Arnaldo da Brescia, sovvertitore dell’ordine costituito

12/07/2014 di Davide Del Gusto

Arnaldo da Brescia

Arnaldo da Brescia. Nel 1119 un canonico regolare si erse innanzi al popolo di Brescia attaccando a più riprese la persona e l’opera del vescovo, Manfredo, in quel momento lontano dalla città. Sfruttando le continue proteste da parte delle autorità comunali, egli denunciò con veemenza la corruzione del clero secolare, sostenendo che tutte le cariche ecclesiastiche, a partire dalle alte gerarchie, dovessero abbandonare di colpo ogni bene e regalia di cui avevano goduto indiscriminatamente per troppo tempo, dovendo vivere solo del ricavato di elemosine e decime, con particolare riferimento alla tanto vagheggiata povertà degli apostoli e dei cristiani delle origini. L’oscuro canonico rispondeva al nome di Arnaldo, futuro protagonista di una serie di eventi significativi per la ridefinizione dei poteri del regnum e del sacerdotium in una delle fasi cruciali dell’età medievale.

Arnaldo da Brescia, eresieIn seguito a questa furiosa arringa dal sapore anticlericale, papa Innocenzo II decise di togliere ad Arnaldo la facoltà di predicare al popolo e di farlo allontanare da Brescia alla svelta. Ma fu proprio questo primo provvedimento da parte di Roma a far ripartire con maggiore slancio la radicale riforma del chierico, se non altro garantendone l’estensione Oltralpe. Arnaldo, non a caso, preferì rifugiarsi in Francia presso il celebre Pietro Abelardo, conosciuto negli anni degli studi giovanili: grazie al suo mentore, aveva avuto la possibilità di leggere avidamente i testi dei Padri della Chiesa, una base intellettuale che avrebbe successivamente trasformato alla luce della sua idea del mondo, e ora, da fuggiasco, poteva tranquillamente insegnare a Parigi le Scritture e le divinae litterae ad alcuni studenti nella canonica di Sant’Ilario. Ma il perno del programma politico di Arnaldo rimasero le teorie stesse del suo magister, le quali contrastavano aspramente l’oppressivo controllo esercitato dalla Chiesa sulla vita religiosa: in particolare, la fede doveva costituire il traguardo di un percorso che non poteva partire che dalla ragione, coadiuvata da uno sforzo di tutta la comunità nello studio della dottrina, non dovendo necessariamente dipendere dalla mediazione del sacerdotium. È evidente come questo approccio non avesse ricevuto alcun consenso da parte delle autorità e delle gerarchie ecclesiastiche, che iniziarono ad osteggiare Abelardo. Quando, infatti, nel 1139 venne convocato il Concilio Lateranense II, le speculazioni del filosofo francese vennero condannate come eretiche e, con esse, anche quelle del suo discepolo lombardo.

Nel 1140 Arnaldo riaccese la sua polemica contro il potere ecclesiastico in un nuovo concilio convocato a Sens, quando ebbe la possibilità di scontrarsi con un gigante della spiritualità del tempo, il potente ed influente abate cistercense Bernardo di Clairvaux, il quale riconfermò il grado di pericolosità per la stabilità e l’unità della fede cristiana delle teorie già condannate a Roma l’anno precedente: in un’epistola al papa denunciò con forza la carica eversiva delle opere di Abelardo, propugnatore, per lui, di un nuovo Vangelo. Grazie all’appoggio del re di Francia, Luigi VII, l’abate ottenne l’espulsione di Arnaldo dai territori della corona capetingia e pregò Innocenzo II di farlo rinchiudere in clausura.

Arnaldo da BresciaEsule anche nella sua patria d’adozione, Arnaldo riparò dapprima in Svizzera (trovandovi l’opposizione del vescovo di Zurigo, Ermanno di Costanza, opportunamente avvisato da Bernardo della pericolosità dell’eretico lombardo) e, nel 1143, in Boemia e Moravia; qui, inaspettatamente, la sua predicazione non venne osteggiata e, addirittura, ottenne la protezione del legato papale Guido di Castello: Bernardo, non potendo accettare ciò, ancora scioccato dall’irruenta personalità di Arnaldo, così saldamente convinto della bontà e della necessità della sua politica “antisistema”, mise in guardia Guido, dipingendo icasticamente il bresciano con le seguenti parole: “[Arnaldo] la cui parola è miele, ma la dottrina veleno; che ha la testa di una colomba, ma la coda di uno scorpione. Colui che Brescia vomitò, Roma aborrì, la Francia scacciò, la Germania maledisse e che l’Italia non volle ricevere, si trova presso di te”.

