Arquetipos – Edvard Munch in mostra a Madrid

09/11/2015 di Simone Di Dato

"La mia pittura è in realtà un esame di coscienza e un tentativo di comprendere i miei rapporti con l'esistenza. E' dunque una forma di egoismo, ma spero sempre di riuscire, grazie a lei, ad aiutare gli altri a vedere chiaro."

Arquetipos - Edvard Munch in mostra a Madrid

Angoscia e malinconia sono i temi comunemente associati all’opera di Edvard Munch (Ådalsbruk, 1863 – Oslo, 1944),  pittore e incisore norvegese considerato uno dei più influenti artisti del secolo scorso nonchè importante precursore dell’espressionismo. La sua pittura, legata indissolubilmente ad una sensibilità nervosa e colma di dolore fin dai primi lavori, non ha la pretesa di piacere ma al contrario riesce ad esprimere, in un continuum tra ciò che l’artista sente e ciò che osserviamo, una condizione interiore alterata e un tormento interiore che sintetizzano le ossessioni della moderna umanità.

L’urlo” del 1893, probabilmente il suo lavoro più conosciuto, rappresenta appieno il senso di angoscia che pervade la pittura, la letteratura e il teatro nordici allo scadere del XIX secolo con i suoi contrasti e linee ondulate da colori accesi orientate a sottolineare l’aspetto espressivo dell’opera. Al centro della scena, attraversata da una tensione generale, un uomo dal volto deforme, quasi un teschio, emette suoni che sconvolgono il paesaggio, mentre due figure si allontanano, sul sentiero delineato da un parapetto che più che in prospettiva sembra essere inclinato, scosceso, scivolando via esattamente come l’urlo dalla bocca. Ed è lo stesso Munch a raccontare la nascita del quadro: “Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo – il sole stava tramontando – le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando“. Con questa tela, considerata un’icona dell’arte del XX secolo, protagonista di due furti messi a segno a circa dieci anni di distanza l’uno dall’altro, l’artista ci consegna il testamento della sua poetica, con un ricordo che filtra il reale attraverso la sua intima sofferenza,  con un linguaggio unico e drammatico che sa descrivere la follia della solitudine, l’impotenza dell’uomo di fronte alla supremazia della natura.

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Inaugura proprio con Munch la nuova stagione autunnale del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, che fino al 17 gennaio 2016 ospiterà un’ampia retrospettiva tutta dedicata al pittore norvegese proponendo una selezione di ottanta opere, molte delle quali mai viste prima in Spagna, che ne ripercorrono la lunga e prolifica carriera. Curato da Paloma Alarcó e Jon-Ove Steinaug, il percorso espositivo si articola intorno ad un ampio spettro di “Archetipi” emozionali quali l’amore, il desiderio, la gelosia, angoscia e morte, e gli stati d’animo rappresentati  da malinconia, passione e sottomissione: le ossessioni esistenziali che hanno caratterizzato il percorso personale e artistico di Munch.

Si tratta della prima grande mostra di Munch in Spagna dal 1984 e non stupisce sia proprio il Thyssen ad ospitarla dal momento che il museo madrileno risulta essere l’unica istituzione spagnola a vantare ben cinque opere del pittore: non solo “La sera” (1888), appartenente alla collezione permanente ma anche tre preziosi esemplari a stampa,  tra i quali la xilografia su carta “Incontro nello spazio”  e il dipinto “Oche nell’orto”, datato 1911. Tra le opere in mostra il contributo più importante è senza dubbio quello portato dal Munch-Museet (che da solo conserva 1100 dipinti dell’artista, oltre a oltre a 15mila stampe e quasi 5mila disegni) che ha concesso per l’occasione ben 43 pezzi. A completare il quadro dei prestiti figurano anche la Tate di Londra con la “Bambina inferma” del 1907, il MoMA di New York con “La tormenta” del 1893, il Kunstmuseum di Basilea con “La strada di Asgarstrand” (1901), “Le ragazze del ponte” proveniente da Fort Worth in Texas e il “Melo” della Kunsthaus di Zurigo, oltre che numerose opere provenienti da collezionisti privati.

Alle nove sezioni del percorso corrispondono 9 archetipi (Malinconia, Morte, Panico, Donna, Melodramma, Amore, Notturni, Vitalismo, e Nudi)  che alludono chiaramente ai comportamenti umani profondamente connessi all’arte di Munch che spesso e volentieri replicava ossessivamente in più quadri, con poche altre varianti. Le prime tre sale si concentrano sui temi più dolorosi e angoscianti legati al pittore. Spiccano tra gli altri una tela datata 1897 “Madre e figlia” e uno dei dipinti più suggestivi di Munch, “La fanciulla malata” del 1907. Accompagnato da tre versioni precedenti, la prima del 1894, e gli altri due da 1896, la tela mostra una ragazza dai capelli rossi a letto, con le spalle appoggiate a un enorme cuscino bianco. Inginocchiata al suo fianco una figura di donna che ha il capo reclinato. Sulla scena domina il silenzio e un evidente presagio di sventura nella luminosità spettrale dell’atmosfera. E’ evidente che l’artista abbia immortalato il momento doloroso della malattia fatale della sorella Sofie, morta di tubercolosi quando il pittore aveva appena quattordici anni. E sebbene si tratti di una modella, in questa tela resta vivo il ricordo della madre morente e l’angoscia di un ragazzino nei confronti della morte imminente.

Altro punto cruciale della mostra è l’archetipo della donna e la concezione del pittore verso il sesso opposto. Nei dipinti di Munch la figura di una donna può apparire tanto sensuale quanto pericolosa. E’ una creatura minacciosa dai capelli rossi e gli occhi verdi, simbolo di perdizione e lussuria, tentazione e crudeltà. Può essere una vergine dall’aureola rosso sangue, nuda e contorta in una posa così sensuale da scandalizzare chiunque, oppure un vampiro che porta via linfa vitale all’uomo inerme ed esangue. Visione che dunque spiega la rappresentazione dell’amore quale  forma di autodistruzione come nel caso dei due amanti costretti ad affrontare le conseguenze di una passione che li consuma.

Il fil rouge di questa mostra, che con intensità riesce ad affrancare Munch dagli stereotipi dell’artista maledetto dal percorso tormentato, sembra essere la capacità del pittore di comunicare i grandi disagi psichici dell’uomo contemporaneo, la cui opera e i cicli di riferimento furono sempre aperti sulla vita e la continuità creativa. Per questo motivo Munch non acconsentì mai a separarsi dai suoi quadri, poichè solo la visione unitaria di tutti poteva restituire il “senso” della vita, così come si compone una sinfonia.  Non a caso nel 1896 Strindberg aveva dichiarato nella celebre “Revue Blanche” che per interpretare nel migliore dei modi l’opera di Munch “occorrerebbe comporre musica sulla sua pittura“.

 

Info:
Edvard Munch. Arquetipos
a cura di Paloma Alarcó e Jon-Ove Steinaug
dal 06  ottobre 2015 al 17 gennaio 2016
Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

 

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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