Bersani e il mal d’Europa

02/01/2013 di Antonio Scarazzini

BersaniSurclassata dall’attesissima Agenda Monti e riscoperta dall’editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica del 30 dicembre, nei giorni a cavallo fra 2012 e 2013 anche l’Agenda Bersani ha trovato il suo, pur piccolo, spazio mediatico.

Di cosa parla ? Di tutto e niente, un po’ come tutti i documenti programmatici presentati dai partiti in vista delle elezioni. Enunciazione di principi che per la genericità con cui vengono esposti potrebbero essere condivisi dalle più disparate forze politiche. Inevitabile un primo confronto con l’Agenda Monti, con cui quella bersaniana condivide molti assunti ed un carattere fondamentale: l’esordio dedicato all’Europa. Diverso tuttavia il modo con cui i due documenti sviluppano l’argomento. La vocazione europeista di Mario Monti, in cui l’esperienza politica da premier si salda con quella burocratica da Commissario alla concorrenza, è messa a frutto con un ragionamento più organico sulle modalità di integrazione e sulla  rinnovata credibilità internazionale dell’Italia nell’UE.

L’Agenda Bersani si limita invece a «mantenere gli impegni presi con l’Europa in tema di rigore dei conti pubblici e di pareggio del bilancio». Una proposta di buon senso, coerente con le misure che il Partito Democratico ha concorso ad approvare nel corso dell’anno passato. Un obbligo peraltro inevitabile data l’entrata in vigore dal primo gennaio del Fiscal Compact, che Pierluigi Bersani ha difeso in una recente intervista al Financial Times: no alla rinegoziazione del trattato, sì all’attenuazione delle politiche di austerità in favore di maggiore solidarietà e crescita, apertura (chissà quanto sincera) alle trattative sul super-commissario al bilancio. Da favorito per la successione a Palazzo Chigi, Bersani cerca opportunamente di legittimarsi agli occhi dell’establishment di Bruxelles come alternativa più che valida a Mario Monti, una star dalle parti di palazzo Justus Lipsius e dintorni.

Ciò che manca al Partito Democratico ed al suo segretario è però una chiara presa di posizione sul tema europeo all’interno del dibattito elettorale in Italia. L’argomento non è secondario: lo dimostrano Mario Monti, che lo elegge a cavallo di battaglia, ma anche Silvio Berlusconi e Beppe Grillo, capipopolo di crociate anti-Germania e anti-euro. Se sono chiare, insomma, le posizioni di chi è contro l’Europa, non così per chi è (o dovrebbe essere) apertamente a favore. A sinistra del Pd si spinge per lottare contro la tecnocrazia ultrarigorista di Bruxelles (e Berlino): il rigore non basta e c’è una ripresa economica da rifondare, lo dice pure il Fmi, ma schierarsi contro l’austerità non è condizione sufficiente. «Mantenere gli impegni presi» è uno sforzo minimale per un Paese guida del processo d’integrazione e che ha già perso una grande occasione di protagonismo, presentando un governo sfiduciato al prossimo Consiglio Europeo di febbraio, in cui si dovrebbe approvare il bilancio dell’Unione Europea per il settennato 2014 – 2020.

Se c’è un’eredità del governo Monti che il Pd può raccogliere e valorizzare senza tema di derive centriste (e dunque anti-vendoliane), questa è proprio il tentativo di radicare una nuova concezione d’Europa nell’elettorato italiano, diversa da quella di Leviatano di freddi burocrati a cui far periodicamente rapporto. Per Bersani il processo d’integrazione e cessione progressiva di sovranità non è in discussione ma al cittadino italiano non sempre è spiegato che la stessa Europa che chiede sacrifici   è la stessa che – secondo la proposta di bilancio della Commissione – inietterà nel settore agricolo quasi 400 miliardi di euro in ambito PAC (la politica agricola che tutto è fuorchè ultraliberista), e altrettanti nella politica di coesione per rilanciare competitività e occupazione. L’Unione Europea è anche la realtà che, se dotata di adeguati strumenti, eviterebbe ai suoi Paesi membri di balbettare di fronte alle grandi crisi internazionali (Libia, Siria, Palestina docet) o di sprecare finanze preziose in strumenti militari spesso duplicati e in scarsa comunicazione fra di loro.

Il Pd e Bersani potrebbero avere anche una ragione pragmatica per rilanciarsi sull’onda dell’europeismo: l’Unione Europea avrà nel 2013 un grande disinteressato, la Germania che andrà ad elezioni nel mese di settembre. Bersani sogna probabilmente una vittoria della SPD di Peer Steinbrück per creare un grande asse italo-franco-tedesco delle socialdemocrazie europee ma Angela Merkel ha un solido consenso e la campagna elettorale tedesca la distoglierà dalle riforme delle governance politica ed economica in Europa. Accreditarsi, magari in coppia con Hollande, come avversario della linea tedesca significherebbe offrire alla cancelliera un solido argomento per mostrare che senza la sua leadership l’Ue perderebbe un valido timoniere. Né lo stesso Hollande sembra essere valido alleato, schiacchiato com’è da consensi in caduta libera e da bocciature della linea economica con cui ha vinto le elezioni.

Se pure il 2013 non vedrà enormi progressi sul processo d’integrazione, il momento resta comunque valido per veicolare in patria un’immagine di Europa diversa, che combini la crescita dell’architettura istituzionale con una maggiore legittimazione popolare, rafforzando i canali di contatto tra Ue e cittadino, a partire da una più corretta percezione che lo stesso ha dell’azione europea.  In questo senso il Pd ha in casa una risorsa fondamentale, che risponde al nome di Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze ha fatto dell’ «Europa dal basso» uno dei punti chiave del suo programma, poi bocciato dalle primarie, che tuttora rimane come la visione più organica di cui il Pd possa disporre per parlare di Europa. Un mix argomentato di principi (solidarietà, crescita) e proposte concrete (agenzia comune del debito, semplificazione dei bandi comunitari). E pure il recupero dell’ “Agenda Renzi” avrebbe un ritorno politico tutt’altro che secondario: smarcarsi dalla sensazione che il Pd voglia mantenere gli impegni in Europa per semplice dovere istituzionale e non per vocazione, frenare il drenaggio dell’area liberale ed europeista del partito affascinata dalle sirene delle agende e dei listoni centristi.

 

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