullo sviluppo del femminismo moderno, Artemisia Gentileschi restò alla storia per la forza del carattere che dimostrò di fronte a una società maschilista e crudele, com’era quella del Seicento, e per la dignità personale che si dimostrò essere molto più rivoluzionaria di qualsiasi innovazione in campo artistico.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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