Area Valutaria Ottimale: non solo Robert Mundell

19/05/2014 di Giovanni Caccavello

Per costruire un’Area Valutaria bisogna saper analizzare almeno sei criteri fondamentali, e non tutti risultano essere economici. Per raggiungere un livello ottimale di integrazione economica, invece, serve una classe politica capace ed intraprendente

Europa

Non solo Mundell – Nel 1961, Robert Mundell, un giovane professore di economia presso la John Hopkins University, partendo da alcune considerazioni introdotte nel dibattito economico da James Maede, economista britannico Premio Nobel nel 1977, il quale credeva che una qualsiasi unione monetaria non sarebbe potuta essere sostenibile nel lungo periodo se la mobilità del lavoro fosse rimasta scarsa, scrisse uno dei paper economici più illuminanti di sempre intitolato A Theory of Optimum Currency Areas. All’interno di questo scritto, unico nel suo genere, Mundell spiegava in termini molto chiari come il lavoro non era l’unica variabile a rendere più o meno “ottimale una qualsiasi area valutaria”, ma come tutti i fattori relativi al capitale “risultino essere importanti per raggiungere una maggiore integrazione inter-regionale”.

Questo saggio aprì un intenso dibattito accademico che portò nel corso dei decenni successivi molti professori, tra cui in particolare Ronald McKinnon e Peter Kenen, ad analizzare il livello ottimale di una qualsiasi area valutaria.

Robert Mundell. Fonte: robertmundell.net
Robert Mundell.
Fonte: robertmundell.net

Grado di apertura dell’economia – Nel 1963, Ronal McKinnon – a quel tempo professore presso la Stanford University – spiegò come uno dei più importanti criteri da tenere in considerazione quando si parla di “area valutaria ottimale” sia il cosiddetto “grado di apertura dell’economia”. Secondo McKinnon, se due paesi, A e B, hanno due valute diverse, ma nel corso degli anni il loro livello di integrazione commerciale raggiunge un livello molto alto, come nel caso dei paesi Europei – l’International Chamber of Commerce, ad esempio, mostra come la maggior parte dei paesi europei risulti avere una propensione agli scambi commerciali nella media o sopra la media con l’Italia che registra un buon risultato di 3,7 -, allora tale intensità di scambio commerciale farà in modo di rendere il livello di competizione sempre più forte e di equalizzare i prezzi denominati nelle due valute. Ciò significa che questi paesi hanno una valida ragione per provare ad implementare un’unione economica e monetaria.

Peter Kenen – Nel 1969, un altro economista, Peter Kenen, professore presso la Princeton University, introdusse un altro criterio di valutazione per capire se due o più paesi fossero adatti per condividere la stessa valuta. Kenen introdusse la tematica, di fondamentale importanza, della diversificazione dei prodotti. Secondo Kenen “i paesi la cui produzione ed export sono altamente diversificati e di simile struttura formano un area valutare ottimale”. Anche in questo caso i paesi europei che nel corso degli ultimi 63 anni (ricordiamo infatti che la fondazione della prima unione economica europea fu stabilita nel 1951 con il Trattato di Parigi) hanno seguito il processo di integrazione europea risultano avere una produzione altamente diversificata e di simile struttura, basti solo pensare al diverso tipo di produzione tra Francia, Germania ed Italia, i tre paesi portanti dell’Euro-Zona. Numerosi studi della Commissione Europea, riportati anche da Paul De Grauwe nel suo libro di testo The Economics of Monetary Union, hanno analizzato questo aspetto e hanno spiegato come l’unione economica e monetaria abbia portato ad un aumento della diversificazione dei prodotti ed una maggiore integrazione commerciale tra i paesi membri.

I criteri “politici” – Se i primi tre criteri analizzati sono di carattere puramente economico e “teorico”, gli altri tre principali criteri utilizzati per capire se un “area valutaria ottimale” è di possibile sviluppo nel lungo periodo risultano essere più “politici”. Trasferimenti fiscali, omogeneità di preferenza e integrazione verso un destino comune sono argomenti legati alle politiche fiscali e politiche di integrazione determinate dal volere politico dei singoli stati. Al fine di raggiungere un’integrazione economica e politica maggiore è necessario, quindi, non solo cercare di raggiungere un’unione bancaria ed un unione fiscale maggiore (magari cercando di seguire il modello svizzero), ma anche di implementare politiche di sostegno come il programma Erasmus, spiegare ai cittadini il fine ultimo dell’integrazione europea e creare un “destino comune” che unisca i cittadini e li renda più solidali gli uni con gli altri.

Prendendo in considerazione l’Unione Europea ed in particolare l’Euro-Zona è necessario non solo collaborare – come è avvenuto nel corso della crisi per fare passi avanti concreti in ambito bancario, finanziario e fiscale -, ma anche cercare di integrare in modo sempre maggiore i cittadini europei, partendo dagli studenti, dai giovani e dalle future generazioni che saranno i cittadini europei del futuro.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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