Analisi di un gap generazionale

02/12/2015 di Isabella Iagrosso

Dalle parole di Francesca Piccinini, ex capitano della nazionale italiana di pallavolo, sul modo in cui in vent'anni sono cambiati gli spogliatoi, si coglie tutta l’amarezza per un gap generazionale ormai ritenuto incolmabile. Si riferiscono, certo, al panorama sportivo, ma potrebbero facilmente essere estese e generalizzate in una riflessione più profonda.

“In questi vent’anni di pallavolo ho attraversato quattro generazioni di atlete, ero la più piccola dello spogliatoio, e ora sono la senatrice del gruppo, e le ragazze sono cambiate tanto rispetto a quando ho iniziato io a giocare. (…) Spesso altre entrano in una squadra credendo che tutto gli sia dovuto, non hanno rispetto di chi è più esperto e ha una storia. Hanno la lingua lunga e il cellulare ultimo modello sempre sotto gli occhi. A 18 anni rispondono a muso duro a quelli di 40, io quando ne avevo 18 ascoltavo e sapevo stare al mio posto. Io capisco la voglia di essere giovani e sfrontati, ma bisogna avere rispetto. Soprattutto quando non hai ancora vinto niente nella vita. E comunque il rispetto serve anche se hai avuto successo”.

Dalle parole di Francesca Piccinini, ex capitano della nazionale italiana di pallavolo, si coglie tutta l’amarezza per un gap generazionale ormai ritenuto incolmabile. Si riferiscono, certo, al panorama sportivo, ma potrebbero facilmente essere estese e generalizzate in una riflessione più profonda.

Con il termine “conflitto generazionale”, solitamente intendiamo il divario di idee e norme culturali che separa una generazione più giovane dalle precedenti. Il termine si è diffuso soprattutto negli anni ’60, in riferimento all’impeto libertino e rivoluzionario dei giovani del ’68, i quali non si riconoscevano più nei rigidi schemi mentali dei loro padri. Quante volte abbiamo letto articoli, ricerche e studi che indicano un’incomprensione sempre maggiore tra i giovani di oggi, i Millennials, e gli adulti? Che i ragazzi passano la maggior parte del tempo davanti ai tablet, che hanno abitudini sessuali promiscue, che gli adulti non si sforzano di stare al passo con i tempi, che ci stanno lasciando un mondo più povero e meno ricco di prospettive?

“O tempora, o mores!” direbbe Cicerone. In realtà queste sono banalità, chiacchiere da salotto per gente con i paraocchi. Non esiste una generazione migliore di un’altra, una generazione giusta. Veniamo plasmati a immagine e somiglianza di ciò che ci circonda e, in particolar modo, ciò che ci circonda oggi è risultato e prodotto della generazione precedente. Perchè quella nostra non è una generazione scesa in piazza in reazione ad un prodotto di una generazione passata, ma anzi si è fatta pian piano abbracciare, ingurgitare, da ciò che era stato creato prima di essa. Non siamo, nella maggior parte dei casi, nulla di più del frutto della nostra epoca. E sicuramente questo è un momento di grandi cambiamenti.

Raramente nella storia dell’umanità c’è stata una frattura così netta tra la generazione dei padri e quella dei figli come quella individuabile nell’800. Non solo normali conflitti generazionali, non solo la costante ricerca di libertà che spinge i figli a contestare i padri nel normale processo di crescita, bensì siamo di fronte a una vera e propria negazione di identità. Gli ideali preesistenti svaniscono in pochi anni. E la generazione nata nei decenni successivi all’unità d’Italia, figlia dei Mille e degli eroi risorgimentali, stravolge tutti i valori ottocenteschi. Non a caso il Novecento è stato ribattezzato da molti “il secolo parricida”. Così, gli stessi letterati che si avvicendano nei primi decenni di questa travagliata epoca, sono uniti nello sconfessare gli ideali e la società fondata dai loro padri. Non a caso la corrente letteraria si chiamerà “decadentismo”.

Cosa succede quindi ora? Si tratta dello stesso radicale mutamento. Così come gli ideali ottocenteschi sono stati rimpiazzati da una crisi di valori, da un senso di vaghezza e instabilità, allo stesso modo vediamo che troppe cose sono cambiate negli ultimi 15-20 anni per non aver prodotto cambiamenti consistenti nella mentalità umana. Un mondo capace di connessioni simultaneamente h24, ha completamente e inevitabilmente condizionato la nostra esistenza. Ai giorni nostri, per molti aspetti simili all’epoca del decadentismo, in cui il “pensiero debole” ha il sopravvento su ogni ideologia e il relativismo prevale in ogni strato sociale, il rapporto generazionale si è sensibilmente modificato. Non c’è più il contrasto d’identità visto che sia i padri che i figli sono consapevoli del crollo di ogni ideologia assoluta; c’è un problema d’incomunicabilità dovuto soprattutto al profondo gap tecnologico tra vecchie e nuove generazioni. Gli over-40, secondo le statistiche, sono in forte ritardo tecnologico rispetto ai figli: questo causa un distacco sempre più netto tra le parti.

Ma il mondo si muove ad una velocità così accelerata che forse anche questo problema è ormai superato. Gli adulti mano a mano sembrano integrarsi, a forza, nel nuovo sistema. I nuovi media offrono a tutti la possibilità di comunicazioni uno a molti (one-to-many), uno a uno (one-to-one) e molti a molti (many-to-many). La comunicazione digitale permette “una simultaneità intercognitiva delle esperienze collettive”. Anche troppe. Troppi stimoli che non siamo in grado di recepire, un relativismo culturale portato all’eccesso, ecco gli ingredienti del nichilismo moderno, non più una crisi di valori, ma una loro totale assenza. E allora come possiamo aspettarci che comunicheranno queste due generazioni, l’una che credeva in qualcosa ma lo ha perso nella strada per la modernità, l’altra abituata a non credere a niente perché gli è stato insegnato che tutto è sempre vero e falso allo stesso tempo?

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Isabella Iagrosso

Nasce a roma il 19/03/1994, iscritta alla facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli. Appassionata di viaggi e di culture straniere. Da sempre coltiva l'interesse per tutto ciò che riguarda l'estero e le relazioni internazionali
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