La crescita economica ed i programmi dei partiti: il PD

21/01/2013 di Federico Nascimben

Apriamo oggi con il primo articolo di una serie di tre, relativo a come i principali partiti e le principali coalizioni intendono combattere la crisi e reindirizzare l’Italia verso un cammino di crescita economica da troppo tempo mancante. Cercheremo soprattutto di andare più in profondità, mettendo assieme la fattibilità e la “sostanza” di programmi, esternazioni e dichiarazioni  rilasciate durante questo periodo di campagna elettorale.

Introduzione. Lo spunto di tutto ciò mi è venuto quando ho ripreso in mano la mia tesi sulle relazioni della Banca d’Italia e ho dato una letta alla lectio magistralis che Visco ha tenuto a Firenze pochi giorni fa. Volevo riguardare i dati relativi all’andamento del nostro PIL. Questo perché credo – come è evidente ai più – che la crescita economica dovrebbe essere il nuovo totem, il punto centrale di questa campagna elettorale.

Tremonti era quello che “aveva tenuto i conti in ordine”, Monti quello che “ci ha salvato dalla catastrofe” ma Bersani – quasi certamente prossimo Presidente del Consiglio – sarà quello che “ci farà tornare a crescere”?  Sicuramnte ve ne sarebbe bisogno. Nel decennio di stagnazione passato, dal 2001 al 2010, il PIL italiano è aumentato meno del 3%; stando alle ultime previsioni, invece, dal 2011 al 2013 calerà di due punti. Se mettiamo assieme questi dati possiamo ampiamente notare come il PIL in Italia dal 2001 al 2013 aumenterà di un misero punto percentuale: stasi, stagnazione, chiamatela come preferite ma il problema rimane, è lì. Ineludibile. Improcrastinabile.

Ricordate i temi principali della campagna elettorale del 2008? Questi erano: ICI, sicurezza ed Alitalia. Fino ad ora, durante questa campagna, quali sono stati? IMU, redditometro, liste pulite e alleanze. Guarda un po’ il grande assente è sempre lei: la crescita economica. Eppure manca da così tanti anni all’appuntamento. Eppure sembrerebbe non essere un problema da poter affrontare un domani. Solo un partito l’ha posta al centro,  ma questo partito è ampiamente minoritario.

Ebbene, sono andato a spulciare un po’ tra i programmi e le dichiarazioni rese dai politici in campagna elettorale, per capire cosa questi intendano fare per favorire la ripresa economica. Per brevità prenderò in considerazione solo coloro che hanno possibilità di vincere e di influire sulla prossima legislatura, vale a dire l’alleanza dei progressisti, il centro montiano e il centrodestra a guida PDL-Lega. Aggiungo – per correttezza – quanto le manovre e le riforme molto richiedano anni per sortire pienamente i loro effetti e risentano, naturalmente, dell’influsso del ciclo economico. Ma cercare di capire ed interpretare le linee guida, ispiratrici di un disegno di riforma e la sostenibilità di un progetto rimane fondamentale per permettere all’elettore di votare il più correttamente possibile.

Il PD e Bersani. Partiamo dai probabili vincenti. Innanzitutto occorre precisare che l’attuale Segretario ha messo sin dall’inizio – ovvero dalle primarie – le mani avanti, sottolineando quanto non si sarebbe lasciato andare a promesse da campagna elettorale, per lasciar spazio a dichiarazioni realiste, “contro i populismi” e con un’attenzione particolare ai conti pubblici.

Certamente questo è un bene, ma il vero problema è un altro: il vuoto di contenuti concreti e la genericità del suo programma e delle sue parole. Ribadisce continuamente la necessità di affrontare la sostanza delle cose ma poi non spiega mai – numeri alla mano – COME far ripartire il Paese. Il suo programma – lo stesso delle primarie – si chiama “Il coraggio dell’Italia – 10 idee per cambiare” e contiene solo dichiarazioni programmatiche o di principio. Ad esempio, al quarto punto troviamo il tema del lavoro in cui viene detto che “ridisegneremo profondamente il sistema fiscale. Alleggeriremo il prelievo sul lavoro e sull’impresa, lottando contro l’evasione e spostando il peso del fisco sulla rendita e sui grandi patrimoni finanziari e immobiliari. Contrasteremo la precarietà, cambiando le norme e rovesciando le politiche messe in atto dalla destra nell’ultimo decennio. Combatteremo l’idea di una competitività giocata solo sull’abbassamento delle condizioni e dei diritti dei lavoratori.” Belle parole, ma come farà tutto questo? Al quarto punto troviamo il tema dello sviluppo, dove ci viene detto che “l’unica possibilità che ha il nostro Paese di vincere la sfida della globalizzazione è tornare a puntare sull’eccellenza del Made in Italy”, e ancora che “siamo per una politica industriale che preveda e imponga il rispetto dell’ambiente”. Ancora belle parole, il problema è la totale assenza di una descrizione dei mezzi con i quali si vuole arrivare a raggiungere tali obbiettivi.

Passando alle dichiarazioni, ultimamente Bersani ha affermato di essere contrario ad una patrimoniale e a nuovi condoni fiscali, mentre è a favore della tracciabilità e di una “IMU più progressiva”. Anche qui, belle parole ma non dice dove prenderà i soldi. Invece, il Segretario PD evita di parlare di tagli alla spesa pubblica, dato che lì risiede buona parte del suo bacino elettorale, ma – guarda caso – lì c’è anche la possibilità di ottenere “qualche” miliardo per finanziare ciò che si vorrebbe andare a fare; all’opposto spinge forte sulla lotta all’evasione fiscale, ma aldilà della tracciabilità, del limite all’uso del contante e dell’elenco clienti-fornitori per le aziende, c’è ben poco (e soprattutto sono misure difficili da contabilizzare).

Certamente la gente vota Bersani (e Berlusconi) per quello che rappresenta, per la propria storia e tradizione: è una sorta di certezza da questo punto di vista per i suoi elettori, li rassicura dicendo implicitamente che con lui al Governo verranno toccati molto meno rispetto a ciò che ha fatto Monti. Per questo può permettersi di non entrare mai nello specifico quando fa riferimento a decisioni di politica economica. Il problema verrà dalla gestione dell’alleanza con Vendola e dal filo che lega i “progressisti” alla CGIL – parti non certo note per il proprio riformismo – specie nel qual caso si rivelasse obbligatoria un’altra alleanza: quella con Monti ed il suo centro. Ma per l’analisi dei centristi occorre aspettare domani.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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