Algeria: la teoria del domino secondo Al-Qaeda

18/01/2013 di Elena Cesca

al_qaeda-algeriaDurante la Guerra Fredda, la cosiddetta “teoria del domino”, formulata dagli Americani, postulava che la conquista di una nazione chiave da parte dei comunisti avrebbe implicato la caduta, in una sorta di reazione a catena, delle aree limitrofe nelle mani sovietiche. Così come nel gioco del domino, bisognava dunque fare in modo che l’avversario non giocasse il suo tassello per evitare che chiudesse per primo la partita.

Ciò che sta accadendo in Africa da una decina d’anni appare un po’ una nuova manche della vecchia sfida a domino, giocata ora su altri fronti e secondo altre ideologie. Questa volta, è il turno degli jihadisti di Al-Qaeda, la più grande organizzazione terroristica internazionale, guidata fino al 2011 da Osama Bin Laden e resa famosa dagli attentati dell’11 settembre 2001.

La strategia di Al-Qaeda (“la base”) punta ad espandere un’ideologia anti-occidentale, partendo dall’Africa (la prima base operativa di Osama Bin laden sarebbe stata nel Sudan). La tattica dei movimenti jihadisti consta nel supportare le attività di lotta e resistenza contro gli avversari politici dei governi centrali in Stati caratterizzati da grave instabilità politico-economica, allacciando stretti legami con gruppi terroristici e separatisti sparsi nel Continente e nel mondo.

Come tale, è consequenziale ritrovare affiliati all’organizzazione lungo le realtà del Continente Nero. In Africa, Al-Qaeda annovera tra i suoi bracci armati quello di al-Shabaab in Somalia (legato alla pirateria somala), dei Tuareg in Mali e Niger (di cui abbiamo trattato la settimana scorsa), il Boko Haram in Nigeria e il GCIL (Gruppo Combattente Islamico Libico) in Libia. Ha agito, inoltre, con attacchi terroristici in Kenya e Tanzania, appoggia la guerra civile in Eritrea attraverso il Fronte Nazionale Islamico del Sudan, ovvero una delle prime basi di Bin laden tra il 1991 e il 1996, prima del trasferimento in Afganistan.

Ciò che sta accadendo ora in Algeria, è la ripercussione dell’eco malese di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi. Non è un caso, infatti, che, proprio secondo la stessa logica del domino, dopo quanto era successo in Mali, il problema dell’avanzata dei mujaheddin islamici si presenti lungo i confini. Proprio nel Nord del Mali, infatti, ha sede l’AQMI (il cui nome originario era Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, Gspc), ovvero la costola di Al Qaida nel Maghreb Islamico, guidata da algerini e specializzata in rapimenti di ostaggi occidentali dal 2007. Accanto all’Aqmi, troviamo l’ANSAR DINE (difensori della fede), alla cui guida c’è uno dei ribelli del Tuareg malese, e il MUJAO (Movimento per l’unicità e la jihad in Africa dell’Ovest), artefice del rapimento dell’italiana Rossella Urru, liberata lo scorso luglio, insieme a due cooperanti spagnoli.

Tuttavia, il recente rapimento di 132 ostaggi occidentali (tra cui anche Giapponesi) e l’uccisione per ora accertata di altri 30 (tra questi 2 giapponesi, 2 britannici e un francese) avvenuta ieri ad opera dell’Aqmi non sembrerebbero completamente dettati dalle influenze terroristiche di Al-Qaeda, bensì da quelle finanziarie dei vari traffici illeciti (droga, armi, persone) che si diramano tra Mauritania, Ciad, Mali, Niger e nel resto del territorio saheliano e di cui Al-Qaeda è il regista indiscusso. Non sarebbe, dunque, un caso che il recente attacco al sito petrolifero di Amenas, di cui la British-petroleum è cotitolare, e il rapimento di decine di dipendenti delle compagnie dell’area possa essere legato alla volontà degli jihadisti di porre mano anche al mercato dell’oro nero della zona.

Ciò dimostrerebbe come la forza qaedista si stia sempre più affermando come forza regionale poderosa e sia dotata di un’insidiosa potenza d’urto a livello mondiale, capace di fungere da centrale di controllo capillare di una fitta rete di interessi. Le vicende di questi ultimi anni e degli ultimi giorni, evidenziano che la rete terroristica di matrice islamica non ha cessato di operare da quando il cuore di Bin Laden ha cessato di battere. Aver sconfitto il leader non ha comportato la sconfitta di un’organizzazione che sta concretamente e linearmente (Somalia, Eritrea, Kenya, Sudan, Ciad, Nigeria, Niger, Mali, Mauritania, Algeria, Libia) prendendo piede lungo il cuore del territorio africano e si è già da tempo insediata anche nel sud-est Asia.

Spetta, dunque, agli studiosi di geopolitica prevedere quale sia la prossima mossa di Al-Qaeda nello scacchiere internazionale. Lasceranno i grandi protagonisti mondiali che Al-Qaeda faccia il suo gioco?

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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