Allora Giorgio, quando lasci?

27/10/2014 di Ludovico Martocchia

Dopo otto anni e mezzo, la fine del mandato di Re Giorgio Napolitano è all’orizzonte, forse dopo la firma sull’Italicum. Mentre le riflessioni sul ruolo del Presidente si inseriscono in un totonomine interminabile

3087. È il numero dei giorni trascorsi dalla prima elezione di Giorgio Napolitano, nel lontano maggio del 2006. Sembra passata un’epoca. L’Italia doveva ancora assistere al quarto governo Berlusconi, alla crisi più nera della storia repubblicana, alla troika e ai tecnici di Mario Monti, e a tante altre vicende che hanno visto il Presidente della Repubblica direttamente coinvolto.

Secondo le indiscrezioni di qualche settimana fa (in particolare di Dagospia), Re Giorgio sarebbe stato pronto ad abdicare a breve. Nel caso, avrebbe lasciato tra la fine del semestre di presidenza italiana del consiglio europeo (31 dicembre 2014) e il suo novantesimo compleanno (29 giugno 2015), passando per l’inaugurazione dell’EXPO di maggio.

Da questo punto di vista non c’è nessuna novità: Napolitano ha sempre ribadito come il suo mandato straordinario fosse a termine, legato alle riforme, prima fra tutte la legge elettorale. Il problema è che queste, per quanto acclamate non sono ancora giunte a termine. Per la loro approvazione si dovrà aspettare ancora parecchio tempo. Tanto è vero che la strategia di Renzi è passata dal cronoprogramma mensile ai mille giorni, passo dopo passo.

Così, nelle ultime dichiarazioni, Napolitano è stato costretto ad allontanare l’ipotesi delle dimissioni oltre gennaio 2015, per mettere la firma almeno sull’Italicum e poi ritirarsi in tranquillità.

Eppure Napolitano sembra già dimenticato. Sottobanco le trattative per l’elezione del suo successore sono cominciate. O meglio, non sono mai finite. Sin da quando è iniziato il secondo mandato, i partiti hanno meditato sul volto nuovo per la prima carica dello Stato. Tra i più intraprendenti, c’è chi sostiene che il nome sia stato già deciso nell’accordo tra Renzi e Berlusconi. Ma queste informazioni, d’altronde come tutto il patto del Nazareno, non sono note.

L'attuale Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, è tra i candidati alla successione di Giorgio Napolitano.
L’attuale Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, è tra i candidati alla successione di Giorgio Napolitano.

In pole position sembra esserci il Ministro della difesa Roberta Pinotti, soprattutto perché sarebbe la prima donna al Quirinale. Poi ci sono i sempreverdi: il dottor Sottile Giuliano Amato (gradito anche a Berlusconi), l’ex premier e leader dell’Ulivo Romano Prodi (già “impallinato” dai franchi tiratori), il presidente della BCE Mario Draghi (meno probabile, visto il suo incarico), e infine una lunga serie di nomi che segnerebbero la continuità del Pd con la vecchia dirigenza (Bersani, Finocchiaro, Fassino, Veltroni). Si tratta sicuramente di illustri personaggi, ma non vi è certezza su quanto sarebbero graditi al popolo italiano.

Tornando all’attuale inquilino del Colle, la sua carica sembra davvero giunta al termine. Principalmente perché negli ultimi mesi pochi si sono sporcati le mani per difenderlo. Proprio la maggioranza che lo ha pregato di non abbandonare la scena politica si allontana giorno dopo giorno. Solo alla Leopolda, c’è stato un lungo applauso a sostegno del Presidente, che domani dovrà testimoniare per il processo sulla trattativa stato-mafia, proprio al Quirinale, a porte chiuse. Un fatto mai accaduto ad un Presidente della Repubblica.

Dopo aver dominato la scena in seguito allo scoppio della crisi, con la scelta di Monti e la creazione di un esecutivo tecnico, poi con l’incarico affidato a Letta e la formazione delle larghe intese, ora il Presidente è ai margini della scena politica, oscurato dalla personalità dirompente di Matteo Renzi.

Le richieste del Colle di sbloccare l’impasse delle nomine della Consulta sono rimaste inascoltate. Lo stesso Premier può permettersi di scontrarsi con la Commissione europea e rendere pubblica una lettera strettamente confidenziale. Insomma il sovrano sta scendendo dal trono, complice anche la stanchezza, che a detta di molti si sta facendo sentire nelle stanze più appartate del Quirinale.

Segno di questa decadenza sono le dichiarazioni di venerdì scorso: “l’Europa non è un mostro che detta leggi inapplicabili e gravide di conseguenze per la nostra società. Non appartiene ai governi e agli apparati burocratici che farebbero calare dall’alto decisioni sempre e solo legate alla dimensione economica. L’Europa è nostra, di tutti noi, non è una strana creatura nata fuori di noi”.

Una contraddizione assurda. Colui che ha nominato tre capi di governo non scelti dal popolo (scelte costituzionalmente legittime), in nome dell’austerità e di “decisioni dall’alto sempre e solo legate alla dimensione economica”, si lamenta di come i cittadini si sentano lontani dalle istituzioni. Le scelte di Giorgio Napolitano possono essere condivisibili o meno, ma bisognerebbe accettarne le conseguenze, ovvero il progressivo disconoscimento delle classe politica e appunto la considerazione che l’Europa e l’Italia siano delle “strane creature nate fuori di noi”.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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