La crescita economica ed i programmi dei partiti: la Lista Monti

22/01/2013 di Federico Nascimben

Mario Monti

La svolta politica. Una nuova versione di Monti ha aperto domenica la campagna elettorale, dicendo che “non occorre federare i moderati, ma i riformisti”, proprio perché “l’Italia ha bisogno di riforme radicali”, per questi motivi le prime misure che prenderà riguarderanno la riduzione del numero dei parlamentari, un nuovo assetto dello Stato “meno oneroso e più proficuo”, una nuova riforma del Titolo V ed una nuova legge elettorale. Ma cosa più importante ha aperto a modifiche di due dei provvedimenti maggiormente contestati in questi 13 mesi: una nuova IMU “più leggera” e una riforma della legge Fornero in chiave “ichiniana” (se mi concedete il neologismo). Dopodiché ha ribadito la possibilità di abbassare le tasse, ma “in maniera graduale e misurata, senza pregiudicare il quadro economico”. Insomma, al Professore è venuta una vera e propria “passione per la politica”, come lui stesso ha dichiarato. Insiste molto sulla svolta e sul cambiamento che incarna, ha solo bisogno di più tempo per portare a compimento tutte quelle riforme che permettono di “pensare al futuro”, che in quest’anno non gli è stato possibile attuare, e che – soprattutto – consentirebbero di avviare l’Italia verso un cammino di crescita economica.

Il programma. Come sappiamo il programma dell’attuale Presidente del Consiglio si basa sull’Agenda Monti, il cui vero nome è: “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa. Agenda per un impegno comune. Primo contributo ad una riflessione aperta”. Questa si apre con un impegno a costruire “un’Europa più comunitaria, più unita, più democratica e meno distante dai cittadini” contro ogni populismo. Al secondo capitolo, invece, troviamo il tema di nostro interesse che riguarda proprio “la strada per la crescita”: ci viene ricordato che questa “si può costruire solo su finanze pubbliche sane, a tutti i livelli” e sono indicati quattro interventi per proseguire l’impegno per il risanamento dei conti pubblici: attuazione rigorosa dal 2013 del pareggio di bilancio strutturale; riduzione dello stock del debito pubblico, di un ventesimo ogni anno a partire dal 2015; valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico. Successivamente vengono riconosciuti i sacrifici fatti dagli italiani durante l’anno di governo, ma si dice che proprio grazie a questi “ridurre le tasse diventa possibile, dando la precedenza a quelle su lavoro e impresa”, mentre la riduzione del carico fiscale “va perseguita anche trasferendo il carico corrispondente su grandi patrimoni e sui consumi che non impattano sui più deboli e sul ceto medio. Servono meccanismi di misurazione della ricchezza oggettivi e tali da non causare fughe di capitali. In questo modo il fisco diventa strumento per perseguire anche obiettivi di maggiore equità nella distribuzione del peso dell’aggiustamento”. Occorre inoltre procedere alla riforma del fisco, rendendo questo più semplice, equo ed orientato alla crescita e procedere alla riforma del sistema tributario, seguendo l’impostazione della legge delega in materia fiscale. Troviamo anche un elogio alla spending review ed ai benefici apportati dalla revisione della spesa, che deve diventare “metodo ordinario per la gestione corretta ed efficiente delle amministrazioni pubbliche”, inoltre queste si dovranno basare su semplificazione delle procedure e trasparenza assoluta. Per lo sviluppo delle regioni del Mezzogiorno viene indicata l’utilizzazione totale dei fondi strutturali UE come misura madre per permetterne lo sviluppo. Le liberalizzazioni dovranno proseguire e venire intensificate, perché “hanno messo al centro l’interesse dei cittadini-consumatori”, hanno favorito nuovi ingressi nel mercato e, secondo stime OCSE, “potranno portare fino allo 0,4% di crescita incrementale all’anno per i prossimi dieci anni”. Per quel che riguarda le imprese, le misure principi indicate – in un’ottica di “rivitalizzazione della vocazione industriale italiana” – sono: internazionalizzazione, crescita dimensionale, investimento in ricerca e innovazione (tramite credito strutturale d’imposta), creazione di un fondo per le ristrutturazioni industriali, riduzione del costo dell’energia, riforma della giustizia civile, nuove forme di finanziamento per migliorare l’accesso al credito ed il decentramento della contrattazione salariale.

Anche nell’Agenda Monti però non troviamo molte cifre che suggellino la fattibilità di tutte queste proposte, sicuramente – o quantomeno –, rispetto al programma visto ieri, troviamo indicazioni più precise ed organiche su ciò che bisogna fare per ritrovare il cammino della crescita perduta. Sicuramente – o quantomeno – troviamo parole di buon senso, espresse con tono istituzionale (tratto che era caratteristico del Professore) in maniera sufficientemente generica. A mio modo di vedere, l’impostazione seguita è stata questa perché, in fin dei conti, l’Agenda rappresenta la continuazione in chiave politica di quest’anno di governo; infatti contiene tutto ciò che Monti non è riuscito ad attuare per questioni di tempo e per questioni inerenti alla composizione della maggioranza che lo sosteneva. D’altro canto, il premier è cosciente del fatto che il suo operato ha goduto di un livello di fiducia e credibilità unico agli occhi degli italiani: è consapevole di cosa rappresenta questa “eredità”.

Rimangono tuttavia aperti una serie di problemi. La svolta politica ha portato con sé alcune esternazioni che probabilmente in molti non si sarebbero aspettati (quella sul redditometro ne è l’esempio più lampante), ed alcune dichiarazioni che pochi mesi prima sicuramente non sarebbero mai state fatte con tanta insistenza (vedi quella sulla riduzione delle tasse e sull’IMU). Inoltre, questa strana candidatura, supportata sin dall’inizio da Fini e Casini – rappresentanti della vecchia politica –, ha portato alla creazione di uno strano soggetto politico che mischia un po’ di tutto. L’insieme di queste due cose ha lasciato perplesso e disorientato parte del suo potenziale elettorato. Ma soprattutto lascia alquanto perplessi la fattibilità di questo progetto di “riformismo radicale”: infatti, se andiamo a vedere cosa ci dicono i sondaggi (che lo relegano ad un ruolo da comprimario), e ripercorriamo il curriculum del duo Fini-Casini, le buone intenzioni si scontrano con la triste realtà. Guarda caso, proprio questi punti deboli sono stati colti al balzo da Berlusconi. Ma di lui e del suo PDL parleremo domani.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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