Contemporaneamente, a Roma, capitale del mondo cristiano e roccaforte del potere temporale dei papi, iniziò a costituirsi per volontà popolare un potere laico autonomo, parallelo a quello ecclesiastico, che si sarebbe dovuto rifare, nella prassi, alle crescenti esperienze comunali lombarde e, nell’ideologia, alla Roma repubblicana e ai suoi simboli: il Campidoglio venne elevato a sede del nuovo Senato del comune romano, che iniziò una campagna di espropriazione di terre e regalie appartenenti alla Chiesa, culminata nella creazione di un patricius del popolo, cui sarebbero spettati i privilegi precedentemente detenuti dalle cariche ecclesiastiche cittadine. Nel 1145, ottenuto finalmente il perdono da parte di Eugenio III, Arnaldo poté scendere in Italia, mosso dal desiderio di comparire a Roma da penitente e di operare finalmente a una distanza minima dalla sede del potere pontificio: grazie al successo dei sermoni fieramente antipapali del bresciano e dopo una continua serie di contrasti con le autorità comunali, il papa fu costretto a fuggire. Roma fu momentaneamente “liberata” dal controllo ecclesiastico.

Arnaldo divenne così il campione del nuovo corso degli eventi: la sua natura lombarda e la sua spiritualità patarinica avevano riacceso in lui la fiamma della predicazione di riforma radicale della società, la quale non avrebbe dovuto più vedere un chierico a capo di qualunque ufficio non strettamente legato all’ambito sacerdotale. Così Giovanni di Salisbury avrebbe descritto l’azione di Arnaldo vent’anni dopo l’esperienza del comune romano: “Ebbe infatti con sé molti zelatori della continenza, che per l’aspetto di onestà e per l’austerità della vita piacevano al popolo, trovando sostegno soprattutto presso donne religiose. […] Criticava ormai apertamente i cardinali, dicendo che il loro consesso, per superbia e avarizia, per ipocrisia e molte nefandezze, non era la chiesa di Dio, ma un mercato e una spelonca di ladri: tra il popolo cristiano essi esercitavano le veci di scribi e farisei. Nemmeno il papa era ciò che si professava, uomo apostolico e pastore di anime, ma uomo sanguinario, che fondava la sua autorità su incendi e omicidi, torturatore delle chiese, persecutore dell’innocenza, il quale non faceva altro al mondo che vessare la gente, riempiendo le proprie casse e svuotando quelle degli altri. Diceva che il suo essere apostolico consisteva nel non imitare affatto la dottrina e la vita degli apostoli: perciò non gli era dovuta obbedienza né reverenza. Aggiungeva inoltre che non dovevano essere accettati uomini che pretendessero di soggiogare a schiavitù Roma, sede dell’impero, fonte della libertà e signora del mondo”.

Questa situazione non poteva certo durare a lungo. Nel 1155 Adriano IV lanciò l’interdetto come ultima ratio sulla stessa Roma. Una simile situazione, senza precedenti, fece sprofondare il libero comune nel caos: l’aristocrazia locale, impaurita e sempre più timorosa nei riguardi della plebe in continua rivolta, decise di sanare la questione cacciando Arnaldo dalla città e consegnandolo di fatto a Federico Barbarossa, sceso in Italia per essere incoronato imperatore: costui risolse di affidare le sorti del predicatore al pontefice stesso. Arnaldo venne immediatamente condannato a morte non come eretico, ma come ribelle, e fu impiccato; il corpo venne successivamente bruciato e le sue ceneri sparse nel Tevere, per evitare che potessero costituire oggetto di venerazione da parte dei suoi seguaci. Ma il movimento arnaldista, nato attorno alla figura carismatica del proprio leader e da esso dipendente, rapidamente si dissolse senza lasciar traccia, sul palcoscenico di una Roma in cui tornò saldamente a regnare il papato.

Il mito e la personalità di Arnaldo non vennero riscoperti che nel XVIII secolo, quando i giansenisti lombardi ne esaltarono le gesta di strenuo oppositore all’oppressione del trono pontificio. Da qui alla retorica risorgimentale il passo fu breve: il predicatore bresciano divenne, nel XIX secolo, l’iconico rappresentante dell’ideologia anticlericale e il paladino del neoghibellinismo. Il culmine della disputa che ne seguì tra clericali e massoni si ebbe con l’innalzamento a Brescia di un monumento all’antieroe locale, sul cui basamento campeggia l’iscrizione: “Ad Arnaldo, al precursore, al martire del libero italico pensiero Brescia sua decretava tosto rivendicata in libertà. MDCCCLX”.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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