Alessandro Torlonia, o del capitalismo

25/10/2015 di Davide Del Gusto

Banchiere, imprenditore, nobile, mecenate: tutto questo fu Alessandro Torlonia, uomo tra i più ricchi e potenti della Roma ottocentesca. Proprietario di un immenso patrimonio, il suo nome resta legato ad una delle più grandi imprese nella storia dell’industrializzazione e dell’ingegneria idraulica: il prosciugamento del lago Fucino.

Alessandro Torlonia

Lasciandosi alle spalle Porta Pia e percorrendo via Nomentana, è decisamente impossibile non essere attratti da una delle ville più belle della Capitale. L’imponente ed elegante Villa Torlonia, infatti, assai nota peraltro per essere stata la residenza capitolina del Duce, rimane oggi un lascito preziosissimo del gusto e del fasto di una delle più facoltose famiglie del XIX secolo, con i suoi splendidi edifici neoclassici e liberty. Ma nel grande parco, tra fontane, obelischi e falsi ruderi romani, ci si può imbattere in un curioso laghetto dalla forma irregolare: si tratta di una precisa riproduzione in scala di qualcosa che al giorno d’oggi non esiste più e a cui il nome dei Torlonia è rimasto indissolubilmente legato.

Per comprendere il perché di questo singolare arredo della villa occorre tornare alle origini della famiglia quando, alla metà del Settecento, il francese Marin Tourlonias lasciò l’Alvernia per giungere a Roma al seguito del cardinale Troiano Acquaviva d’Aragona. Nella città papalina egli decise di italianizzare il suo nome e diede avvio ad una bottega di tessuti in Piazza di Spagna, nonché ad un banco prestiti, destinato a costituire il vero e proprio fulcro delle fortune dei suoi discendenti. Già suo figlio Giovanni Raimondo, nato nel 1754, ebbe modo di beneficiare di quanto messo in piedi dal genitore e, grazie al suo spirito d’impresa, fece fruttificare enormemente i capitali del Banco Marino Torlonia grazie agli ingenti prestiti concessi ai nobili romani a garanzia dei loro beni minacciati dall’occupazione francese. Successivamente, quando il vento della restaurazione legittimista di Vienna spazzò via gli ultimi residui dell’avventura napoleonica, il novello uomo più ricco di Roma non esitò a passare al servizio della Chiesa, diventandone il principale fornitore: per guadagnare la piena fiducia da parte di Pio VII, Giovanni iniziò poi a fondare opere pie e a fare ingenti donazioni alle chiese romane; tali cospicue elargizioni non furono certamente a perdere poiché in cambio venne insignito dal Papa dei titoli di Nobile Romano e di Principe di Civitella Cesi. Fu così che, dopo un’ascesa rapidissima totalmente fondata sui galoppanti valori borghesi, i Torlonia divennero una tra le più importanti e influenti famiglie dello Stato Pontificio.

 Villa Torlonia
Casino Nobile di Villa Torlonia

Giovanni continuò a consolidare la sua inarrestabile ascesa sociale, comprando opere d’arte antiche e moderne, ricchi palazzi e ville suburbane lussuose, tra cui, appunto, quella sulla Nomentana; ma soprattutto i suoi sforzi vennero raccolti e portati avanti egregiamente dalla sua prole. Nel 1793 aveva sposato Anna Maria Chiaveri Schulteiss, vedova di un suo socio, da cui aveva avuto cinque figli: Marino nel 1796, Teresa nel 1797, Carlo nel 1798, Alessandro Raffaele nel 1800 e Maria Luisa nel 1804. Eccetto il terzogenito, tutti ebbero degli ottimi matrimoni con rampolli delle più nobili famiglie romane e poterono godere sia di un’ottima educazione, che delle ricchezze accumulate dal padre.

Nel 1829 Giovanni poté lasciare questo mondo con la tranquillità che i suoi giovani figli maschi, Marino e Alessandro, avrebbero trainato il Banco Torlonia e aumentato il capitale familiare grazie alla loro evidente intelligenza finanziaria. Entrambi furono effettivamente dei validi imprenditori, ma fu il più giovane a spiccare ben presto nell’attività affaristica e ad imporsi sulla scena. Alessandro, infatti, ripreso il titolo di Principe di Civitella Cesi (cui si affiancarono quelli di Duca di Cesi e di Marchese di Romavecchia) fu il vero grande erede di Giovanni. In primo luogo accrebbe la grandiosa villa sulla Nomentana, arricchendola anno dopo anno di nuovi stupefacenti elementi in linea con i gusti artistici ed architettonici del tempo; allargò inoltre gli orizzonti del Banco acquisendo il monopolio del sale e del tabacco a Roma e a Napoli. La sua ricchezza aumentò in modo così rapido e stupefacente che gli permise di fiutare l’affare migliore della sua carriera, attraverso il quale sarebbe stato definitivamente consegnato alla storia del capitalismo italiano.

