Alberto da Giussano, tra leggenda e mito politico

12/04/2014 di Davide Del Gusto

Alberto da Giussano

Nel corso dei secoli, innumerevoli personaggi hanno segnato più o meno indelebilmente la loro epoca e contribuito a costruire la storia dell’umanità. Spesso è accaduto che i posteri ricordassero le loro idee e azioni, mettendo in moto tutta una serie di conseguenze, nate dall’emulazione o dalla mitizzazione di uomini divenuti a loro volta delle icone. Altre volte, invece, ci si ritrova dinanzi alla situazione contraria: per giustificare un atteggiamento e un programma ideologico e per renderlo appetibile e condivisibile si procede con un’operazione di scavo nella memoria più nascosta al fine di scovare l’immagine giusta, abbigliandola poi come un simbolo riconoscibile e punto di riferimento per un certo tipo di valori. Fondamentalmente questa seconda dinamica è stata applicata alla figura di un personaggio dalla storia assai peculiare: Alberto da Giussano, il mitico capopopolo lombardo, entrato solo negli ultimi due secoli nel pantheon ideale e retorico degli italiani illustri e venerabili.

Lo sfondo entro cui si colloca la sua vicenda è quello dell’Italia della seconda metà del XII secolo, quando la Penisola stava vivendo, già da parecchi decenni, un momento di fortissima crescita economica e di rinascita. Fu proprio in questa fase storica, infatti, che si consolidò sempre di più la strutturazione totalmente inedita ed estranea al resto d’Europa delle antiche città di fondazione romana della Lombardia in liberi comuni, caratterizzati da un’accesa intraprendenza e mossi da un crescente sviluppo commerciale, degli autentici laboratori sociali e politici. Nel corso dei decenni il fenomeno dell’incastellamento nell’area cisalpina era andato incontro a un forte rallentamento e la nobiltà stessa aveva iniziato ad interessarsi non solo al contado, ma anche, in alcuni casi, ai centri urbani e al loro governo; ma la spinta propulsiva della rivoluzione comunale fu composta da professionisti e notai, artigiani e mercanti: questi, riuniti in consigli assembleari, iniziarono a governarsi da soli, battendo moneta e riscuotendo tasse locali ad uso del solo comune. Gli imperatori germanici, che avevano ereditato la corona d’Italia dai Carolingi, inizialmente permisero questa affermazione di autonomia delle città lombarde: ciò che interessava loro era che i comuni pagassero le imposte richieste dai funzionari imperiali, poco contava se ad amministrarli fossero i cittadini, i conti o i vescovi.

Alberto da GiussanoQuando però Federico I Barbarossa venne incoronato re di Germania, constatò che l’indulgenza dei suoi predecessori aveva creato un preoccupante precedente: le città avevano iniziato a conquistare parti di contado, mettendo da parte la nobiltà fedele all’imperatore. A seguito delle proteste dei rappresentanti del comune di Lodi, che temevano l’espansione di Milano, il sovrano decise di intervenire per mettere ordine in Lombardia, indicendo due diete a Roncaglia, presso Piacenza, nel 1154 e nel 1158. Nonostante avesse incassato le promesse di ubbidienza dei rappresentanti lombardi, presto riemersero le loro lamentele e richieste di protezione dai milanesi. Nella seconda dieta, inoltre, i giuristi dell’Università di Bologna consegnarono al Barbarossa un dettagliato elenco di tutte le prerogative del sovrano, le regalie, che i comuni erano tenuti a rispettare: tra queste, oltre alla riconferma delle imposte, venne sottolineato il suo diritto di nominare personalmente i magistrati dei comuni lombardi.

