Alzheimer come patologia trasmissibile?

14/09/2015 di Pasquale Cacciatore

Alzheimer come patologia trasmissibile? I risultati preliminari di una ricerca potrebbero aprire un percorso completamente nuovo nell’analisi della patologia, scoprendone un lato fino ad ora mai considerato.

Alzheimer

L’ipotesi è abbastanza semplice: frammenti di proteine “maligne” – quelle che determinano la patologia di Alzheimer – potrebbero potenzialmente essere trasmesse per via di strumenti chirurgici o altre procedure mediche da un paziente all’altro. Un pericolo elevato, considerando che tali proteine non risultano eliminate nemmeno dagli avanzati sistemi di sterilizzazione degli apparecchi oggi utilizzati (ad esempio, con la formaldeide).

Tutto è nato dall’analisi condotta da alcuni scienziati su un piccolo gruppo di pazienti inglesi deceduti per la patologia di Creutzfeldt-Jakob; tutti erano stati trattati anni prima con ormone della crescita prelevato da cadaveri, sviluppando nel cervello alcuni cambiamenti molto simili a quelli delle persone colpite dalla malattia d’Alzheimer. Sei di questi cervelli presentavano quantità anomale di proteina amiloide beta, da lungo tempo associata alla patologia. Nessuno dei pazienti (tutti intorno alla quinta decade di vita) risultava portatore della variante genica correlata con l’esordio precoce della demenza.

L’idea formulata è che in queste persone, assieme al materiale ormonale prelevato dalle ipofisi di cadaveri, sia stato chirurgicamente trasmesso anche materiale proteico “dannoso”, responsabile dello sviluppo della malattia di Creutzfeldt-Jakob. Quel che è anomalo, tuttavia, è lo sviluppo avvenuto in questi cervelli di strutture patologiche vicinissime a quelle presenti nella malattia di Alzheimer.

Se tali ipotesi venissero confermate da successivi studi, all’eziopatogenesi oggi riconosciuta per la patologia di Alzheimer si aggiungerebbe un terzo tassello: l’acquisizione di una mutazione spontanea, l’eredità di una mutazione ed un incidente medico (con modalità di trasmissione da indagare). La prima evidenza di una trasmissione reale di patologia amiloidea, insomma, che sconcerta (e spaventa, in parte) il mondo scientifico.

I numeri, pubblicati su Nature, sono però sicuramente troppo bassi per poter confermare un’ipotesi del genere: difficile dire, a posteriori, se tali pazienti avrebbero sviluppato la demenza tipica dell’Alzheimer o se non avrebbero mai presentato sintomi della patologia. Al momento nessuno studio epidemiologico sembra considerare la patologia come trasmissibile; questa analisi è la prima che correla il rischio di trasmissione con l’utilizzo di strumenti chirurgici o derivati del sangue, ruotando attorno al ruolo chiave della proteina amiloide beta. Nessun allarmismo, dunque, come ha confermato il board direttivo del sistema sanitario inglese (NHS) che in una nota ha sottolineato l’importanza di rassicurare i pazienti sulle procedure chirurgiche, che sono oggi completamente sterili e sicure.

I trattamenti con ormone della crescita da ghiandole ipofisarie di cadavere, infatti, è stato abbandonato nel Regno Unito a metà degli anni ’80 (in Italia negli stessi anni, ed oggi ne è vietato l’utilizzo). Dal momento che l’ormone somministrato era ottenuto da un pool di migliaia di donatori, ciò aumentava considerevolmente il rischio di trasmissione di patologie (tra cui, secondo questa ipotesi, anche proteine anomale). La scoperta dei rischi (tra cui quello di trasmissione del morbo di Creutzfeldt-Jakob) portò all’abbandono di tale pratica e lo switch agli ormoni sintetizzati artificialmente.

Insomma, al momento sono necessarie nuove ricerche che smentiscano o confermano le ipotesi fino ad ora formulate. Prove di trasmissione di beta-amiloide per via tissutale sono state confermate in animali come cavie e scimmie, ma nulla era mai stato dimostrato negli umani. Il nuovo percorso intrapreso aprirà un filone di ricerca che saprà analizzare a fondo la questione: per il momento, dunque, la ricerca non può che fare il suo corso.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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