Al Sisi, ovvero la violenta crisi egiziana dietro l’omicidio Regeni

29/03/2016 di Edoardo O. Canavese

Con la salita di al Sisi, l’Occidente aveva creduto di trovare un affidabile partner politico ed economico, su cui il governo Renzi ha investito molti dei suoi sforzi e della sua credibilità internazionale. L’omicidio Regeni riporta il nostro Paese alla realtà di un Egitto instabile, preda di un regime violento e inaffidabile.

Egitto Al Sisi

Quando nel luglio 2013 l’ex comandante delle forze armate egiziane e ministro della Difesa Abdel Fattah al Sisi ha assunto il potere, in Occidente si è tirato un sospiro di sollievo. I Fratelli Musulmani del destituito presidente Morsi e gli strampalati estremisti che volevano abbattere le piramidi venivano banditi e l’Egitto tornava alle necessarie cure autoritarie. Quando poi il Medioriente è sprofondato nel caos islamista appiccato da Isis, s’è creduto di aver trovato in al Sisi non soltanto un paladino dell’ordine, ma un valido alleato nella lotta al fondamentalismo islamico; Avvenire del 7 gennaio 2015 arrivava a definirlo “uomo d’armi, statista […] promotore di una rivoluzione religiosa”. Per il nostro Paese al Sisi è diventato sinonimo di gas: il 30 agosto scorso l’Eni annunciava la scoperta di un giacimento “supergiant” al largo delle coste egiziane. Un motivo in più per Renzi per intensificare gli investimenti economici e politici al Cairo ed esporsi come sponsor internazionale dell’ex comandante. Fino alla confusa, orribile fine di Giulio Regeni.

Il 3 febbraio scorso il corpo di Regeni viene ritrovato in un fosso alla periferia del Cairo. Il giovane ricercatore italiano era scomparso da dieci giorni, mentre conduceva uno studio sui sindacati indipendenti in Egitto. Ben presto i sospetti si sono concentrati sulle forze dell’ordine egiziane, sempre più spesso coinvolte in aggressioni ed arresti a sospetti, e complici di oltre 400 sparizioni, più di 600 casi di tortura, quasi 500 morti conseguenti a semplici stati di fermo. Dall’inizio dell’anno, 88 egiziani sono scomparsi, otto dei quali restituiti cadavere. Regeni è sparito, è stato torturato, infine ucciso.

La stampa vicina ad al Sisi ha fin da subito accusato gli islamisti e il Mossad quali mandanti dell’omicidio di Regeni, mentre il regime si è reso protagonista di pindarici tentativi di discolpa. L’ultima versione del Cairo racconta il rapimento del ricercatore da parte di una banda di malviventi specializzati in sequestri di stranieri, soliti ad abbigliarsi come poliziotti. Una versione dei fatti smentita dallo stesso procuratore cairota, El-Monim, che si occupa del caso, ma pure presentata come ufficiale dal ministro degli interni Ghaffar.

Perché è lecito sospettare che il governo egiziano sia diretto responsabile della crudele morte di Giulio Regeni? Anzitutto testimoni hanno riferito di averlo visto il 25 gennaio scortato da uomini in divisa (di qui la ricostruzione dei rapitori in costume). E’ possibile, come riferito dal presidente della Commissione Esteri Pierferdinando Casini, che il lavoro di Regeni fosse stato equivocato. Come evidenziato da Jean Lachapelle del Washington Post, le autorità egiziane percepiscono come minacce relazioni tra stranieri e settori attivi della società. I sindacati indipendenti, di cui Regeni si stava occupando, sono una spina nel fianco per il governo al Sisi. Nonostante agiscano nel silenzio della stampa e nel disinteresse dell’opinione pubblica, sono affrontati dalle autorità egiziane come forme di terrorismo. Ciò accade perché in Egitto ciò che mina il potere di al Sisi è associato, automaticamente, a quell’unica parola che possa giustificare agli occhi dell’Occidente investitore, politico ed economico, l’uso della forza. L’omicidio di Regeni tuttavia non descrive solo la psicosi di cui è ostaggio la leadership egiziana; racconta pure quanto il potere di al Sisi sia molto più farraginoso di quanto l’Occidente abbia mai sperato o temuto.

L’Egitto non è un paese pacificato e al Sisi non è un leader saldo. Nonostante i principali leader politici che animarono la primavera egiziana nel 2011 siano in prigione e sebbene la caccia alle streghe del regime con i dissidenti abbia depresso l’opposizione politica, il dissenso contro al Sisi esiste, ed è più forte di quanto non fosse nei confronti di Mubarak. La motivazione è la più semplice: il despota ha ripristinato lo status quo che gli egiziani contestavano ai suoi predecessori. L’incapacità del regime di soddisfare alcuna delle richieste economiche e sociali avanzate alla caduta di Mubarak, unita all’uso della repressione politica, ha spento ogni speranza tra quanti auspicavano un paese riformato. L’economia del paese è al collasso, al Sisi persegue una schizofrenica politica di favoreggiamento dei partner stranieri e dei militari, che finora non ha dato alcun beneficio allo Stato. Le forze di polizia sono fuori controllo e gli scandali legati ai soprusi delle forze dell’ordine sono oramai abitudine. Il regime di al Sisi si sostiene su alcune benedizioni internazionali e su impegnativi accordi economici con paesi dell’Occidente e della penisola arabica, tra i quali spicca l’Italia.

Uno Stato militarmente violento, socialmente instabile, che percepisce se stesso come politicamente minacciato. In questo contesto è stato compiuto l’omicidio Regeni. In questo contesto Renzi ha investito grande parte della propria credibilità internazionale. L’Italia è stato il paese occidentale che più di ogni altro ha sostenuto il consolidamento di al Sisi. Dopo il ritrovamento del corpo di Regeni, questa esposizione ha provocato un imbarazzato irrigidimento delle relazioni tra il leader egiziano e il premier italiano. Da allora gli interventi di Renzi sono stati pochi, poco incisivi e hanno lasciato la vaga idea d’impotenza del governo italiano verso una tale ingiustizia, infangata dalle censurabili verità egiziane. Il senatore democratico Luigi Manconi, che oggi ha affiancato la madre del ricercatore italiano nella conferenza stampa, ha pungolato il governo affinché molto più sia fatto per la verità, senza precipitare le relazioni col Cairo ma affinché non passi il messaggio che alla tutela dei diritti umani sia anteposto il precario equilibrio che sta dietro a pur importanti accordi economici e commerciali.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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