La Conferenza di Monti, l’agenda e un Natale che potrebbe cambiare gli equilibri del Paese

24/12/2012 di Luca Andrea Palmieri

Mario Monti
Mario Monti

Quest’anno le vacanze di Natale verranno indicate come le più “politiche” che la storia italiana recente ricordi. Tra la conferenza stampa dell’ormai ex Presidente del Consiglio Mario Monti all’antivigilia e le primarie del Pd giusto prima di Capodanno, il ritmo delle festività pare quasi scandito dalle scadenze pre-elettorali: attendiamo l’annuncio di una qualche sorpresa dell’Epifania ed il terzetto sarà completo. Casi di un governo tecnico, ma anche di una politica a tratti schizofrenica, divisa tra le necessità parlamentari e quelle elettorali, soprattutto per chi di consenso ne ha perso, e fa di tutto per cercare di recuperarlo.

Fatto sta che ieri era il giorno della conferenza di Mario Monti: giustamente attesissima, soprattutto nell’ottica dello scioglimento della riserva sulla sua possibile discesa in campo. Il risultato alla fin fine è stato sorprendente: dopo il via vai di previsioni (“si candiderà”, “non si candiderà”, “vuole fare il presidente della Repubblica”), forse l’ex premier è riuscito a dire l’unica cosa che nessuno aveva osato prevedere. In sintesi: la discesa in campo non ci sarà (anzi, la salita, come Monti stesso l’ha definita, in un impeto di simbolismo nobilitatore di una funzione caduta in disgrazia). Ma se qualcuno aderirà all’Agenda Monti e vorrà affidargli la guida di questa, sarà pronto a prendersene la responsabilità. Concetto ribadito anche in seguito, durante “In mezz’ora”, a una Lucia Annunziata onestamente confusa ma decisamente preparata.

Torna dunque il discorso della famosa “Agenda Monti”: vituperato piano per l’Italia che “nessuno ha visto”, “nessuno conosce”, e dunque “non esiste, è solo una grande bufala mediatica” (a sentire negli ultimi giorni la maggioranza dei quotidiani e dei siti di informazione), su cui è stata finalmente svelata la verità. L’Agenda Monti non solo esiste (sotto il nome di Cambiare l’Italia, Riformare l’Europa: Agenda per l’impegno comune, di prossima pubblicazione su un apposito sito), ma i leader dei più grandi partiti hanno già avuto modo di sapere cosa conterrà. E questo di per sé spiega molto delle manovre politiche degli ultimi giorni.

Già solo questi due rilievi possono portare a una quantità di analisi praticamente infinita. La realtà è che di rilievi Monti ne ha fatti molti di più, toccando praticamente la totalità delle forze politiche e istituzionali che hanno avuto influenza sull’operato del suo governo.

La parte più chiacchierata, più cliccata ed ascoltata è sicuramente quella sull’ex premier Berlusconi: la citata “gratitudine” per avergli permesso di lavorare per il paese è parsa un paravento per un’infinità di sassolini che, dopo i continui attacchi dei giorni passati, il senatore a vita ha voluto togliersi dalle scarpe. Tant’è che dallo sbigottimento per i continui cambiamenti di pensiero del leader del PdL (ad avviso di chi scrive frutto di manovre politiche a dir poco spericolate, volte a tenere aperte tutte le opzioni possibili, purché portino al recupero di consenso e stabilità interna al partito), si è passati in fretta ai riferimenti alle leggi ad personam ed al bunga bunga. La signorilità della dialettica non nasconde certo la durezza degli attacchi. E la stoccata sull’IMU è la ciliegina sulla torta.

Se poi da un lato c’è stato un elogio quasi scontato alla coerenza di Casini, per quel che riguarda la sinistra il discorso si è fatto ben più complicato. Da un lato le critiche alla CGIL e a Vendola (“Vendola ha detto di me che sono liberale e conservatore. Rispondo: liberale sì, conservatore è lui sui temi del lavoro”, citando la sintesi dell’ottimo Francesco Costa sul Post), definite come forze (soprattutto la prima) di rallentamento del progresso riformista del paese. Dall’altro una sorta di elogio alla coerenza ma anche alla capacità di Pierluigi Bersani. Un discorso che si è infittito nel salotto di Lucia Annunziata, dove l’ex premier ha parlato esplicitamente della compartecipazione di anime anche molto diverse all’interno del Pd (calzantissimo il riferimento a Fassina e ad Ichino), lasciando intendere che comunque si aspetta una possibile collaborazione quantomeno con quelle anime del Partito Democratico più vicine alle sue posizioni.

