Area valutaria ottimale e mobilità del lavoro, UE e USA a confronto.

09/07/2013 di Andrea Luciani

Mercato valutario UE - USA

E’ indubbio l’euro abbia accresciuto la credibilità internazionale di molti paesi dell’Unione (basti pensare alla reputazione inflazionistica italiana pre-euro); che esso presenti notevoli vantaggi, come l’eliminazione dei costi di transazione fra le diverse valute (in passato pari allo 0,5 %  del PIL europeo), trasparenza dei prezzi, minore incertezza sui differenziali dei tassi di interesse dei Paesi, signoraggio europeo e coordinamento della politica monetaria. Ma, nonostante ciò, l’area dell’euro è  ancora lontana dal rivelarsi efficiente; infatti malgrado sia sulla strada di una maggiore integrazione delle economie e di un coordinamento delle politiche fiscali, è distante dai risultati ottenuti da una delle aree valutarie comuni più importanti del mondo, cioè quella statunitense.

Robert Mundell, premio Nobel per l’economia 1999, osservando gli USA, si era espresso, già nel 1961, in merito a quando i benefici di di far parte di un’area valutaria unica fossero inferiori ai costi. In particolare Mundell individuava i requisiti essenziali delle economie dei paesi membri, affinché l’area valutaria comune potesse essere considerata ottimale e dunque efficiente. Essa doveva essere caratterizzata da:

  • Elevato interscambio fra le economie dei Paesi membri;
  • Elevata flessibilità di prezzi e salari;
  • Omogeneità delle economie dei Paesi;
  • Elevata mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro).

Per meglio fronteggiare quelli che in economia vengono chiamati shock asimmetrici (ad esempio un calo dell’occupazione in una specifica regione dell’UE ma non nelle altre), diventa fondamentale il fattore della mobilità del lavoro. Questo perché, la perdita dell’uso della politica monetaria inciderebbe di meno sui Paesi membri qualora il lavoro fosse altamente mobile fra le varie regioni. Per esempio, se la domanda aggregata si riducesse in Irlanda, il lavoro migrerebbe dall’Irlanda verso altri paesi europei, riducendo quindi il livello di produzione naturale in Irlanda e aumentando quello degli altri, ristabilendo, quindi, un equilibrio (cosa che avrebbe dovuto verificarsi con un deprezzamento del cambio reale, in un regime di cambi flessibili).

Analizziamo ora qualche dato e confrontiamoli con l’area valutaria americana.

Nel 2002, in Italia (che prendo come punto di riferimento, poiché, non solo ci interessa maggiormente, ma i dati europei, sebbene quelli italiani siano inferiori alla media, non vi si discostano significativamente), solo lo 0,28% dei lavoratori si è mosso verso l’Europa. Di questi circa il 6% è under 24. Nell’ultimo ventennio (1990-2010) questa percentuale è aumentata mediamente dello 0,4% all’anno. L’area economica degli USA, che certamente risente in maniera positiva di un unione più antica di quella europea, ha registrato fino agli anni 80 una crescita della quota annua di lavoratori che cambiano stato (sempre all’interno dell’unione) dell’ 1,2%, dunque un valore praticamente triplo rispetto alle medie europee. La crescita di questo valore è poi diminuita ma il tasso americano di migrazioni stato-stato, alla ricerca di un lavoro o di profitto (se si parla di mobilità di capitali) è infinitamente più alto di quello europeo. Basti pensare che, in media, il 40% degli americani si trasferisce da uno stato ad un altro almeno una volta nella vita e la prospettiva giovanile è di maggiore mobilità: infatti, contando lo Stato dove si nasce (es: Florida), se si è dei buoni studenti si può sperare di studiare ad Harvard (Massachusetts), a Yale (Connecticut) o alla Columbia (New York) e una volta laureati trovare lavoro nella Silicon Valley (California) o perché no, in qualche ufficio federale a Washington. Di conseguenza la prospettiva di molti laureandi americani è una mobilità su almeno tre degli Stati della federazione. In Europa, invece e in Italia ancor più, questo tipo di prospettive non sono nemmeno vicine a quelle dei nostri under 24.

Le “differenze” europee

E’ chiaro quanto occorra attingere a questi dati con prudenza, poiché da un lato l’UE è ben lontana dal potersi/volersi considerare un’unica nazione federata e dall’altro, gli ultimi due secoli  di storia di Europa e Stati Uniti sono stati completamente differenti, l’una di guerre e divisioni, l’altra di unificazione e consolidamento.

