Amintore Fanfani, tra atlantismo ed europeismo

19/10/2013 di Matteo Anastasi

Amintore Fanfani

La politica estera dell’Italia repubblicana è oramai da alcuni anni oggetto di studio, malgrado la durevole inaccessibilità di buona parte della documentazione conservata presso l’archivio storico-diplomatico della Farnesina. L’apertura di altri archivi – in primis americani, inglesi, tedeschi e francesi – ha infatti consentito agli studiosi di esaminare il ruolo internazionale di Roma, dalla fine della guerra ai primi anni Sessanta. Si tratta di una fase decisiva per la storia di un paese uscito malconcio dagli eventi bellici e pronto ad intraprendere due scelte, la cui eco, fortissima, si sente tutt’oggi: quella atlantica e quella europea. Uno dei grandi protagonisti di questa fase fu indubbiamente Amintore Fanfani.

Amintore Fanfani & KennedyL’azione estera dei governi a guida Dc, di cui Fanfani fu «cavallo di razza», è stata sovente definita in chiave polemica, riprendendo espressioni legate alla Grande guerra (si pensi ai celebri «giri di valzer») o coniandone nuove (a partire dalla poco edificante «Italia, Bulgaria della Nato»). Il dibattito si è concentrato soprattutto sulla scarsa affidabilità atlantica – leggasi statunitense – dei democristiani, e in specie dell’ala dossettiana, di cui Fanfani era esponente di spicco. Le discussioni sull’atteggiamento fanfaniano si sono concentrate, in specie, sui presenti ammiccamenti compiuti verso l’Urss (polemiche alimentate dal viaggio a Mosca intrapreso nel 1961) secondo alcuni idonei a mettere in discussione (o, peggio, compromettere) la scelta a “stelle e strisce” compiuta dal paese dalla fine degli anni Quaranta con Alcide De Gasperi al timone della pericolante nave italiana. In realtà, il rapporto dello statista aretino con la Casa Bianca, come l’ha definito il prof. Agostino Giovagnoli, fu «leale, ma non passivo». Fanfani «cercò […] di convincere gli alleati che era necessario intraprendere la via del negoziato per evitare da parte sovietica pericolosi atti unilaterali. Non erano ambiguità neutralistiche o velleità mediatrici ad ispirarlo. Piuttosto, avendo conosciuto personalmente Kruscev e stabilito con lui un rapporto diretto, Fanfani pensava di poter disporre di elementi utili per indebolire gli intenti aggressivi dei sovietici ed evitare azioni che avrebbero potuto innescare una guerra distruttiva per l’intera umanità. Non si trattava dunque di cedevolezza verso il comunismo: l’obiettivo restava sempre quello di rendere più efficace l’azione occidentale, completando però la logica difensiva dell’Alleanza atlantica con una sorta di “penetrazione” – umana, culturale, religiosa o altro – all’interno della roccaforte nemica».   

Amintore Fanfani Discorsi simili possono esser fatti per i pragmatici passi compiuti da Fanfani sul terreno europeo. Fu sostenitore, nei primi anni Sessanta, di un avvicinamento della Gran Bretagna all’Europa dei Sei pionieri dell’integrazione continentale, avvicinamento complicato dalle resistenze franco-tedesche. Anche in questa circostanza, «nella sua visione, le ragioni specifiche dei singoli paesi non dovevano impedire traguardi, come l’avvicinamento britannico, che non solo gli interessi nazionali, le esigenze della guerra fredda e le opportunità della cooperazione economica, ma anzitutto la geografia e la storia indicavano come necessari ed urgenti […] Nel suo europeismo riemerge l’aspirazione a un disegno più grande degli interessi specifici, anche se poi in grado di ricomprenderli tutti, mentre aveva scarso interesse per schemi troppo meccanici di composizione delle diverse posizioni nazionali di volta in volta prevalenti».

Questo «finalismo» di Fanfani sarebbe poi riemerso con decisione nella fase post 1963, quando ricoprì per lunghi periodi la carica di ministro degli Affari Esteri, gettandosi con impegno su fronti sempre più lontani, come l’America Latina e l’Asia. Nel Levante avrebbe rivolto una particolare attenzione alla Cina, intesa come «interlocutore imprescindibile per la pace in Estremo Oriente e in tutto il mondo». Furono gli anni in cui sviluppò, «con ancora maggiore coerenza […] una politica estera sorretta da un’ampia visione dei problemi internazionali e da una grande fiducia nel ruolo italiano nel mondo».

               

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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