Alfredo Di Stefano, addio al vero rivoluzionario del calcio

08/07/2014 di Andrea Viscardi

“Puskas tira più forte, Kopa dribbla meglio, Kocsis salta più in alto, ma nessuno può eguagliare Di Stefano, il solo campione senza punti deboli”.

Così scriveva di un ragazzo di origini italiane la stampa spagnola. Non un ragazzo qualunque, ma Alfredo Di Stefano. Simbolo del calcio mondiale degli anni ’50, La Saeta Rubia era considerato da molti il primo, vero, calciatore “totale” della storia.  Rispetto a Pelè si mise in gioco in Europa, e in che modo! Dieci anni al Real Madrid, 284 partite e 216 gol, che obbligarono i dirigenti dei Blancos a costruire una sede per esporre i trofei conquistati nel decennio: 8 campionati spagnoli,  5 Coppe dei Campioni, 1 coppa di Spagna. Per lui cinque titoli di capocannoniere della Liga, due della Coppa dei Campioni e, soprattutto, due palloni d’oro vinti con un abisso di voti rispetto ai due inseguitori (Wright, 1957, e Kopa, 1959). Un decennio in cui Alfredo Di Stefano, in Europa e nel Mondo, era considerato il più forte di tutti. Ma numeri a parte, chi era Alfredo Di Stefano?

Gli inizi. Nato a Buenos Aires, da genitori italiani, a soli diciasette – due anni dopo essere entrato nelle file dello storico River Plate di Moreno – esordisce in una partita ufficiale. Dopo un anno di esperienza all’ Huracàn – dove sigla undici reti aiutando la squadra a raggiungere un piazzamento a metà classifica – ritorna alla base. E qui esplode. Nelle prime due stagioni mette a segno 44 gol in 59 partite e vince la Coppa America con l’Argentina, siglando 6 gol in 6 presenze.

Alfredo Di Stefano“Nel 1948, mentre si giocavano le finali della Coppa Libertadores in Cile, litigo col River e vengo lasciato a casa. Il River perde 3-0 col Nacional di Montevideo, ci ripensa e mi richiama d’urgenza per la seconda partita. Prendo l’aereo e volo a Santiago. L’avversario è lo Strongest, campione di Bolivia. Sta per cominciare il secondo tempo e il grande Moreno mi fa: ‘Te la senti di fare una volata? Mi tocchi la palla e parti a razzo verso la porta avversaria, io te la faccio arrivare al momento giusto’. Amico, era il grande Moreno. L’arbitro fischia l’inizio, io gliela tocco e filo come un siluro, passando tra i due difensori centrali. Vedo l’ombra della palla che sta arrivando sulla destra, mi sposto per non scontrarmi col ‘volante’ e scorgo il portiere, Araya, che comincia l’uscita. Tocco la palla che scende con l’esterno, gliela faccio sfilare al fianco, la raggiungo e la metto nella porta vuota. Sono passati otto secondi. Capito perché allora mi chiamavano la saeta rubia?”

L’ El Dorado colombiano. Nel 1949, dopo aver segnato nei primi mesi 9 reti in 12 incontri, la sorpresa. Lo stesso anno, infatti, nacque la lega professionistica colombiana. Approfittando di alcune tensioni tra i vertici della lega argentina e il Presidente della Repubblica, che avevano portato molti giocatori a scioperare, le squadre del neonato campionato iniziano ad ingaggiare calciatori di primo livello proprio in Argentina, come il leggendario Pedernera, facendo affermare il campionato colombiano come quello tecnicamente più dotato insieme al Brasile sino a metà degli anni ’50.  Alfonso Senior, presidente dei Millonarios, mette a segno il colpo: Di Stefano si trasferisce in Colombia, spinto da un’offerta a dir poco sontuosa. Il giovanissimo attaccante risponde sul campo: tre campionati vinti su quattro, 192 presenze ufficiali e 90 gol (292 totali e 259 reti) ed un episodio ben esplicativo della sua bravura: durante una partita, Di Stefano lascia partire un siluro che si stampa contro la traversa, la palla rimbalza oltre la trequarti e permette agli avversari di partire in contropiede: la saetta scatta, recupera il pallone al limitare della propria area di rigore e riparte in attacco. Un dribbling, un altro ancora, un triangolo con Pedernera e un altro siluro. Questa volta la palla si stampa sotto il sette. Padernera, non proprio l’ultimo arrivato, andò verso di lui dicendo: “Ola, muchacho: no olvides que esto es nuestro pan”. Insomma, ragazzo, non dimenticarti che questo è il nostro pane. Come a dire, se fai così noi non serviamo più a nulla.

