L’ultimo Maudit

23/01/2013 di Simone Di Dato

modigliani-amedeoAmedeo Modigliani, artista,  mito e leggenda del ‘900 italiano. La seconda puntata della rubrica “Oggi parliamo di…” si concentra sulla sua figura. Inizia anche la collaborazione di Simone Di Dato con Europinione.it, quale migliore occasione, quindi, che affrontando una figura impegnativa, dal punto di vista umano e artistico, ma protagonista indiscusso della storia artistica della nostra nazione?

Modigliani, Modì, maudit: un’assonanza fin troppo evidente quella dell’artista livornese, perfetta sintesi della vita e della morte di un artista solitario, sregolato, bohemien, la cui storia è tanto drammatica quanto maledetta.
Amedeo nasce il 12 luglio 1884 da una famiglia ebrea con una situazione finanziaria disastrosa per il fallimento dell’azienda di famiglia. Sin da ragazzo è afflitto da gravi problemi di salute che lo accompagneranno per sempre: dopo un attacco di febbre tifoide avuto all’età di 14 anni seguirà la tubercolosi due anni dopo. Ad ogni modo a Livorno il giovane Modigliani frequenta assiduamente villa Baciocchi e lo studio di Guglielmo Micheli. “Non fa più che della pittura, ma ne fa tutto il giorno e tutti i giorni con un ardore sostenuto che mi stupisce e che mi incanta” scriverà la madre entusiasta in quel periodo. La carriera livornese, contraddistinta dalla costanza e dalla dedizione per il tirocinio tuttavia dura poco: il pittore, infatti, si trasferisce nel 1901 prima a Napoli, quindi a Roma e a Firenze, per poi giungere a Venezia nel 1903, dove si iscriverà alla “Scuola libera di nudo” dell’Istituto di Belle Arti.

Ma è nella Parigi della cultura avanguardista,  dei fauves, tra amici quali Marc Chagall, Max Jacob, Georges Braque, Jean Cocteau che il bello e dissoluto artista, gran bevitore e tombeur de femmes,   matura la sua poetica artistica, influenzato fortemente da Picasso, Toulouse-Lautrec e Cézannetrasferendo così ogni suo interesse nella pittura, nonostante un esordio nel campo della scultura.
Quindi, particolarmente interessato al disegno, Modigliani scriverà nel 1902 :”L’arte del disegno non deve perire, la sua fine significherebbe la fine dell’arte stessa“, e la base del suo dipingere è proprio il segno sicuro, incisivo e capace di delimitare la forma in modo semplice ed essenziale, con linee esatte e sicure. Questa è un’inclinazione che si sposerà perfettamente con le arti primitive africane, americane, dell’Oceania, ma anche con i nuovi approdi artistici introdotti da Paul Alexandre. Certo avrà già visto nel 1906, o poco dopo, le Demoiselles d’Avignon, subendo influenze che per lui saranno solo chiarificatrici, esplicative ma non rivelatrici, poiché la sintesi artistica di Picasso non appartiene a Modigliani, il quale concepisce sì forme primitive e una concezione essenziale del dipingere, ma grazie al gotico, il bizantino e il romanico, propri della sua formazione. Sentendo come pochi la necessità di un legame con la tradizione, in un rinnovamento che ne confermasse la permanenza, non sarà inquadrabile in alcuna corrente, e rifiuterà l’invito di Severini a firmare il manifesto sulla pittura futurista.

Eseguirà ritratti concentrandosi pressoché su un unico tema, la figura umana. È nei volti dalla fissità enigmatica, caratterizzati da una schematizzazione geometrica, nell’ambiguità dei loro occhi a fessura, così come  nei sorprendenti nudi, colmi di una ieratica sensualità, quasi abbandonati ma vigili, che si manifesta il linguaggio formale e la ricerca di Modigliani. Maurice de Vlaminck scriverà: “M. era un aristocratico. La sua intera opera ne è la potente testimonianza. Le sue tele sono tutte improntate a una grande distinzione. Il grossolano, la banalità, la volgarità ne sono escluse”.

Era l’agosto del 1919 quando il pittore scriveva alla madre dei suoi successi, mentre la tubercolosi di lì a sei mesi lo avrebbe ucciso, a soli 36 anni e subito dopo si sarebbe consumata la tragedia di Jaeanne Hebuterne, moglie-musa che, non sopportando il dolore, si gettò dalla finestra della casa dei suoi genitori, morendo, insieme al figlio che portava in grembo. La leggenda aveva inizio, tra le ombre della sua personalità e i racconti e le fantasie di un uomo solo.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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