Armi da fuoco in Usa: una partita ancora aperta

08/02/2013 di Giacomo Bandini

newton-armi-usaDopo Newtown, Albuquerque e Aurora, decine di morti e un velo di lacrime che ha ricoperto un intera nazione non sono in pochi gli americani che chiedono una regolamentazione nazionale del possesso delle armi da fuoco. Proprio in questi giorni si parla del nuovo tentativo di Obama e co. di riformare il sistema di vendita e controlli sulle armi, tentativo che non solo trova una forte opposizione politica da parte dei più conservatori, ma trova ovviamente l’opposizione serrata di una delle più potenti lobby degli Usa: la NRA, National Rifle Association, la lobby delle armi. Biden in persona è stato selezionato per redigere una bozza da presentare al Congresso entro fine gennaio, ma che ha ancora una volta diviso le varie fazioni all’interno del Parlamento.

Chiaramente non è possibile guardare al problema culturale con i filtri che la nostra società, le nostre abitudine e anche i nostri media hanno posto negli anni di fronte al concetto stesso di “possesso di armi da fuoco”. Questo articolo non si soffermerà su questo aspetto culturale che è già stato efficacemente descritto da un precedente articolo sempre su questo sito da Andrea Viscardi, bensì cercherà di fare un’analisi della legislazione precedente sulle armi e sull’attività delle lobby delle armi.

Pur essendo differente da stato a stato, nel 1994 Bill Clinton con una certa difficoltà fece approvare al Congresso una legge, il Federal Assault Weapons Banche aveva sospeso la commercializzazione di determinati modelli di fucili d’assalto per 10 anni. Quando nel 2004 scade non viene rinnovato dalla successiva amministrazione Bush anche se le pressioni dei Democratici e di alcune frange della società civile stavano per forzare la mano verso una riconsiderazione, magari meno restrittiva. Ne 2008 infine arriva la conferma della Corte Suprema che ribadisce la libertà espressa dal famoso II emendamento.

A gennaio però, in seguito all’ennesima strage ad Albuquerque il presidente Obama, da sempre schierato verso il partito della restrizione, decide di rompere gli indugi per una riforma che delinei un nuovo severo controllo sulle armi da fuoco, ma che riesca anche a mediare le istanze delle parti in gioco e che riesca ad essere accettato anche dal colosso NRA. Tocca perciò a Biden elaborare la proposta di legge, un compito arduo, estremo, quasi impossibile. Le vie che si prospettano per riuscire negl’intenti sono tre:

1)      Andare contro la Corte Suprema e l’interpretazione del 2008, di conseguenza contro la NRA e parte della società civile e dei Conservatori, un impresa nel vero senso della parola

2)      Ricalcare la legge Clinton che restringeva temporaneamente l’acquisto di determinate categorie di armi da fuoco

3)      Utilizzare la tecnica della dissuasione, adottata con successo ad esempio per il contrasto al fumo (ma non era un diritto costituzionale quello del tabacco): pone svariate possibilità di azione come aumentare la tassazione sui prodotti inerenti e diretti, costituire organi incaricati di attuare campagne di sensibilizzazione e di controllare implicitamente la diffusione

Per il momento la coppia Obama-Biden ha cercato di modificare il Federal Assault Weapon Ban di Clinton, ma con scarso risultato. Hanno però potuto contare sull’impatto mediatico che la figura di Gabrielle Giffords ex deputata democratica, rimasta ferita in seguito ad un attentato nel dicembre del 2011, ha donato alla causa. Oltre al lavoro tutt’oggi crescente dei gruppi di pressioni (in forte sviluppo) contrari alla liberalizzazione del commercio di armi che incontreranno non solo Biden, ma numerosi conservatori “contendibili” e gli stessi distributori di armi e munizioni a livello nazionale.

L’altra sponda il cui vertice è rappresentato da Wayne La Pierre è nota e rimane ancora la più forte dal punto di vista organizzativo, logistico ed economico. Innanzitutto va rilevato che riunisce non solo produttori e distributori di armi da fuoco, ma anche segmenti di utilizzatori finali, tutt’altro che militari. Si parla di oltre i 4 milioni di iscritti costanti. In secondo luogo è necessario descrivere la struttura organizzativa come una vera e propria macchina da guerra per l’attività di lobbying: avvocati, esperti, lobbysti e una capillare presenza sull’intero territorio americano. Uno dei più sostanziosi pack elettorali. Il budget annuo in spesa per campagne di lobbying e comunicazione supera i 20 milioni di dollari. La strategia che hanno deciso di adottare dopo i fatti drammatici che li vedevano come i “mostri da condannare” della situazione è stata assai aggressiva. Di facciata le dichiarazioni sono state controverse e si possono riassumere sostanzialmente nel concetto che non è colpa delle armi né di chi le vende se gli uomini le utilizzano nel modo sbagliato. Seguite dalla controversa proposta di fornire armi agli operatori scolastici per fermare eventuali tentativi di strage all’interno degli istituti. Nel sommerso poi parallelamente la NRA ha dato vita ad alcuni progetti per spiegare alle scuole come difendersi e come fermare casi di follia omicida in modo autonomo, senza attendere l’ausilio delle forze dell’ordine. Inoltre è iniziata una forte azione di pressione affinché la causa dello svilupparsi di queste violenze sia individuata in altri fattori della società come i media e  i videogiochi. L’ultima proposta in relazione al testo di Biden è stata quella di restringere l’utilizzo delle armi solamente alle persone con gravi menomazione psicofisiche. Una strategia silenziosa, meno clamorosa di tutte le dichiarazioni sentite, ma a quanto pare molto efficace.

Inutile sbilanciarsi su chi vincerà questa grande battaglia civile, solo il tempo chiarirà le vere intenzioni della politica statunitense. Rispetto al passato, comunque, sembra più propensa ad un cambiamento. Per Obama e i suoi si rivela ancora impresa ardua, ma non impossibile. Non sarebbe la prima volta che il presidente riesce a ribaltare situazioni a lui sfavorevoli in partenza.

 

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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