Politicamente la sensazione è che Monti abbia dato delle indicazioni ben precise di quel che si aspetta: innanzi tutto attraverso la decisione di non candidarsi, ma di mettersi a disposizione come possibile premier. Convince poco la sua dichiarazione sul “qualcosa” che gli dice di non farlo. Emerge più la volontà di non schiacciarsi ai giochi di potere dei partiti stessi, ma di mantenersi in una posizione superiore ad essi, forte della sua competenza e della credibilità internazionale, che il Parlamento ben sa quanto sia necessaria. Insomma: Premier si, ma solo alle mie condizioni. Che saranno, tra l’altro, piuttosto incisive. Non a caso a “Otto e mezzo” ha fatto di tutto per citare la presenza nell’agenda d’interventi importanti sul piano della politica del lavoro. E se il discorso si è un po’ perso nei meandri delle domande di Lucia Annunziata, la giornalista è stata abile di contro a evidenziare come il discorso sulla giustizia sia stato ricco: falso in bilancio, conflitto di interessi e prescrizione sono materie che avranno sicuramente fatto suonare campanelli molto forti nel Pdl.

D’altronde a chi scrive è parso di cogliere, nei suddetti giudizi sulle varie forze politiche, quasi una valutazione di quella che potrebbe essere la soluzione per lui ideale dopo le elezioni, data la situazione contingente: uno scenario in cui il Partito Democratico sia abbastanza forte da poter essere la principale forza di maggioranza, ma senza che riesca a governare ignorando quel centro che lo appoggerebbe. Magari con la leadership del Pd pronta persino a ridurre il peso delle forze più estreme, appoggiando il più possibile la lista Monti. Una prospettiva di certo non facile, ma nemmeno impossibile a livello di urne elettorali. Sarebbe ben più complessa l’evoluzione della situazione interna, dato il contesto eterogeneo dei democratici.

Nonostante la domenica prenatalizia, le reazioni delle forze politiche non si sono fatte attendere, e non sono state certo inaspettate. L’attacco a Berlusconi e la questione giustizia hanno avuto la conseguenza di un Alfano portato alla chiusura assoluta. Poco dopo Berlusconi stesso, su Rai 1 da Giletti, ha definito un nuovo governo Monti un “incubo”. Bersani invece ha mantenuto la linea del partito: il nostro programma c’è e con Monti, che rispettiamo, si può discutere per quel che riguarda i punti in comune. Il discorso di un candidato Presidente del Consiglio che punta a una vittoria totale, e che deve mostrarsi convinto di poterla ottenere fino all’ultimo secondo, pur lasciando spazio alla possibilità di cambiar piano in corso d’opera. Non a caso pochi giorni fa Bersani stesso diceva che anche in caso di vittoria in entrambe le Camere ci sarà la famosa “apertura al centro”. Senza contare che di certo i problemi dell’attuale Pd non si limitano ai voti: le Primarie, soprattutto dopo queste dichiarazioni, porteranno scontri interni, e alcuni ormai ex-senatori si sono detti pronti a dare appoggio alla lista Monti. Fa rumore tra questi Pietro Ichino: il giuslavorista aveva già dichiarato che non si sarebbe candidato alle primarie, e ha dato, poche ore dopo la conferenza, disponibilità a guidare una lista a favore dell’ex premier.

La scelta di Mario Monti è stata senza dubbio irrituale, frutto di una situazione particolare e di un carattere più deciso di quanto non sembri. A qualcuno quest’atteggiamento potrà sembrare arrogante. Altri potranno vederlo come un segnale di serietà. Certamente porta un atteggiamento nuovo rispetto a uno strapotere dei partiti che risulta dunque attaccato non solo dal basso (come attraverso il Movimento a 5 Stelle), ma anche dall’ ”alto” degli accademici e dei, almeno fino ad ora, tecnici. Quel che colpisce, nell’intervista a Lucia Annunziata, è che Monti si aspetta di rivolgersi alla “Società Civile”, non agli elettori storici dei singoli partiti. E forse questo è stato il più forte manifesto politico della giornata elettorale, una sfida difficile in un’Italia che per anni si è appoggiata alle urla, al populismo delle scelte popolari ma difficili da sostenere. E’ una sorta di chiamata alla maturità, con tutti i difetti della provenienza da chi, a conti fatti, in questi mesi è diventato un politico a tutti gli effetti. Che poi Monti sia ciò di cui l’Italia ha bisogno, o a cui l’Italia vorrà affidare la propria sorte, lo scopriremo solo in futuro. La lettura dell’Agenda Monti sicuramente darà indicazioni importanti.

Luca Andrea Palmieri

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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