Alcune precisazioni sulla disoccupazione al 13%

02/04/2014 di Federico Nascimben

L'analisi dei dati resi noti dall'Istat ci ricorda come la nostra sia una ripresa (?) jobless. E uno studio della Commissione europea pone l'attenzione sulla componente strutturale del nostro tasso di disoccupazione

Giovani, lavoro e disoccupazione

L’Istat ha diffuso ieri i dati provvisori su occupati e disoccupati, aggiornati a febbraio 2014 (qui il link). Vediamo un po’ di cifre:

– Il tasso di disoccupazione è pari al 13%, cioè 3 milioni e 307 mila individui;

– Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è pari all’11,4% della popolazione in questa fascia d’età e al 42,3% dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, cioè 678 mila individui;

– Il tasso di inattività tra i 15 e i 64 anni è pari al 36,4%;

– Il tasso di occupazione è pari al 55,2%, cioè 22 milioni e 216 mila individui;

Il tasso di disoccupazione generale ha toccato il record massimo sia dall’inizio delle serie trimestrali nel 1977 che dall’inizio delle serie mensili nel gennaio 2004; mentre il tasso di occupazione ha toccato il record minimo dal primo trimestre del 2000. Anche se tali cifre non dovrebbero più sorprendere, visto che siamo entrati ormai nel settimo anno di crisi, e visto che tutti gli istituti di ricerca e statistica (nazionali e internazionali) ci dicono che tutto il 2014, sotto un profilo occupazionale, farà registrare dati peggiori… Ebbene, nonostante tutto ciò, siamo riusciti a fare peggio di quanto previsto più o meno da tutti (si veda questo interessante articolo del FQ). Anche il Ministro Poletti, in audizione in Commissione Lavoro alla Camera, il 25 marzo, ha ammesso che il 2014 per l’occupazione sarà ancora un anno “molto, ma molto pesante“.

In effetti, a detta di molti economisti, questa sarebbe stata una ripresa/ripresina (?) jobless, cioè senza lavoro; in un Paese come il nostro, che va avanti a suon di CIG straordinaria e in deroga, vengono prima questi occupati da riassorbire. A tal proposito, sempre il Ministro Poletti, nella stessa audizione, ha dichiarato che “concretamente nell’arco di quest’anno abbiamo un problema perché manca circa un miliardo per la CIG in deroga, se guardiamo alle dinamiche dell’altro anno, […] questo tema ha bisogno di essere affrontato, [avendo presente il rischio che, andando, ndr] verso l’esaurimento degli strumenti ordinari, la CIG in deroga diventi il rifugio ultimo con un problema gigantesco per la traslazione di problematiche di tipo diverso. Occorre avere garanzie di copertura altrimenti rischiamo di avere problemi sociali immediatamente a valle“. Solamente nel 2015, sempre secondo i maggiori istituti di ricerca, persistendo le presenti condizioni, vi sarà una ripresa occupazionale.

Quindi, anche modificando in maniera consistente le nostre regole del mercato del lavoro (si veda alla voce JobsAct), sia in ingresso che in uscita, in una situazione economica così negativa non vi sarà alcuna ripresa dell’occupazione. Anzi, l’esempio spagnolo ha sortito effetti esattamente opposti (si veda qui e, soprattutto, qui). Come noto, e come dichiarato anche da Renzi stesso, “l’occupazione non si crea per decreto“. Quindi, appare naturale che se ordinativi delle imprese e consumi non tornano a crescere a ritmi sostenuti non vi sarà alcuna diminuzione del tasso di disoccupazione. In altre parole, se la domanda (in specie, quella interna) non torna a crescere non vi è incentivo che tenga.

Ma un dato in particolare, se fosse corretto, dovrebbe destare particolare attenzione. Secondo un articolo pubblicato su lavoce.info (qui il link), che riprende una previsione della Commissione europea, il tasso di disoccupazione di equilibrio per il nostro Paese, cioè il tasso compatibile con la stabilità dei prezzi, pari al 10,3% nel 2013 è previsto all’11% nel 2015. Questo significa che “per la Commissione europea quasi tutto il nostro tasso di disoccupazione è strutturale e non ciclico, cioè non può essere significativamente ridotto, allo stato attuale, senza che si manifestino pressioni rialziste sui salari […]. In altri ed ulteriori termini, quasi tutti i disoccupati italiani sono al momento inoccupabili” (si veda qui). Se così fosse, ciò significherebbe che è proprio la struttura della nostra economia, e conseguentemente la competitività di questa, il primo grosso scoglio ad una ripartenza dell’occupazione. E ciò significherebbe, inoltre, che il peso delle mancate riforme (soprattutto in periodi in cui il ciclo economico era favorevole) pende come una spada di Damocle sulla nostra testa che – unita alla stretta fiscale e al tentativo di accelerazione riformistica in condizioni economiche molto sfavorevoli – ci ricorda l’origine dei nostri problemi. Cioè, innanzitutto, noi italiani, favoriti, poi, da una buona dose di cecità europea.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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