 Al Real Madrid, grazie al regime? Nel 1953 l’attaccante attira l’attenzione anche al di fuori del continente: sono Barcelona e Real Madrid a contendersi il giovane Di Stefano. Ecco, allora, il secondo colpo di scena: gli emissari del club Blaugrana compiono un’azione lampo e si garantiscono la firma del giocatore e il consenso del River, che ne deteneva ancora parte dei diritti. Ma il Real tratta con i Millonarios, e giunge ad un accordo. Risultato: la federazione stabilisce che il giocatore dovrà giocare stagioni alternate tra i due club. Il Barça ringrazia e, per protesta, rinuncia al giocatore. Dando vita a quella sfida, tra la squadra guidata da László Kubala e il Real di Di Stefano, che caratterizzerà i campionati spagnoli per gli anni a seguire e permette ai blancos di arricchire una bacheca, sino ad allora, piuttosto scarna. Negli anni del regime franchista, Madrid era il centro del potere, e la squadra della capitale – sostenuta direttamente dal dittatore – godeva di un trattamento particolare da parte della federazione, questo, almeno, a detta di alcuni. Non potremo mai sapere con certezza se dietro a quanto accaduto vi furono anche spinte extracalcistiche, e possiamo solo immaginare cosa sarebbe accaduto se Di Stefano avesse firmato con il Barcelona, e giocato, magari, in coppia con lo stesso Kubala.

Unidici anni di gloria. Qui inizia la leggenda di Di Stefano. Attaccante atipico, uno che differiva molto – almeno per quelli che erano gli standard – dagli attaccanti dell’epoca, lui è una punta, un’ala, un trequartista, ma anche un mediano. L’argentino è un giocatore che ama correre per tutto il campo, dar vita alle azioni offensive partendo da una posizione arretrata, ma sotto rete è infallibile. Un fisico che appariva ben più possente del suo metro e 78, e quell’abilità nel far giocare la squadra, nel vedere i compagni, che lo fa considerare da qualcuno, un giocatore più completo di Pelè. Per Zeda, lui era l’esempio dell’atleta immaginato da Platone. Tecnicamente inferiore alla pantera brasiliana, ma tatticamente l’esempio di cosa dovrebbe essere un calciatore, molto più del collega. Dribbling, movimenti, gioco di sponda, inserimenti e ben poco egoismo.

Adalberto Bortolotti, storica firma del giornalismo sportivo italiano, ebbe da dire proprio questo (a cui, fece eco pochi anni dopo, un certo Diego Armando Maradona). Di Stefano è stato il più grande calciatore della storia. Diede vita, così, ad una polemica con il giornale brasiliano Placar, che scrisse, più o meno letteralmente che non “c’è limite alle vaccate che un essere umano può sparare“. Evidentemente, dietro ad una reazione del genere, c’era la consapevolezza che questa fosse qualcosa di più di una semplice vaccata. Sarebbe inutile portare avanti la polemica su chi sia statao il migliore, così come accademico ripercorrere anno dopo anno le sue vittorie, conosciute a tutti. Molto più utile, allora, per far comprendere cosa significasse il nome “Di Stefano” per il calcio, i calciatori e i giovani dell’epoca, riportare le parole di Sandro Mazzola, riferite alla vittoria interista sul Real Madrid nella Coppa dei Campioni del 1964: “Era Di Stefano il vero leader del Real: aveva il portamento, lo sguardo, il carisma del leader. Prima della partita, durante il riscaldamento, rimasi cinque minuti a guardarlo chiedendomi se davvero stessi per andare in campo contro di lui”.

Quel Mondiale mai arrivato. A tutti i più grandi campioni, però, nel palmares manca qualcosa. L’Europa e la Champions a Pelè, il Campionato del Mondo a Cruijff, sempre la Coppa dei Campioni a Maradona. Di Stefano, naturalizzato spagnolo (31 presenze, 23 reti) non riuscì ad aiutare La Selección a qualificarsi, nel 1958, alla fase finale della competizione per nazionali più importante. Con lui c’erano due come Luis Suarez e Kubala, e forse il motivo va ricercato anche negli attriti che sorgevano tra i campioni dei Blancos e dei Blaugrana in nazionale, situazione protrattasi sino ai giorni nostri. La squadra pareggiò, prima, 2 a 2 con la Svizzera, e poi perse 4 a 2 con la Scozia, arrivando seconda nel girone. Nel 1962, finalmente, la  qualificazione, e il tragico destino: la sua ultima possibilità svanisce in un infortunio muscolare, così come quelle della Spagna, che chiuderà il girone all’ultimo posto, vincendo contro il Messico e perdendo, di misura, contro Brasile e Cecoslovacchia, le due finaliste dell’edizione. Chissà cosa sarebbe successo con Di Stefano in campo.

«Per diventare bravi giocatori occorre pensare giorno e notte al pallone. I giovani che vogliono fare solo quattrini senza fatica o svolgere altri mestieri, anche soltanto per distrarsi, mentre giocano da professionisti, sbagliano, perché infallibilmente toglieranno, anche senza accorgersene, tempo prezioso al loro mestiere. Io non sono mai stato molto disciplinato nella vita privata, ho bevuto botti di vino e ho mangiato quintali di pesce fritto, ma tutto questo mi serviva per stordirmi e non pensare ad altro. E dormire. Ma in sostanza io mi sono mortificato in campo in allenamenti durissimi, mentre nei giovani d’oggi c’è la tendenza ad allenarsi poco e a non saper soffrire. Gli allenamenti duri, massacranti, estenuanti, sono indispensabili ad un campione, formano il campione. A me hanno dato l’ossatura. Il campione deve essere ambizioso ogni giorno di più, ogni giorno più ambizioso del giorno prima». 

 

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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