L’Arabia Saudita incontra l’austerity

31/12/2015 di Alessandro Mauri

L'Arabia Saudita ha introdotto delle misure di austerity a causa del crollo del prezzo del petrolio, ma ben più lievi di quelle a cui siamo abituati in Europa

L’Arabia Saudita si trova ad affrontare il crollo dei prezzi del petrolio, sostenuto dal suo stesso governo, che la costringe ad attuare misure di austerity per limitare l’enorme deficit. Nulla in confronto a quello visto in Europa, ma comunque un segnale che la situazione attuale non può durare in eterno.

Le quotazioni del petrolio – L’Arabia Saudita, in quanto leader del cartello dei produttori petroliferi Opec, è il maggior responsabile del crollo delle quotazioni cui abbiamo assistito in questi mesi. Riyad ha infatti stabilito di non ridurre la produzione nonostante il calo della domanda internazionale di petrolio e il contemporaneo aumento dell’offerta. Questo ha determinato il crollo dei prezzi, passati da oltre 100 dollari a poco più di 35 dollari al barile. L’obiettivo è quello di eliminare dal mercato i concorrenti americani, rendendo la tecnologia alla base dello shale oil troppo costosa rispetto alle quotazioni: secondo diverse stime il punto di pareggio per i produttori USA è compreso tra i 60 e gli 80 dollari al barile, ben al di sopra del livello attuale. L’Arabia Saudita intende inoltre indebolire il proprio nemico storico, l’Iran, che si appresta a tornare sul mercato dopo la fine delle sanzioni per il nucleare, e fiaccare la Russia, che appoggia l’altro nemico Saudita, il regime di Assad in Siria. Entrambi questi obiettivi sono utili agli stessi Stati Uniti, che vedono indebolirsi due potenziali nemici.

Le conseguenze – Questa decisione, tuttavia, sta avendo pesanti conseguenze anche all’interno della stessa Arabia Saudita, dal momento che il prezzo del petrolio è sceso ben al di sotto del suo punto di pareggio. Se consideriamo infatti che il Paese esporta oltre 7 milioni di barili al giorno, i cui ricavi rappresentano il 90% delle entrate fiscali e il 40% del Pil, possiamo comprendere quali effetti un prezzo troppo basso possa avere sull’economia. Il deficit per il 2015 si aggira attorno ai 100 miliardi di dollari, pari al 16% del Pil, un rapporto stratosferico, se pensiamo che in Europa si cerca di restare al di sotto del 3%, e le previsioni per il prossimo anno parlano di cifre simili.

Correre ai ripari – Per la prima volta da anni dunque l’Arabia Saudita è stata costretta a varare politiche economiche restrittive, con l’obiettivo di limitare l’enorme spesa pubblica e, di conseguenza, il deficit. Innanzitutto sono state emesse sul mercato obbligazioni per 20 miliardi di dollari, che hanno fatto salire il debito pubblico al 5,8% del Pil; una cifra irrisoria, certamente, ma che è destinata a salire molto rapidamente se non si invertirà la tendenza. Altri 80 miliardi di dollari infatti sono stati stanziati attraverso l’utilizzo di riserve valutarie, che presumibilmente potrebbero durare altri 5 anni, ma che Riyad non può permettere scendano troppo. Sono attese pertanto diverse riforme, tra cui il taglio dei sussidi energetici, l’aumento dei prezzi della benzina (fino a 24 centesimi al litro), nonché delle bollette elettriche e delle tariffe dell’acqua. E non sono neppure escluse l’introduzione dell’Iva e l’aumento di altre accise.

Le possibili reazioni – Abituati a livelli di tassazione e di debito molto più elevati, potrebbe sembrare poco realistico parlare di austerity e di crisi per l’Arabia Saudita, ma è anche vero che una situazione del genere era impensabile fino a poco tempo fa. Un’economia che si basa quasi esclusivamente sul petrolio, può reggere anche una crisi degli altri settori produttivi, già in difficoltà per i tempi molto lunghi dei pagamenti della Pubblica amministrazione? In realtà il fatto che tutto sia nelle mani del governo saudita lascia poco spazio a crisi durature: nel momento in cui la situazione diventasse effettivamente insostenibile, sarebbe sufficiente ridurre la produzione per far tornare il prezzo del petrolio a livelli accettabili. Nel frattempo, poco importa se deficit, debito e tasse aumenteranno, l’importante è mettere in difficoltà tutti i nemici, vecchi e nuovi.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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