Che la solidarietà non sia cameratismo

02/05/2014 di Francesca R. Cicetti

Polizia

Cinque minuti di applausi hanno infiammato di nuovo l’opinione pubblica, che sembrava essersi momentaneamente sopita. È successo al convegno del Sap, il sindacato autonomo di polizia, davanti a tre agenti delle forze dell’ordine condannati in via definitiva per l’omicidio di Federico Aldrovandi. Il gesto, al quale è francamente difficile trovare scusanti, è servito però a riaccendere la polemica, e a riavviare uno stretto giro di solidarietà. Solidarietà tra poliziotti da un lato, solidarietà alla madre del diciottenne ferrarese dall’alto. La prima fa sì che centinaia di agenti esplodano in una standing ovation di fronte a degli (secondo la legge) assassini. La seconda dà il via a un giro di lettere e di dichiarazioni, di abbracci e strette di mano, di grida al suon di “terrificante” e ”indegno”, che nutrono un pubblico affamato di scandalo e si risolvono con un nulla di fatto.

La solidarietà, insomma, rischia di diventare una sterile calamita per audience. O, ancora peggio, una forma retrograda e insostenibile di cameratismo. Poco importa se sono colpevoli, perché sono colleghi, e quindi vige il dovere di dimostrare la propria vicinanza. E vale ovviamente in qualunque settore. La polizia non è l’unica, anzi: la solidarietà stringente è un pregio (o un morbo?) diffusissimo. Ma sono i poliziotti a essere al centro del mirino. Perché, quando si tratta di loro, si accendono le luci dei riflettori. Tutto si amplifica. E fatti come quelli di questi giorni riportano in auge stravaganti nostalgie dei tempi d’oro dei briganti, dove si invoca un ritorno allo stato di natura, anarcoide e abbastanza ridicolo.

Solidarietà e cameratismoNon è una questione di schieramento politico: l’elogio del delinquente furbo e scaltro appartiene un po’ a tutti. E piazzate come l’applauso del Sap non aiutano di certo a rimuovere una cultura che dovrebbe oramai appartenere al passato. Bisognerebbe dimenticare l’idea che i poliziotti siano al servizio di uno Stato nemico, non solo perché è un retaggio imbarazzante di chissà quale nostalgica lotta di classe, ma anche perché non fa bene al nostro Paese. Stato e polizia non sono uno schieramento elitario, diviso dal resto degli italiani. Lo Stato siamo noi. Ma a volte è difficile crederlo, come di fronte agli avvenimenti degli ultimi giorni. La solidarietà, in questo caso, è stata un magnete per infamia e vergogna. Una scusa per farsi scudo, per proteggersi dal mondo esterno, per radunarsi intorno a chi appartiene al gruppo. Solo che stavolta erano le persone sbagliate.

L’intera aula del Senato si è detta indignata, e così il Presidente del Consiglio, quello della Repubblica e numerosi ministri (anche se non sono mancate le voci fuori dal coro). Tutto giustissimo, tutto sacrosanto. Ma ecco qui il rischio di un’altra solidarietà sbagliata, da dimenticare. Quella sterile, quella che serve solo per attrarre consenso. Quella che ha come unico scopo mobilitare l’opinione pubblica, farla svegliare. Quella che, alla fine, non porta a nessun cambiamento. Ad avere ragione, anche stavolta, è Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. È confortante sapere da che parte stia la politica, di destra e di sinistra, in situazioni vergognose come questa. Ma ora basta. Ora, dopo le parole, bisogna passare ai fatti. La solidarietà del cameratismo ci fa rabbrividire e ci preoccupa. Ma la solidarietà come passeggera indignazione, oggi come oggi, non è più sufficiente.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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