Agenda digitale: nuove nomine, stessi problemi

21/07/2014 di Giacomo Bandini

Agenda Digitale

Who’s next? – Un governo ci sei, quello dopo te ne vai in punta di piedi. È la storia di Francesco Caio, Ag, manager, presunto esperto del digitale e “uomo della rivoluzione” mancato. Al suo posto dovrebbe arrivare Alessandra Poggiani. Donna manager di Venis spa, da sempre nel settore e coordinatrice del tanto elogiato evento Digital Venice. Per la prima volta, dopo un po’ di tempo, si torna ad affidare i destini dell’Italia 2.0 ad una figura assimilabile al classico tecnico dotato di un expertise piuttosto importante. Si sta forse procedendo nella giusta direzione?

Spazio alla Pa – Come previsto e come, forse, prevedibile il problema più consistente legato alla digitalizzazione del Paese è fortemente legato alle sorti della Pubblica Amministrazione. Per questo motivo le deleghe per l’Agenda Digitale e la vigilanza sull’Agenzia per l’Italia digitale, progetto nato con il governo Monti e di cui abbiamo già parlato (link), sono state consegnate nelle mani del ministro Madia. Quest’ultima dovrà però superare una serie di resistenze e di processi non poco articolati per poter avviare il processo di rinnovamento della dirigenza.

Agenda Digitale, Nuove NomineIntrecci burocratici – Se, infatti, la sacra trimurti sarà composta da Poggiani, Stefano Quintarelli – in guisa di presidente del Comitato d’Indirizzo, organo che si occuperà di dare le strategie dell’Agenzia – e Paolo Barberis come Consigliere all’Innovazione, dovrà stabilirlo un iter che fa capo alla Corte dei Conti. I decreti di nomina passano obbligatoriamente per questo organo di controllo e alcune volte, la loro bacciatura ha provocato un blocco globale dei lavori. La struttura dell’Agenda non solo è piuttosto ingrovigliata, ma conta numerose nomine minori. Vanno determinati anche i membri del Comitato di indirizzo, composto da un rappresentante della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un rappresentante del ministero dello Sviluppo economico, dal ministero dell’Istruzione, uno dal ministero della Pa, uno da quello dell’Economia, cui si aggiungono altri tre “controllori” provenienti dalla Conferenza Unificata e dal Tavolo permanente per l’innovazione e l’agenda digitale italiana. Quest’ultimo in particolare dovrebbe consentire alcune forme primitive di lobbismo dal basso, ma, di fatto, non ha ancora assunto alcuna forma concreta e risulta inutile. Il problema principale consiste nel fatto che senza le nomine del Tavolo il nuovo corso dell’Agenda non può essere avviato, rallentando di fatto un intero sistema.

Costi o sprechi? – Non sono queste le uniche problematiche ad assillare il futuro dell’innovazione digitale. Se si leggono i dati pubblicati dal sito dell’Agenda stessa saltano agli occhi i numeri di una struttura costosa e inefficiente. Le entrate del 2013 ammontano ad un totale di 264 milioni, scomponibili in tre categorie: 900 mila provengono da alcune entrate contributive non meglio specificate, 262 milioni da entrate derivanti da trasferimenti correnti, ossia soldi pubblici, un milione di euro è stato pervenuto da “altre entrate”. Brevemente, in due anni di attività i soldi utilizzati superano i 340 milioni di euro, cui va sommata la chiusura in passivo di oltre 50 milioni. Gli obiettivi realizzati da Caio e co., come valutato da uno studio parlamentare, sono stati 17 su 55.

L’Italia non è digitale – Al di là di una generale riconsiderazione dei conti, ciò che preme di più è il reale funzionamento dell’intero progetto ormai giunto a un’inconcludente esperienza biennale. I Data Center, per immagazzinare tutti i dati provenienti dalle Pa, sono ancora troppi e gli appalti utilizzati per affidarne la gestione rivelano ancora troppe falle, come l’utilizzo di troppe, diverse tecnologie che spesso creano incompatibilità fra i vari sistemi di cui sono dotate le amministrazioni. Ma il problema principale rimane la mancanza di una banda larga tecnologicamente avanzata, in particolare la fibra ottica, che consenta il raggiungimento di quasi tutto il Paese. Senza le infrastrutture difatti risulta difficile costruire un sistema efficiente e al servizio dei cittadini. Come sottolineato poi da Confindustria Digitale si registra una generica carenza di investimenti nell’Ict pari a 25 miliardi di euro per cui sono solamente poche realtà ad eccellere in un mare di inadeguatezza. In poche parole il digitale rispecchia l’andamento generale dell’Italia che per cambiare passo deve imparare a semplificare e investire in ciò che è utile, evitando i soliti sprechi.

 

 

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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