Antonello da Messina in mostra al MART di Rovereto

31/12/2013 di Simone Di Dato

Antonello da Messina, MART Mostra

Figlio di una civiltà mediterranea da sempre aperta alle contaminazioni, Antonello è un siciliano, un ragazzo di Messina che diventerà il punto di riferimento e di confronto di esperienze formatesi in realtà locali diverse. E in un panorama italiano che ha visto padroneggiare la Toscana con Cimabue, Giotto e Simone Martini. Antonello sarà capace di fondare  una riconoscibile identità italiana diventando il massimo esponente della pittura siciliana del XV secolo, grazie al suo sguardo curioso e attento nel fondere con equilibrio luce, atmosfere e dettagli, ma più di ogni altra cosa mettendo in primo piano la realtà dell’uomo, la sua profondità psicologica, il suo respiro.

Antonello da Messina, Mart
Ritratto d’uomo, 1475-1476

La mostra a lui dedicata presso il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, ha avuto, da quando ha aperto i battenti, grande riscontro di pubblico non solo per l’eccezionalità delle opere esposte e i confronti cronologici di ampio respiro, i prestiti nazionali e internazionali concessi per l’occasione che vantano la Galleria Borghese, i Musei Civici di Venezia, il Metropolitan Museum di New York e della National Gallery di Washington insieme a svariati musei della Regione Sicilia, ma sopratutto per la lettura completamente differente della produzione artistica del pittore. Partendo infatti  dal presupposto di mettere in discussione un po’ di cose, tra cui attribuzioni, collocazione cronologica delle opere, influenze, similitudini e differenze, finanche la data di nascita dell’artista stesso, la retrospettiva si concentra in modo del tutto originale sull’intelligenza e la perspicacia di Antonello da Messina, sullo studio degli intrecci storico-artistici del suo tempo senza farsi mancare nuove strade di interpretazione critica.

La scrupolosa indagine, tra controversie e punti fermi, si dirige dunque verso l’orizzonte dei maestri a lui contemporanei. In Italia Antonello condivide la fama con Piero della Francesca, matematico e grande studioso della prospettiva, pennello di opere eccelse, insieme con Mantegna, archeologo che intende la pittura come riscoperta della classicità, dell’antico. Superando la freddezza del primo e l’amore per l’antico del secondo, il pittore messinese guarda così senza limiti geografici, al gusto fiammingo intuendone la modernità: da Colantonio (suo maestro a Napoli ), Jean Fouquet,  a Van Eyck, fino ai meno celebri Antonio da Fabriano e il Maestro di San Giovanni da Capestrano. Da Napoli alla Spagna, dalla Provenza alle Fiandre, da Urbino a Venezia, l’influenza stilistica e pittorica internazionale non lascia però prigioniero Antonello che preferisce così l’umanità concreta dei suoi soggetti, immersa in spazi architettonici tipicamente italiani.

MART Mostra Antonello da Messina
Annunciata di Palermo, 1476

Curato da Ferdinando Bologna, collaboratore di Roberto Longhi, e Federico De Melis (con l’aiuto di Maria Calì e Simone Facchinetti), il percorso espositivo trova nel ritratto il suo fil rouge successivo. “Sentivo il bisogno di creare qualcosa attorno a un’icona – ha confermato a tal proposito la direttrice del MART Cristiana ColluE un’icona è l’Annunziata, in mostra come anche l’Annunciazione di Siracusa. E’ un volto inafferrabile, nel quale troviamo un lato ignoto di noi stessi. Quindi un volto contemporaneo.” Insieme a queste, la mostra presenta ancora fino al 12 gennaio, una selezione di 15 opere di grande bellezza.

Spicca il “Ritratto d’uomo” appena restaurato e proveniente dal Philadelphia Museum of Art,  il “Salvator Mundi” direttamente da Londra e la “Madonna Benson” con la già citata “Annunciazione” di Siracusa. A dominare quest’opera è senza dubbio la colonna verticale che ci invita a guardare lo spazio domestico di Maria. Al contempo un angelo meraviglioso viene a farle visita, scorgendo una Vergine di infinita dolcezza e serenità, immersa in spazi dalla chiara cura fiamminga dei dettagli. E ancora il “Cristo alla colonna” dal Louvre di Parigi, che mostra un Cristo in un taglio fortemente ravvicinato, ad evidenziarne le sofferenze. Si scorgono le lacrime e  le gocce di sangue che incorniciano un volto che sembra essere più uomo che Dio (così come l’Ecce Homo conservato a Genova) ma nonostante tutto dallo sguardo consapevole del suo destino, lo sguardo di un Cristo non vinto. Ogni opera in definitiva,  testimonia una visione inedita delle intenzioni e del talento del Maestro. Un talento che dà voce alle persone in carne e ossa, anche quando si tratta di soggetti sacri. Ne cogliamo così i caratteri, le diverse personalità alla maniera dei fiamminghi, ma con vive sfumature psicologiche. Sono opere che raccontano la vita non come dovrebbe o potrebbe essere, ma esattamente com’è.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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