ANPI da un lato, Casapound dall’altro? Tra i due litiganti il neofascismo gode

24/05/2016 di Edoardo O. Canavese

La frase della Boschi sui “veri partigiani” ha scatenato lo scontro tra governo e ANPI. Ma il referendum rischia di diventare grave motivo di divisione e delegittimazione interna per l’associazione partigiani. Inoltre il rischio che il neofascismo di Casapound, sostenendo il "no" alla riforma, si guadagni una patente di credibilità è molto alto.

Quando il 21 gennaio scorso l’ANPI ha dichiarato di sostenere la campagna per il “no” al referendum costituzionale di ottobre, pochi pensavano che la posizione assunta avrebbe scatenato una rissa che avrebbe travalicato i confini dell’associazione. Oggi al centro della polemica c’è la ministra Boschi, rea di aver distinto tra “partigiani veri” (quelli che voteranno sì, ndr) e gli altri. La lettura capziosa offerta dagli osservatori in realtà elude un problema reale che la Boschi ha, forse maliziosamente, sollevato: riguarda la capacità rappresentativa dell’ANPI. A nome di chi parla? E’ legittimo considerare indistintamente “partigiani” gli iscritti, quando solo il 4% di loro ha combattuto durante la Resistenza? E in che misura si fa portavoce dei valori costituzionali? Gli interrogativi sull’ANPI spalancano inoltre un problema ancor più insidioso, cioè come giustificare una posizione parallela a quella di Casapound, erede dell’ideologia fascista.

E’ emblematico che l’ANPI e Casapound, autodichiarati eredi di due tra le principali ideologie del novecento italiano – antifascismo e fascismo – si ritrovino schierati dallo stesso lato contro la riforma della Costituzione del governo Renzi. Questa, se dovesse essere confermata dal referendum, cambierebbe i connotati dello Stato e della politica come non è mai accaduto dal ’48, inaugurando una vera Seconda Repubblica. Al di là dei giudizi sulla riforma, che neo-antifascisti e neofascisti si oppongano ad essa dimostra l’insofferenza di radicali forze d’opinione, qui per ortodossia ideologica qui per opportunismo politico, al cambiamento dello status quo. Se però l’ANPI considera un “vulnus” la riforma del Senato (e l’annessa riforma elettorale), è bene che consideri anche il rischio di legittimare la presenza di Casapound nel contesto politico, inserendolo nell’agone come forza credibile.

La decisione del congresso dell’ANPI di aderire alla campagna contro la riforma costituzionale ha sollevato le perplessità di molti. A Bolzano i partigiani hanno deciso di non sottostare al diktat, e quando il presidente dell’ANPI altoatesino ha difeso il presidente emerito Napolitano per gli attacchi subiti a margine della sua scelta per il “sì”, come tutta risposta gli organi centrali lo hanno deferito. L’ANPI ha quindi deciso di lasciare libertà di coscienza, ma ha ammonito chiunque voglia spendersi pubblicamente a favore della riforma creando comitati ad hoc. L’intransigenza del presidente Smuraglia danneggia la memoria storica che l’associazione conserva e confonde il dibattito politico, lasciando che membri estranei si impossessino del referendum e ne facciano trampolino di lancio della propria carriera, come i neofascisti di Casapound.

Il referendum costituzionale rappresenta la migliore occasione di Casapound per mettere il naso nella politica che conta. A tredici anni dalla nascita, ha raccolto l’eredità dei tanti minuscoli partiti neofascisti ed oggi, per copertura mediatica e vivacità promozionale, è il movimento nostalgico più forte. Ai vertici di Casapound tuttavia sanno che non basterà candidare il leader Di Stefano a sindaco di Roma per fare il salto di qualità; e sembrano aver capito che l’abbraccio tentato da Salvini, anche candidando – come a Milano – personaggi legati all’ultradestra, sia in realtà mortifero ed interessato unicamente ad assorbirne i voti. Presentarsi nel fronte dei “difensori della Costituzione” potrebbe invece permettere a Casapound di guadagnarsi una patente di credibilità costituzionale, nonostante l’evidente apologia del fascismo – ancorché negata dal pilatesco “ci furono anche degli errori” – che dal movimento di estrema destra viene comunque propagandata.

Non si vuole certo accusare l’ANPI di favorire l’ingresso del neofascismo nei confini politici, tutt’altro. Tuttavia ci si chiede se la mobilitazione contro la riforma costituzionale non stia oscurando la vera missione dell’associazione antifascista, quindi – appunto – l’antifascismo. Su 124mila iscritti dell’ANPI solo il 5% circa ha combattuto il nazifascismo, questo perché dieci anni fa l’associazione decise di aprirsi anche alle nuove generazioni. Scelta legittima. Ma chi rappresenta davvero l’ANPI oggi? Chi imbracciò i fucili o chi impugna le tessere? Inoltre la riforma costituzionale è tanto più grave per la sua missione di quanto non lo sia il quotidiano, progressivo dilagare delle frange neofasciste, quand’anche nascoste sotto spoglie leghiste o ex missine?

Quando qualche giorno fa Casapound ha manifestato a Roma contro l’UE e le leggi sull’immigrazione, l’ANPI ha organizzato una contro-sfilata a difesa dei valori antifascisti; una decisione sacrosanta, che se da un lato non basta a dimostrare l’efficacia dell’associazione contro la nascita di nuove formazioni nostalgiche, almeno esalta il suo elemento fondante e amalgamante, l’antifascismo. Imporre diktat e lasciare adito a litigi, interni ed esterni, su di un referendum, per quanto costituzionale, oggi indebolisce l’ANPI e mette a rischio la sopravvivenza della memoria e l’eredità dei partigiani.

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus