Il Cavaliere, Maroni e un odore di seconda Repubblica: torna l’alleanza Pdl-Lega Nord

08/01/2013 di Luca Andrea Palmieri

Roberto Maroni, Lega Nord.
Roberto Maroni, Lega Nord.

L’accordo tra Pdl e Lega è stato siglato: il matrimonio di interesse più forte della seconda Repubblica si è consumato ancora una volta, dopo giorni estenuanti di trattativa. Il rapporto tra Lega Nord e Berlusconi iniziò nel 1994, con una netta quanto inaspettata vittoria elettorale. Non fu però un idillio: dopo solo 8 mesi fu proprio il “Senatùr” Bossi a far cadere il governo, promuovendo una mozione di sfiducia che costrinse il Cavaliere alle dimissioni.

Dalla prima rottura in poi il rapporto andò rinsaldandosi: dalla vittoria della Casa delle Libertà nel 2001, che riportò la Lega al governo, il sodalizio con Forza Italia prima e col Pdl poi si è rinnovato elezione dopo elezione, fino alla rottura dovuta al governo Monti. La caduta di Berlusconi e l’appoggio del Pdl ai tecnici, seguito dagli scandali che hanno tolto a Umberto Bossi la guida del partito, sembrò determinare la fine dell’alleanza più che decennale, sancita da aspre polemiche.

Il nuovo segretario Maroni, molto meno vicino a Berlusconi del “Senatùr”, aveva infatti preso atto della volontà dell’elettorato leghista, ormai disaffezionato a un premier noto più per la sua vita privata che per politiche di stampo federalista, tanto care al Carroccio. Il 2012 è così passato con il Pdl nella maggioranza e la Lega fortemente all’opposizione.

Questo fino a pochi giorni fa. Il ritorno di Berlusconi in campo ha riportato il Pdl sulle posizioni politiche che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Il Cavaliere ha immediatamente cercato di riprendere contatto con l’alleato perduto, trovandosi davanti una trattativa difficile: Maroni non ha dimenticato le ritrosie della base, ed ha posto come condizione che Berlusconi non si candidi a Primo Ministro.  Un boccone duro da digerire per il suo ego. Tutto ciò in uno scenario difficile, con la Lega che secondo i sondaggi non arriva al 6% e il Pdl fermo sotto il 17%: un risultato di coalizione sotto il 23%, minimo storico per l’alleanza.

Ma in gioco non ci sono solo le elezioni nazionali: sia il Pdl che la Lega sanno (nonostante le continue dichiarazioni che li vedrebbero puntare al 40%) che vincere è quasi impossibile. Bisogna prima di tutto saldare le posizioni e cercare di fare i “guastatori”, magari in vista di un ritorno alle urne l’anno prossimo, nel caso di un Senato senza maggioranza. Il punto, sensibilissimo sia per Berlusconi che per Maroni sono le elezioni in Lombardia. La caduta “sonora” di Formigoni, unita all’alto gradimento che Pisapia sta ottenendo a Milano (come denota la classifica di gradimento dei governatori locali del Sole 24 Ore) sembra aver spianato la strada a un successo storico per il centro sinistra. D’altronde la candidatura di Umberto Ambrosoli, certificata dalle primarie, pare aver ottenuto un gradimento generale molto elevato.

Perdere la Lombardia, baluardo storico sia della Lega che dello stesso Berlusconi, sarebbe un affronto inaccettabile. Soprattutto per il Cavaliere, che ha già visto la sua Milano clamorosamente passare a una giunta di centro sinistra. Senza contare che il contraccolpo mediatico presso l’elettorato rischierebbe di essere devastante. Non a caso il centro destra ha cercato in tutti i modi di ottenere l’accorpamento delle elezioni regionali a quelle nazionali: il rischio che una disfatta regionale potesse dare il colpo di grazia a livello nazionale era troppo elevato. Tant’è che la caduta del governo Monti ha fatto tirare molti sospiri di sollievo.

Su questa base, nonostante i contrasti dello scorso anno, il patto è stato sancito ancora una volta. Chi pare averne ottenuto di più è proprio la Lega: Maroni sarà candidato presidente della Regione e Berlusconi ha dichiarato che non dovrà “per forza” essere candidato premier, aprendo la strada al solito Alfano. In questo senso i contrasti non sembrano affatto essere finiti: Maroni ha già replicato che lui a palazzo Chigi vorrebbe Tremonti. Berlusconi non è sembrato molto d’accordo, definendolo inadatto a fare squadra: critiche comprensibili, dopo i contrasti che hanno caratterizzato i due durante l’ultimo governo politico.

Fatto sta che il Pdl ha bisogno della Lega quanto questa ha bisogno del Pdl. In primis per le elezioni nazionali, dove quanto più guadagneranno in termini di consenso, tanto più renderanno difficile una vittoria completa all’alleanza Pd-Sel; un’alleanza forzata coi centristi di Monti potrebbe portare a contrasti insanabili con le aree più radicali del centro sinistra. Così, in caso di nuove elezioni anticipate, il centro destra avrebbe modo di ritrovare vigore e, facendo leva su questo ipotetico fallimento, presentarsi come alternativa credibile, magari ritrovando alleati nelle zone centriste.

In secondo luogo, non allearsi per la Lombardia significava lasciarla, senza ombra di dubbio, al centro-sinistra. Il sogno della Lega è di creare una macro-regione leghista al nord, con le presidenze di Cota in Piemonte e di Zaia in Veneto: base importante per il programma di governo, che vorrebbe trattenute sul territorio il 75% delle tasse (idea accettata, in linea di principio, dal Pdl). Certo, la corsa per il Pirellone appare comunque difficile: i sondaggi danno un buon vantaggio ad Ambrosoli. Fatto sta che è qui che inizia effettivamente la campagna elettorale dei due partiti. Tra proposte forti, populismi, critiche e promesse, fino al 24 febbraio siamo sicuri che ne vedremo delle belle.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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