Andrea Doria, l’ammiraglio e il corsaro

06/09/2014 di Silvia Mangano

Storia del selfmade man di povere origini che, nel nome di Genova e di Carlo V, costruì e guido una delle più potenti flotte del XVI secolo

Andrea Doria in tarda età

La prima metà del Cinquecento può essere definita, senza nulla togliere al linguaggio scientifico, una prolungata partita a Risiko, disputata dall’imperatore del Sacro Romano Impero e dal re di Francia. Il primo era in possesso della Spagna, del Portogallo e dei territori imperiali, il secondo deteneva sotto il suo controllo la Francia, che divideva esattamente a metà i possedimenti dell’imperatore. Se Carlo V non riuscì mai a prendere Parigi, il re Francesco I lo sfidò nell’unica regione in cui era possibile misurarsi in campo aperto: l’Italia. Lo scontro interessò tutti i regni dell’Europa del tempo, che schierarono le proprie forze a favore dell’uno o dell’altro.

Andrea Doria
Agnolo Bronzino – Ritratto di Andrea Doria nelle vesti di Nettuno, olio su tela (115x53cm) 1540 – 1550

La guerra non poteva essere evitata e le due parti lottarono con le armi e con la diplomazia per decenni, coagulando intorno a sé le ricchezze dei banchieri, le risorse belliche degli alleati e le qualità strategiche dei migliori condottieri nel tentativo di logorare il potere dell’avversario. Ma denaro da investire e soldati da schierare nulla hanno mai potuto contro l’esperienza e l’acume degli strateghi. Nel Cinquecento, i tempi in cui i re combattevano a capo dell’esercito avevano lasciato il posto ai tornei cavallereschi. E dell’esperienza militare i giovani sovrani del sedicesimo secolo non conoscevano neanche il sapore. Per questi motivi, una personalità brillante come quella di Andrea Doria costituì un ricco bottino per il Gattinara, quando, come ministro di Carlo V, riuscì a guadagnare il famoso ammiraglio alla causa imperiale.

Di questo politico e uomo d’armi genovese la storia ricorda le imprese, ma ne trascura la peculiare indole che lo distinse dagli altri ammiragli del suo tempo. La disagevole povertà della famiglia al momento della sua nascita e la perdita di entrambi i genitori in giovane età avevano temprato lo spirito del Doria, rendendolo un uomo ambizioso in cerca di riconoscimento sociale e di prosperità economica. Il mito del selfmade man non è tutto americano e Andrea Doria riuscì a diventare uno degli uomini più potenti d’Italia e signore indiscusso (ma mai ufficialmente riconosciuto) di Genova, in virtù della sua lampante maestria nell’arte della guerra. Nacque, in principio, come soldato sul continente, ma si trasformò in età matura in un mostro sacro della marina.

Andrea Doria
Andrea Doria

Considerando l’epoca in cui visse, gli investimenti che portò avanti in campo militare furono al limite della speculazione. Reso sicuro dai successi riscossi al soldo del re di Francia e del Papa; una volta passato al servizio dell’imperatore, impegnò ingenti somme di denaro per la costruzione e il mantenimento di un naviglio, la cui rendita poteva essere considerata una buona fonte di reddito se non fosse stato per i margini di rischio legati ai fattori climatici, alla pirateria e alla guerra aperta. Ciononostante, grazie al fedele aiuto del mercante e banchiere Adamo Centurione, il Doria riuscì a creare e a conservare una delle flotte più potenti d’Europa.

Nei periodi in cui scarseggiava la guerra di flotta, l’ammiraglio amava dedicarsi alla cosiddetta “guerra di corsa”. Non tutti sanno che questa era una sorta di pirateria lecitamente consentita dai sovrani nei confronti delle navi degli stati avversari. La guerra di corsa era un buon modo per arricchirsi in fretta, nuocere al nemico e tenere l’equipaggio in allenamento, e il Doria si dimostrò spesso spietato in queste incursioni. La vita militare aveva indurito ancora di più quel carattere già propenso all’intransigenza e la notorietà che circondava il suo nome lo spronava nella sfrenata ambizione.

Sebbene avesse militato sotto tre corone prima di servire stabilmente l’imperatore Carlo, per tutta la sua lunghissima vita Andrea Doria rimase fedele a Genova, la città per cui non esitò a cambiare fazione pur di vederla recuperare le antiche libertà. In un’esistenza priva (o quasi) dell’intimità coniugale, l’ammiraglio riversò l’amore, la passione e la gelosia tipiche di un matrimonio sulla Repubblica di Genova. Solerte in politica estera, si batté per l’autonomia della Repubblica dalle ingerenze francesi e spagnole, si dimostrò, tuttavia, di una brutalità disumana nel reprimere ogni tipo di dissenso all’interno della città, soprattutto in occasione della congiura dei Fieschi (1547), dove perì il nipote ed erede Giannettino Doria.

Negli ultimi anni della sua vita, ormai troppo vecchio per combattere, si dedicò all’organizzazione delle spedizioni imperiali contro la Francia e contro gli ottomani. Nato nell’oscura povertà di una famiglia di nobiltà feudale illustre ma decaduta, morì principe di Melfi e cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro, il 25 novembre 1560, alla veneranda età di novantaquattro anni.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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