L’amaro disincanto di Woody Allen: Blu Jasmine

18/12/2013 di Jacopo Mercuro

Blue Jasmine, Woody Allen

“C’è un limite ai traumi che una persona può sopportare prima di mettersi ad urlare in mezzo alla strada” – Jasmine (Cate Blanchett)

Le luci si abbassano, il silenzio della sala abbandona gli spettatori che vengono accarezzati da una romantica, quanto nostalgica, melodia jazz. I titoli di testa, rigorosamente bianco su nero, ci catapultano nel mondo di Mr. Allen, il pubblico è pronto ad assaporare una delle sue umoristiche tragicommedie, ignari che un’elegante donna ruberà la scena, mettendo in secondo piano l’intera storia.

La protagonista è Jasmine (Cate Blanchett), un’affascinante donna, ormai non più giovanissima, sposata con un ricco uomo d’affari (Alec Daldwin) che la vizia in casa, ma la tradisce fuori. Improvvisamente, la vita che ha sempre sognato le fa uno sgambetto, gettandola in una realtà in cui il marito viene arrestato per frode lasciandola senza più nulla. Presa dallo sconforto abbandona New York per raggiungere la sorellastra (Sally Hawkins) che vive in modo più umile in piccolo appartamento di San Francisco. Senza più nulla, in uno stato mentale fragile e annebbiata dall’effetto di alcol e antidepressivi, Jasmine, cercherà, in tutti i modi, di riprendersi la vita a cui era stata abituata, in un modo o nell’altro.

Woody Allen, Blue JasmineIl presente di Jamsine è continuamente interrotto da flashback che la riportano nel passato, quando la sua vita nella grande mela era caratterizzata da sfarzi ed eccessi. Non un semplice ricorso narrativo per mostrare la precedente vita della protagonista, piuttosto sembra essere la stessa mente di Jasmine a raccontarci il suo passato che riaffiora continuamente e la getta in momenti di enorme nevrosi e confusione, fino a parlare sola per strada. Jasmine si ritrova nel nulla, colpevole di un passato vuoto ed incolore, una vita costruita sul nulla che rende instabile il suo presente e futuro. L’incapacità di reagire la porta a colmare il suo nulla con il mero sotterfugio di bugie, a cui ricorre per apparire ciò che non è. Una donna che ha vissuto mettendo la testa sotto la sabbia, ha egoisticamente isolato se stessa, appagata da ciò che aveva piuttosto di ciò che era.

La storia non è il solito e geniale intreccio narrativo alla Woody Allen, scorre piuttosto lineare senza mai lasciare lo spettatore sorpreso dei risvolti. Il regista ha incentrato tutto sulla sua protagonista, ha presentato sullo schermo la perfetta creatura che aveva in mente durante la scrittura del film. In questo, Cate Blanchett, è stata formidabile, l’interpretazione fornita è riuscita a trasmettere l’isteria e il disagio che la accompagnano per tutto quanto il film. La forza espressiva è stata devastante, plasma un personaggio intenso e complicato, riuscendo, da sola, a reggere 98 minuti di film senza mai dare segni di cedimento. Già candidata ai Golden Globe come migliore attrice protagonista sarà una delle figure di spicco nella notte degli Oscar.

La storia, come già detto, non è quell’arguto intreccio narrativo, la trama manca dell’idea geniale, ma viene tutto recuperato dalla maestria con cui Allen ha diretto i suoi attori. Siamo di fronte ad uno spaccato che mette in luce gli equivoci tra il mondo borghese e quello proletario, in cui, a differenza dei precedenti film, il protagonista paga per le azioni compiute. Questa volta non ci sono vie d’uscita, nessuno riesce a farla franca, la continua critica alla società odierna, che il regista muove sempre nelle sue pellicole, sembra divenire pian piano più aspra. Complimenti alla regia di Woody Allen, senza alcuna severità e giudizio ha mostrato come il mondo appare ai suoi occhi, accompagnando con compassione e delicatezza la sua protagonista verso l’autodistruzione.

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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