Ambros’evič Ševardnadze, gli ultimi anni dell’URSS e la presidenza georgiana

07/07/2014 di Lorenzo

Ambrosevic Sevardnadze

Si è spento oggi a Tblisi, all’età di 86 anni, il presidente emerito della Repubblica di Georgia ed ex-ministro degli esteri dell’URSS, Ėduard Ambros’evič Ševardnadze. Figura emblematica per il suo ruolo svolto durante la fase cruciale dell’URSS e della fine della Guerra Fredda, nonchè per essere stato, insieme al presidente Gorbačëv, uno degli ideatori del pacchetto di riforme politico-economiche ispirate al libero mercato rimaste famose sotto il nome di Perestrojka.

Nato nel 1928, in una piccola cittadina georgiana affacciata sul Mar Nero, nell’allora Unione Sovietica , si iscrisse sin da giovane al PCUS compiendo in esso un corsus honorum di tutto punto che lo portò, nel giro di venticinque anni, a capo partito della regione georgiana. Alla morte del leader conservatore, Černenko, sopraggiunta nel marzo del 1985, venne eletto, come segretario del PCUS, Michail Sergeevič Gorbačëv. Questi — ancor oggi famoso per aver innescato i processi di riforma nell’URSS di Perestrojka, Glasnost’ e Uskorenie che avrebbero poi dovuto sfociare in un cambiamento politico dello stato sovietico— scelse di pensionare “l’eterno” ministro degli esteri Gromyko (in carica dal ’57) con Ševardnadze.

Michail Gorbačëv
Michail Gorbačëv

Il suo carattere, la sua intelligenza, abilità e l’incondizionata fiducia al rinnovamento professato dai riformisti del PCUS, impressionarono notevolmente le cancellerie di tutto il blocco occidentale. «Noi ora abbiamo la dottrina Frank Sinatra. Lui ha una canzone, ‘I Did It My Way’. Così ogni nazione decide da sé che strada prendere» Ševardnadze è ricordato come colui che, nei cinque anni vissuti al dicastero degli esteri sovietico, diede il colpo di grazia definitivo alla dottrina Breznev, incentrata nell’interferenza sovietica nei paesi del blocco orientale, sostituendola abilmente con la c.d. Dottrina Sinatra. La quale, differentemente da quelle che avevano contraddistinto i rapporti tra l’Urss e le democrazie popolari est europee dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, professava la non ingerenza sovietica negli affari interni degli stati membri del Patto di Varsavia. Un modo di vedere la politica estera finalmente sganciato da quelle logiche legate al principio leninista di “solidarietà internazionalista“, che avevano brutalmente giustificato le pesanti repressioni sovietiche prima a Budapest, nel 1956, e poi a Praga nel 1968 e che non avevano impedito addirittura di correre in ausilio dei golpisti marxisti-leninisti afghani nel 1979, interpretando a loro piacimento un patto di mutuo soccorso afghano-sovietico degli anni ’20. Ševardnadze fu colui che, nel 1989, ebbe un ruolo decisivo nel ritiro delle truppe sovietiche da quello che poi divenne il “Vietnam sovietico” in Afghanistan.

Accanto alla dottrina Sinatra vennero poi apportati tagli considerevoli all’Armata Rossa, dislocata in tutti i territori del Patto, che avrebbe abbandonato tali paesi entro il 1991. La portata delle innovazioni fu talmente elevata che andò oltre i termini stabiliti: il 2 maggio 1989, l’Ungheria creava una breccia nella Cortina di Ferro, aprendo definitivamente il suo confine con l’Austria. Da lì a pochi mesi si verificheranno quella serie di cambiamenti politici nel blocco orientale, noti come Autunno delle Nazioni, che porteranno al collasso di tutte le democrazie popolari instauratesi un quarantennio prima nel “Ventre molle d’Europa”.

In contrasto con alcune visioni politiche di Gorbačëv, rassegnò le sue dimissioni nel dicembre del 1990, poiché aveva maturato l’idea che prima o poi alcuni dei quadri del PCUS e dell’Armata Rossa, oppositori della nuova politica-economica, avrebbero cercato di ristabilire il primato del partito su tutto ed il ritorno ad una situazione dittatoriale. Pochi mesi dopo, precisamente dal 19 al 21 di agosto del 1991, esponenti dell’ala conservatrice del PCUS e dell’Armata Rossa tentarono un colpo di mano contro Gorbačëv; il tentativo fallì miseramente anche grazie alla carismatica leadership dell’allora presidente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, Boris El’cin, che guidò la resistenza alla reazione condannando il comunicato Janaev, rafforzando enormemente la sua popolarità. Il risultato di tutto ciò portò ad un evento inatteso da tutti e due gli schieramenti: il collasso dell’URSS.

Ševardnadze venne richiamato agli esteri negli ultimi istanti di vita dell’URSS, dimettendosi neanche un mese dopo a scioglimento formalmente avvenuto. Dopo il crollo e la nascita di nuove entità statali sull’ex-territorio sovietico, Ševardnadze ritornò nella sua terra natia, la ricostituita Repubblica di Georgia. Egli rientrò in patria in seguito al golpe contro il primo presidente dello stato georgiano democraticamente eletto, Zviad Gamsakhurdia, durante il primo conflitto Osseto. In successione a ciò, venne eletto presidente del parlamento georgiano e divenne di fatto, date le circostanze, leader della Georgia. Fu proprio Ševardnadze ad accordarsi con il presidente della Federazione Russa, El’cin, per il cessate il fuoco in Ossezia del Sud e per la costituzione di un’operazione di peacekeeping, composta da contingenti georgiani, russi ed osseti sia nel nord che nel sud della regione dell’Ossezia. Divenne, infine, presidente della Georgia in seguito alle elezioni del 1995, carica che mantenne per otto lunghi anni quando, il 23 novembre 2003, venne sconfitto e deposto dalla Rivoluzione delle Rose, condotta dalle forze riformiste e filo-occidentali guidate dal futuro presidente Mikheil Saak’ashvili. In seguito ai moti non violenti di quei giorni, il presidente deposto venne bloccato e tradotto fuori dal parlamento, uscendo per sempre dalla vita politica.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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