Le città padane esplosero contro l’imperatore: nel 1162 Federico I scese nuovamente nella Pianura Padana e la mise a ferro e fuoco, conquistando città e radendole al suolo, come accadde alla stessa Milano nell’aprile di quell’anno, demolita dagli abitanti dei comuni limitrofi ad essa ostili. La reazione iniziò nel 1164 nella Marca Trevigiana, dove Treviso, Verona, Padova e Vicenza costituirono una lega, sfidando apertamente l’autorità imperiale: il loro esperimento fu emulato tre anni dopo da Cremona, Bergamo, Brescia e Mantova, che collaborarono alla ricostruzione di Milano. Questa operazione portò, il primo dicembre 1167, i rappresentanti delle due leghe a costituirne una sola, la Lega Lombarda, con il giuramento di Pontida. A questa presto richiesero di aderire molte altre comunità padane, comprese quelle che avevano richiesto l’intervento del Barbarossa. Il loro obiettivo, si badi, non era la separazione dall’Impero, quanto più il ripristino dello status quo ante. Nel 1175, dopo aver assediato inutilmente Alessandria, Federico I cercò di concludere una pace, ma l’anno seguente, il 29 maggio 1176, la Lega Lombarda, schierata intorno al Carroccio, affrontò l’esercito imperiale a Legnano, sbaragliandolo definitivamente e mettendolo in rotta. Il risultato fu una tregua, nel 1183, siglata a Costanza tra Federico I e diciassette città lombarde.

È nel momento della decisiva battaglia di Legnano che avrebbero brillato, emergendo su tutti, il carisma militare e la forza di Alberto da Giussano: questi, accanto a due fratelli e a capo di novecento armati lombardi uniti sotto il nome alquanto evocativo di “Compagnia della Morte”, avrebbe protetto il Carroccio dalle milizie germaniche durante lo scontro, avendo giurato con i suoi militi di portare a termine l’impresa, a costo di morire fedeli all’idea di libertà. Il fatto è che questo eroico cavaliere non è mai esistito: la prima fonte che ne fornisce l’identità è una cronaca milanese, tutt’altro che scevra di imperfezioni, scritta dal teologo domenicano Galvano Fiamma ben centocinquant’anni dopo i fatti ad uso e consumo di Galeazzo Visconti, nuovo signore di Milano.

Comunque, il mito di questo personaggio continuò ad essere popolare per secoli tra i milanesi, arrivando a godere di una nuova giovinezza in tempi a noi molto più recenti. Nell’Ottocento romantico, infatti, la storia di Alberto da Giussano e della Lega Lombarda tornò fortemente alla ribalta, con la creazione di iconografie e di simboli basati in minima parte sulla verità storica e in buona consistenza sulle leggende popolari. Una simbologia che ebbe la funzione di riscaldare i cuori dei patrioti italiani durante la lunga stagione del Risorgimento: valga su tutte la raffigurazione di un Alberto da Giussano eroico, con l’aspetto ottocentesco e un’armatura anacronistica, nell’atto di brandire il pesante spadone nella difesa del Carroccio, nel turbine confuso della battaglia di Legnano dipinta da Amos Cassioli proprio negli anni dell’unificazione nazionale; ma si pensi anche alla statua bronzea dell’eroe medievale eretta proprio nel comune lombardo teatro dello scontro, in occasione delle celebrazioni nel 1876 del settimo centenario della vittoria sul Barbarossa. Infine, l’opera di ideologizzazione di questo personaggio leggendario venne attuata anche nelle opere letterarie destinate all’uso e consumo delle scolaresche, come la celebrazione magniloquente del Carducci nella sua Canzone di Legnano, o addirittura con la citazione della memorabile battaglia nel testo dello stesso Canto degli Italiani di Goffredo Mameli, qui vista come momento di lotta comune allo straniero. Alberto divenne così uno dei tanti eroi precursori del Risorgimento italiano, una figura mitica in lotta contro l’invasore germanico, ora trasfigurato perfettamente nell’oppressore austriaco della retorica patriottarda.

Cambiando poi scenario e avvicinandoci ancor di più ai giorni nostri, negli anni ottanta del XX secolo il neonato movimento politico della Lega Nord trovò in Alberto, nel Carroccio, in Pontida e in Legnano una serie di immagini già predisposte all’uso ideologico: paradossalmente, però, alcuni tra i simboli più celebrati al momento dell’Unità d’Italia vennero completamente stravolti e rivisitati. Il richiamo alla Lega Lombarda del XII secolo venne espresso nell’epica lotta al centralismo romano, erede delle ingerenze di Federico I. Da eroe di guerra e icona della nazione finalmente unita, Alberto da Giussano finì per divenire l’araldo della vaticinata secessione padana dallo stato italiano.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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