Anomalisa

24/03/2016 di Evelina Montefiori

Ritorna Charlie Kaufman con un’opera in stop-motion sul dramma esistenziale di chi porta avanti la propria vita con difficoltà. L’intento è chiaro, eppure al film manca qualcosa.

Charlie Kaufman, da quanto tempo. Lo sceneggiatore e regista ritorna con Anomalisa, film a dir poco singolare, dopo sette lunghi anni di assenza dal grande schermo. Stiamo parlando di uno sceneggiatore il cui nome ha raggiunto una notorietà pari a quella dei più famosi registi di Hollywood, e che ha contribuito a legittimare un intero genere cinematografico nato sul finire degli anni Novanta, quello cosiddetto “indipendente” (o indie). Il cinema di Kaufman poggia su introspezione, psicoanalisi, intrecci narrativi che trovano nelle menti dei personaggi il loro centro, un terreno fertile per attecchire e procreare mondi paralleli dove niente è come sembra. Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee, Se mi lasci ti cancello, sono alcuni dei più brillanti lavori di un uomo che continua a influenzare intere generazioni di aspiranti sceneggiatori e cineasti. C’è l’autentico genio, il talento visionario, la capacità di raccontare storie che “vivisezionano” il cervello umano e le sue macchinazioni come pochi altri sanno fare. Tutto ciò è innegabile. Eppure con Anomalisa, suo secondo film da regista dopo Synecdoche, New York, Kaufman non è all’altezza di se stesso.

Nonostante la direzione a quattro mani con Duke Johnson e un buon margine di libertà accordato grazie al crowdfunding che ne ha sostenuto la realizzazione, al film manca qualcosa. Non c’è mordente, la mano dell’autore sfiora il suo pubblico ma non lo afferra, non c’è la paura di scoprire cosa verrà dopo e se ci sarà ancora, un dopo. Tratto da una pièce teatrale scritta dallo stesso Kaufman nel 2005, Anomalisa si avvale di un mezzo abbastanza innovativo per dar vita a una storia lineare ma satura di sottintesi. La scelta dei due registi è ricaduta sulla realizzazione in stop-motion, una tecnica che mette in successione milioni di fotogrammi ottenuti dalla ripresa di figure tridimensionali, mosse a mano passo dopo passo, fino ad ottenere fluidità nella sequenza. Partiamo dalla trama: il protagonista è un uomo di mezza età di nome Michael Stone. Sposato, con un figlio, di professione esperto di customer service, arriva a Cincinnati per tenere una conferenza promozionale sul suo ultimo libro. Dopo essersi sistemato all’Hotel Fregoli (il nome dell’albergo si scoprirà non esser stato scelto a caso), telefona a una sua vecchia fiamma che vive lì in città e le propone un incontro. La donna lo raggiunge ma l’appuntamento non va come sperato, così Michael decide di tornare in camera. Mentre percorre il corridoio però, viene attratto da una voce. È quella di Lisa, una giovane donna dal cuore tenero e ingenuo; la ragazza appare talmente diversa da tutte le altre persone incontrate fino a quel momento, che Michael non può fare a meno di provare immediata attrazione verso di lei.

Questo è quanto, né più né meno. È chiaro fin dalle prime scene che il film non fa leva su una trama avvincente o su ritmi serrati, niente di tutto ciò. L’intento di Kaufman invece è quello di rappresentare, attraverso i suoi pupazzi animati, un dramma esistenziale che, come quello di molti individui, spesso si auto-alimenta all’interno di una routine, e li condiziona in modo quasi impercettibile perché ormai interiorizzato. Michael Stone è un uomo che vive la propria esistenza con difficoltà: nonostante la sua professione di motivatore, è il più demotivato di tutti, insoddisfatto e irritato dalle interazioni sociali. Il film infatti è pieno di personaggi dall’eloquio prolisso che si rapportano con lui in modo tanto affettato da risultare opprimente, causandogli un’insofferenza al limite del tollerabile. In aggiunta, presentano tutti le stesse caratteristiche somatiche: visi identici, e soprattutto voci identiche. A tal proposito, come accennato prima, è necessario prestare attenzione al nome dell’albergo, l’Hotel Fregoli. Qui troviamo una chiave di lettura molto potente ai fini della comprensione della storia: esiste infatti la cosiddetta “sindrome di Fregoli”, così chiamata in riferimento a Leopoldo Fregoli, celebre trasformista italiano dei primi del Novecento.  La persona che ne è affetta pensa di essere costantemente perseguitata dallo stesso individuo, le cui fattezze si sostituiscono a quelle delle altre persone. Questo è un tema molto interessante: Kaufman utilizza il fregolismo per agire sulla massima spersonalizzazione, aggiungendo all’iterazione di volti uguali anche un’unica voce, caratteristica peculiare di ogni essere umano. Tutto ciò per esasperare ulteriormente l’omologazione e l’asetticità dell’universo con cui Michael si trova ad interagire. È proprio per questo che Lisa appare come un bagliore, una speranza nella sua esistenza: diventa “Anomalisa” perché la sua voce e il suo volto sono diversi da quelli di chiunque altro.

È chiaro che in questo caso la narrazione filmica va letta alla luce di un approccio semiotico, dove oltre al significato manifesto esiste anche un’interpretazione meno palese. E in tutto ciò la presenza dello stop-motion non aiuta, perché se da un lato è funzionale alla rappresentazione di un’esistenza umana che procede come se avesse i pesi alle caviglie, dall’altra rende la narrazione ancora più lenta e sofferta. Il problema è che la linearità della trama, volutamente scarna, è stata compensata da un eccesso di stranezze, autocitazioni cinematografiche e situazioni poco convincenti (vedi la scena nell’ufficio del direttore dell’albergo). C’è tanta consapevolezza dietro a questo film, forse troppa. Il risultato non è scorrevole, il coinvolgimento patemico è minimo. I dialoghi sono comunque poco efficaci, pare si debba trovarli brillanti perché interpretati da pupazzi e non da attori in carne ed ossa. Nonostante un finale crudo, coerente con le premesse iniziali e privo di vezzi, ci si ritrova ai titoli di coda con una sensazione di disagio e una punta di delusione. Che fosse proprio questa l’intenzione degli autori? Di certo, non è un film per tutti.

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Evelina Montefiori

Nata a Roma il 23/06/1989. Una laurea triennale in Scienze Politiche e una magistrale in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, entrambe conseguite presso la Luiss Guido Carli. Ama i film, le maglie a righe, il vino rosso e Dylan Dog.

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