Anpi: ma cosa vogliono i partigiani?

13/09/2016 di Francesca R. Cicetti

La campagna referendaria dell’Anpi sta assumendo contorni sorprendenti, al limite del surreale.

Anpi

La campagna referendaria dell’Anpi sta assumendo contorni sorprendenti, al limite del surreale. Si badi bene, non è fuori luogo l’Anpi in sé: più che altro la sua pretesa di parlare a nome di una fiaccola oramai pericolosamente traballante. Sarà perché di venticinquemila iscritti all’Associazione nazionale partigiani, al massimo cinquemila sono stati partigiani a tutti gli effetti. Gli altri, come quasi tutti noi, conoscono la guerra dai libri di storia, e le montagne dagli assolati picnic domenicali. I rischi dell’allargamento delle iscrizioni anche a chi è nato a conflitto bell’è finito. Gli intenti, per carità, sono palesi e nobilissimi: continuare a sventolare la bandiera della memoria, e quella della Resistenza. Non va bene, ma benissimo.

Ma a conti fatti, ciò che rimane a noi è un manifesto, apparso in questi giorni, con un partigiano baffuto che afferma: “io dico di NO”. No alla riforma. Ce lo chiede chi ha contribuito a far sì che esistesse, una Costituzione. Chi ha combattuto per ottenerla. O forse no.

Ferma restando la sacrosanta possibilità di dissentire, il tutto assume contorni un po’ goffi. L’Anpi ha, ovviamente, ogni diritto di prendere una posizione, che sia per la riforma o contro. Sarebbe meglio ancora se non imponesse la scelta, come se si trattasse di un partito politico. Non lo è, è un’associazione. Ma ciò che rende stravagante la questione oltre ogni limite, è l’immagine di un combattente per la libertà incollata a un cartellone. Messa lì, precisiamo, da chi il partigiano non l’ha mai fatto. In sostanza, se non è un falso storico, per lo meno è un falso morale. Nel senso che, nella realtà dei fatti, i militanti dell’Anpi attirano su di loro il merito e l’eredità di una moralità altrui. E non c’è niente di male, fino a che non diventa strumentalizzazione. Fino a che non si cerca di interpretare fantasiosamente i segni di un passato su cui non si hanno diritti.

Se non fosse che i non-partigiani si conquistano un posto privilegiato nell’opinione pubblica, si potrebbe anche lasciar correre. Ma non è così, perché col benestare (presunto) di chi ha combattuto la guerra, le voci nel dibattito suonano più acute. Vuoi per una questione di rispetto, vuoi per la carica affettiva. Per quel senso di dovere che ci lega alla volontà dei nostri padri. Non li vogliamo contrariare.

E poi, siamo davvero sicuri di sapere cosa volessero i partigiani? Forse l’Anpi lo è, e allora una lode alle sue incrollabili certezze. Per chiunque avesse dei dubbi, questa campagna è un po’ divertente, un po’ antipatica. Ad alcuni provoca un fastidioso prurito. Sarà per quegli associati anagraficamente in ritardo, che ora parlano a nome dei partigiani. E non c’è bisogno di essere dei fan della riforma per evidenziarne il controsenso.

 Ora, escludendo chi oggi milita nell’Anpi, ma in passato ha militato davvero, resta spazio per rimanere perplessi. Per loro, i più anziani, un profondo rispetto. Gli altri, i giovani che dovrebbero tramandare la memoria, prendano pure con forza una posizione politica, e ben venga. Ma senza farsi scudo dei meriti altrui.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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