Allattare e risparmiare. Nuove politiche per nutrire i neonati?

08/12/2014 di Pasquale Cacciatore

Proprio mentre nel Regno Unito scoppia la polemica per le dichiarazioni del leader dell'UKIP, Farage, nel mondo della neonatologia è sempre più diffusa l'idea che un prolungamento della fase di allattamento materno possa giovare sia alla madre che al bambino

Neonatologia: allattamento

Un assunto ormai considerato caposaldo della neonatologia è quello relativo alla migliore alimentazione per i lattanti, ovvero il latte materno. Nel corso degli anni, infatti, si son moltiplicati gli studi che hanno confermato il grandisismo vantaggio dell’allattamento al seno, peculiare per fattori nutrizionali, adattativi rispetto al bambino in crescita e, da non trascurre, psico-sociali (il benessere che si instaura nel rapporto fra madre e figlio). Le linee guida internazionali oggi consigliano di prolungare quanto più possibile l’allattamento al seno, prima di raggiungere un periodo di svezzamento (intorno al sesto mese, circa) in cui dismettere gradualmente il latte materno a favore di un’alimentazione sempre più varia. Questo perché, dall’età di sei mesi in poi, il lattante si considera non più in grado di sostentarsi esclusivamente con il latte della madre nutrice, con fabbisogni nutrizionali che richiedono cibi differenti. Eppure, ultimamente stanno iniziando a moltiplicarsi gli studi che sembrano indirizzare verso un nuovo modo di coniugare i tempi dell’allattamento, ovvero la possibilità di continuare questa forma di alimentazione addirittura fino ai 12, se non ai 18 mesi. Con un guadagno nettissimo, fondamentalmente, sui conti della sanità pubblica.

L’ultimo studio porta il nome della Brunel University, e si inserisce nel solco già tracciato un paio di anni fa da un ente autorevole come Unicef UK, che ha calcolato nel Regno Unito il costo delle scarse politiche di incentivo all’allattamento al seno su aumento di patologie per neonati/lattanti e madri. Aumentare il tasso di allattamento al seno può infatti aiutare a ridurre l’incidenza di numerose patologie, tra cui cancro al seno nella madre, sepsi, patologie polmonari, allergie e così via nei neonati. Il tutto si tradurrebbe ovviamente in un calo della spesa sanitaria calcolato in riduzione di visite, degenze, terapie, con un risparmio totale per il sistema sanitario di circa 40 milioni di di sterline (oltre 50 milioni di euro).

Non si parla, insomma, solo di patologie nettamente correlate al periodo perinatale, ma indirettamente i costi che un allattamento prolungato potrebbe influenzare riguardano anche patologie più “tardive”, come ritardo mentale ed obesità infantile (anche se in questa situazione il calcolo numerico sul risparmio è molto più complesso).  Una politica intelligente di sanità pubblica potrebbe quindi ruotare attorno a iniziative di promozione e sostegno delle donne allattanti, in modo che una percentuale sempre maggiore possa dedicarsi a tale attività (in Norvegia e Italia la percentuale è 80%, nel Regno Unito solo 34%) favorendo, inoltre, il prolungamento oltre gli attuali limiti. Puntare infatti sull’aumentare il periodo di “dropout“, ovvero quello in cui le donne in media smettono di allattare per passare a latti formulati, potrebbe risultare il primo e più efficace passo per ottenere importanti conseguenze di bilancio.

Recenti studi di neonatologi e pediatri sembrano infatti confermare che, se è vero che oltre i sei mesi l’alimentazione di esclusivo latte può nuocere ad un essere vivente in velocissima crescita come il lattante, è anche vero che non necessariamente lo svezzamento deve associarsi all’interruzione dell’allattamento. La donna nutrice, infatti, può giovarsi del maggior prolungamento di tale periodo, e lo stesso bambino non sembra risentire in nessun modo di tale estensione, se supportato con l’adeguata introduzione di cibi diversi che posano aiutarlo ad abbandonare una dieta esclusivamente liquida.

Quello che bisogna superare, quindi, sembra più un limite psicologico ormai codificato tra pediatri e donne nutrici, e in tal senso una forte azione programmatica sanitaria può far la parte del leone. Tanto più in un clima, come quello inglese, ultimamente scosso dalle dichiarazioni politiche di chi obbligherebbe la donna nutrice a “ritirarsi nell’angolo ed allattare senza esser vista” (Farage, UKIP), stendendo un vetusto velo di pudicizia e conservatorismo che non fa bene né alle politiche di incentivo alla filiazione né, ovviamente, ai conti non certo perfetti del NHS.

The following two tabs change content below.

Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
blog comments powered by Disqus