Nella metà del XIX secolo in tutta l’Europa imperversava la febbre di una massiccia industrializzazione, condotta attraverso meccanismi di concessione che i governi nazionali affidavano a privati per la realizzazione di grandi opere quali ferrovie, strade, acquedotti, e altre infrastrutture utili allo sviluppo economico degli Stati. Anche Napoli finì per essere contagiata e, tra le varie innovazioni tecnologiche avviate da Ferdinando II di Borbone, spiccava il progetto del prosciugamento del lago Fucino, il terzo d’Italia per estensione. Sin dall’età romana, infatti, le popolazioni della Marsica avevano implorato più volte i vari governi di risolvere i problemi creati dalla singolare natura del bacino: esso riceveva grandi quantità d’acqua da numerosi immissari, ma non aveva sbocchi attraverso cui scaricarle altrove; le poche cavità carsiche attraverso cui riusciva a filtrare qualcosa si intasavano a causa dei detriti, comportando di conseguenza periodici aumenti del livello delle acque, che invadevano per chilometri le aree circostanti con gravi danni per le colture e per gli stessi paesi rivieraschi. Dopo un primo tentativo, l’emissario artificiale fatto costruire dall’imperatore Claudio cadde in disuso e fu abbandonato per secoli, lasciando di nuovo spazio all’invadente specchio d’acqua. Così, nel 1853, dopo nuovi studi sul restauro dell’emissario claudiano condotti da illustri ingegneri, venne costituita col placet borbonico e dietro finanziamenti anglo-francesi una Compagnia Anonima Regia Napolitana, la quale avrebbe dovuto dare avvio al prosciugamento del Fucino e alla successiva bonifica delle terre emerse.

Alessandro Torlonia
Busto di Alessandro Torlonia ad Avezzano

Nonostante gli sforzi, i capitali non bastarono e a ciò si aggiunsero gli inevitabili ostacoli burocratici relativi sia all’avvio dei lavori, che alla gestione dell’immenso latifondo che sarebbe sorto in seguito. E fu a questo punto che entrò prepotentemente in scena Alessandro Torlonia: ormai fuoriusciti i finanziatori stranieri, egli acquistò rapacemente la metà delle quote azionarie della Compagnia, riuscendo in poco tempo a imporsi sugli altri soci e a rilevare infine l’intero capitale sociale. «O Torlonia asciuga il Fucino, o il Fucino asciuga Torlonia»: con questa frase a lui attribuita si potrebbe riassumere lo spirito dell’intera operazione. Nobiluomo romano, ma al contempo un borghese spinto dallo spirito rampante del capitalismo ottocentesco, egli capì che dalla concessione ottenuta sulla bonifica delle terre strappate al Fucino avrebbe avuto una fonte inesauribile di guadagno. In più, sarebbe riuscito dove altri, da Claudio ad Adriano, da Federico II di Svevia ad Alfonso I d’Aragona fino a Ferdinando IV di Borbone, avevano fallito: avrebbe raggiunto l’immortalità attraverso il suo faraonico progetto di assoggettamento della natura alla scienza moderna e al capitale.

I lavori di prosciugamento, effettuati da 4.000 operai e coordinati dall’ingegnere svizzero Franz Mayor de Montricher, iniziarono nel 1855 e proseguirono successivamente sotto la guida di un altro elvetico, Enrico Bermont, e del francese Alexandre Brisse: il primo invaso delle acque, che attraverso il nuovo emissario artificiale sarebbero confluite nel poco distante fiume Liri, avvenne nel 1862 e ad esso ne seguirono altri fino al 1877; il 1° ottobre 1878 del lago Fucino non rimaneva più nulla e al suo posto erano sorti 16.507 ettari di terreno bonificabile e coltivabile, di cui solo 2.500 spettarono alle comunità locali: il resto divenne proprietà di Alessandro Torlonia, il quale pose il centro dei suoi affari nel latifondo fucense ad Avezzano, dando così un incredibile impulso alla modernizzazione di un territorio fino ad allora ben poco interessante da un punto di vista economico e produttivo.

Fucino
Fucino: prima e dopo

Nel frattempo, il governo borbonico aveva esaurito i suoi giorni e si era costituito lo Stato unitario italiano. L’impresa di Torlonia si ritrovò ad essere la prima effettiva punta di diamante degli auspicati successi dell’industrializzazione del Regno d’Italia e lo stesso Vittorio Emanuele II non esitò a conferirgli il titolo di Principe del Fucino. Ormai anziano, Alessandro poteva ritenersi un uomo pienamente realizzato; ciononostante, fu colpito da un grave lutto proprio nel momento apicale del suo successo: nel 1875 morì giovanissima sua figlia Giovanna Giacinta Carolina e delle due figlie avute da Teresa Colonna gli rimase solo Anna Maria, sposatasi da poco con il nobile (ma squattrinato) Giulio Borghese, il quale assunse ben presto il cognome della consorte.

Simbolo indiscusso del mondo imprenditoriale italiano dell’Ottocento, definito il “Rothschild di Roma”, Alessandro Torlonia si spense nella Capitale il 7 febbraio 1886: la sua enorme eredità fu raccolta dalla figlia e dal genero e trasmessa ai nipoti assieme al titolo di Principe. Il Fucino invece, divenuto ormai un immenso granaio, sarebbe stato celebrato dai suoi eredi proprio con quel piccolo stagno alle spalle del Casino Nobile di Villa Torlonia.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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