Alla scoperta del cinema classico

31/03/2015 di Jacopo Mercuro

Un viaggio alla scoperta del "modello" cinematografico sviluppatosi tra gli anni 20 e la fine degli anni 50, considerato, ancora oggi, il periodo dell'oro di Hollywood

Bringing Up Baby

Il cinema classico, sviluppatosi tra gli anni 20 e la fine degli anni 50, rappresenta il cosiddetto periodo dell’oro del cinema hollywoodiano. La classicità ha sviluppato uno stile e una grammatica, al fine di privilegiare l’istanza narrativa del film, così da offrire allo spettatore un’esperienza totalmente coinvolgente.

Imperativo del cinema classico è la continuità e la chiarezza narrativa, possibili grazie allo sviluppo di un linguaggio basato su regole ferree, ripetute, come figlie di un’unica matrice, che si ripetono in ogni film classico. Ai fini di esaltare la narrazione, viene usato uno stile invisibile; la narrazione ha un ruolo predominante sul linguaggio, che è sempre funzionale alla narrazione stessa.

La sequenza classica prevede un numero di inquadrature varie, in cui, la macchina da presa, inquadra lo spazio nella sua totalità e successivamente i suoi elementi circoscritti, riprendendo il tutto in varie distanze. La macchina da presa offre continuamente precise informazioni allo spettatore sugli spazi, sui luoghi e sui personaggi. Attraverso la narrazione, il cinema classico si propone di rispondere a tutte le domande che pone; il film si potrebbe così dividere in tre atti: inizio, sviluppo e fine.

Per dare un senso di continuità all’azione, messa in pericolo dagli stacchi di montaggio, vengono utilizzate delle precise tecniche. Si riesce a produrre una continuità, attraverso i raccordi come il campo/controcampo, il raccordo sull’asse e il raccordo sul movimento, inserendo la regola dei 180° nelle sequenze dei dialoghi, attraverso la quale si crea una corrispondenza nella direzione degli sguardi dei personaggi. La sequenza classica ricostruisce sempre una simmetria, fatta di linee verticali, al fine di ricreare sempre ordine nello spazio.

Bringing Up Baby!
Bringing Up Baby

Bringing Up Baby (Susanna!), film di Howards Hawks, è una commedia sofisticata degli anni trenta, che rispetta tutte le regole del cinema classico. Come ogni film classico Bringing Up Baby, è strutturato secondo una chiara forma di base, in cui una serie di elementi linguistici entrano in opposizione dialettica; opposizioni binarie costruite fino alla risoluzione del film.

La classicità si distingue dalla modernità e dalle altre forme, grazie all’omogeneità tra logica narrativa e logica linguistica (la messa in scena). L’omogeneità si basa sulla motivazione dei personaggi e sul rapporto di causa/effetto, e ogni elemento è presente perché necessario alla storia, alla quale tutte è funzionale. È di fondamentale importanza capire che la forma non abbellisce il contenuto, ma lo crea; nei film classici lo stile è invisibile e tutte le scelte sono necessarie alla storia.

I protagonisti dei film classici (spesso una coppia), sono dei personaggi con un forte desiderio, in grado di spingere il racconto fino al raggiungimento dell’obbiettivo, svelato al pubblico nelle prime sequenze.

Ma in che modo il cinema classico ha ritrovato un grande riscontro tra le fila degli spettatori? La maggior parte del successo è da attribuire alle tecniche di messa in scena, che fanno riferimento alle regole patriarcali dell’epoca. Il pubblico rivedeva sul grande schermo la propria quotidianità. Tutto questo implica una differenza di trattamento dei personaggi di diverso sesso, come nel caso di Bringing Up Baby. Nel film di Hawks, Susanna (Katharine Hepburn), ha la funzione di attivare il desiderio di David (Cary Grant); l’azione del personaggio femminile serve all’uomo, non a se stessa, non è un soggetto, ma un oggetto.

Laura Mulvey, critica cinematografica britannica, oltre all’aver fornito un’analisi sulla differenza dei ruoli assunti dai personaggi di diverso sesso, ha evidenziato il piacere che il cinema provoca agli spettatori.

Siamo di fronte a due tipi di piacere dello sguardo, vouyeristico e narcisistico. Il piacere vouyeristico è quello provato da un soggetto, che guarda un altro soggetto a distanza, che è inconsapevole di essere guardato (come nella Finestra sul cortile di Alfred Hitchcock). Il piacere narcisistico è quello di vedere la propria immagine riflessa sullo schermo, dove il cinema narrativo classico ha fondato il suo potere fascinoso sulla figura umana, facendoci immedesimare nei panni dei protagonisti della pellicola.

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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