Nonostante queste differenze “strutturali” spieghino in gran parte le diversità fra i due sistemi economici integrati ci sono almeno tre buoni motivi per prendere spunto da questi dati per una riflessione costruttiva:

Innanzitutto, per una ragione di pura efficienza economica. Infatti, come già affermato, da Mundell, è essenziale per l’ottimizzazione di un’area valutaria, l’integrazione fra i diversi paesi e l’elevata mobilità dei fattori produttivi. In secondo luogo, perché da quando l’euro è entrato in circolazione, obbligando, di fatto, gli Stati membri a rinunciare alla propria politica monetaria, l’Europa necessita di una riforma della governance in termini di coordinamento delle RS e delle politiche macroeconomiche. Infine, perché l’idea d’Europa dei padri fondatori dell’Unione, è un progetto rivoluzionario, che trascende i limes dei singoli Stati, le loro sovranità e nazionalità. E’ un progetto di pace e cooperazione, il quale costituisce l’unica vera possibilità per il “Vecchio Mondo” di recitare un ruolo da global player nello scenario internazionale.

Vediamo allora quali possono essere le altre “cause” di questo gap con gli USA che anche Europa 2020 ha ribadito di voler colmare.

L’Unione Europea, negli ultimi anni, ha proposto moltissimi programmi di mobilità studentesca e promosso programmi per i lavoratori di specializzazione all’estero. Tuttavia tali  sforzi, malgrado abbiano generato effetti positivi all’interno della fascia d’età dei

20-30enni è ancora lontana dal riuscire a sedimentare una coscienza di cittadinanza europea, continuamente messa in discussione da movimenti e partiti anti-europeisti quali la Lega Nord (in Italia), il Front National (in Francia) o i “pirati” (in Germania). Le cause principali di questa resistenza, sono sicuramente da ricercare nelle diversità culturali e storiche delle varie popolazioni europee, nonché nella presenza di numerosi idiomi e lingue differenti all’interno dell’Unione che per molti Paesi, con un basso tasso di conoscenza delle lingue straniere (vedi l’Italia), costituiscono una “barriera” laddove il trattato di Schengen avrebbe dovuto abbatterle. Troppo spesso, infatti,  il doversi muovere in un altro paese, non viene visto nell’ottica dell’opportunità offerta dal fatto di far parte dell’Ue.

Così accade che mentre i dati sulla percentuale dei giovani disoccupati, attestata oltre il 30%, sono preoccupanti in molti paesi europei, quali Portogallo, Grecia, Spagna, Francia, Irlanda, Polonia e Italia, i tassi di mobilità  rimangono pressoché invariati.

Non sono comunque solamente queste differenze culturali a frenare l’interscambio europeo. Oltre le già citate ideologie anti-europeiste, vi sono, infatti, degli ostacoli contingenti alla mobilità. Ad esempio, la difficoltà di passare attraverso le amministrazioni pubbliche e/o i servizi bancari. Negli USA per aprire una società ci vuole circa la metà del tempo che ci vuole in Europa e un quarto di quanto ne necessiti in Italia, senza contare i tempi di attesa per il rilascio di permessi, autorizzazioni o licenze. Tutto ciò rende difficile il movimento di capitali fra i paesi dell’Unione (d’altronde Mundell riteneva indispensabile una forte apertura e flessibilità dei mercati di un’area comune, di certo non aveva in mente il sistema italiano di licenze per farmacie e tassisti!). Un’altra difficoltà è data dal basso livello di internazionalizzazione delle scuole in alcuni Paesi (specie in Italia), con la conseguenza che esiste un enorme divario fra chi come i Norvegesi, i Danesi e gli Olandesi, conosce mediamente 3 lingue straniere e lo studente italiano, spagnolo o francese che ne conosce una o due.

In questo contesto si può dunque pensare a RS non solo nell’ottica di una maggiore efficienza economica, ma come necessarie per il futuro stesso dell’Unione, attaccata, nella sua credibilità, dai mercati finanziari, occorre riuscire a creare alla “base” una coscienza comune e la voglia di essere europei. Solo da questa base poi, potranno scaturire leader politici pronti a impegnarsi nel progetto dell’Unione Europea. Insomma parafrasando Massimo d’Azeglio, fatta (in parte) l’Europa, ora bisogna fare gli Europei.

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Andrea Luciani

Nasce a Roma il 25/03 /1991. Appassionato di studi internazionali e fermo sostenitore del progetto dell'Unione Europea, è laureato in Scienze Politiche presso la LUISS Guido Carli, dove ora studia International Relations. Collabora con l'associazione ONLUS Intercultura con la quale è stato in Nuova Zelanda sei mesi nel 2009. Nel 2012-2013 conclude il programma Erasmus di sei mesi presso l'università si Sciences Po Paris.
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