Africa: la sfida della maternità ai tempi di ebola

08/03/2015 di Pasquale Cacciatore

Per la Giornata Internazionale delle Donne, la nostra rubrica di medicina vuole mettere in evidenza una delle conseguenze peggiori dell'epidemia di ebola che ha colpito l'Africa occidentale: il problema delle politica di maternità e delle gravidanze in quei paesi dove il morbo ha colpito più duramente

Nella giornata dedicata alle donne, affrontiamo una riflessione seria sulle terribili conseguenze dell’epidemia di ebola che, oltre a causare contagi e morti, per le donne africane ha significato anche un colpo durissimo alle politiche di maternità. Se gli ultimi stadi di gravidanza sono infatti un periodo critico per la maggior parte delle donne, è tragico pensare a cosa essi siano diventati per quelle in Liberia, Sierra Leone o Guinea. Qui le donne gravide, nel momento in cui avvertono sintomi “anomali”, son oggi costrette a confrontarsi con una scelta impossibile.

Prima dell’epidemia, infatti, a tutte le donne con problematiche di gravidanza si consigliava di rivolgersi a cliniche specialistiche, che spesso si trovano ad uno-due giorni di viaggio in termini di distanza. Nel corso dei mesi, però, si son diffuse localmente le storie di donne che hanno intrapreso il viaggio senza mai tornare indietro, proprio perché era stata loro diagnosticata l’infezione dal virus. A molte donne partite per le cliniche è stata negata assistenza, con alcune finite a partorire da sole sul pavimento o nel retro di ambulanze. Chiaro che in una situazione del genere alle donne con complicanze si pone un interrogativo enorme: affrontare o no il viaggio?

Analizzando la questione dalla prospettiva di un assistente sanitario in una clinica di questi Paesi la situazione è analoga. Se una donna gravida si presenta al triage, dopo un lungo viaggio, con dolore addominale – classico sintomo di infezione da ebola – e si ha in mente che tanti colleghi che hanno aiutato donne gravide con ebola si son infettati e son morti, come agire? Aiutare la donna o lasciarla travagliare da sola, senza offrirle assistenza? Son queste le decisioni che le donne africane (madri e ostetriche) affrontano oggi quotidianamente in quei Paesi maggiormente colpiti da ebola. E se i dati su diffusione e contagio hanno iniziato a dare positive speranze, la situazione sul fronte maternità è invece drammatica, con effetti che le donne pagheranno nei prossimi anni, se non si interviene in modo deciso.

Le donne in gravidanza sono estremamente vulnerabili agli effetti di ebola, e v’è grande difficoltà a distinguere i sintomi della malattia con quelli relativi a complicanze della gestazione. Gestire queste donne, necessariamente, mette poi a serio rischio gli operatori sanitari, dato che la gravidanza e il parto espongono a grandi quantità di fluidi potenzialmente infetti. La gran parte dei sanitari nelle zone colpite da ebola nei mesi si è rifiutata di trattare ogni gravida potenzialmente infetta, e da qui il tasso della mortalità materna potrebbe addirittura esser recentemente raddoppiato.

Alcune organizzazioni, come Medici Senza Frontiere, hanno allestito strutture appositamente in grado di tutelare contemporaneamente la salute delle gravide e dei sanitari, ma rimangono casi limitati. Gran parte degli operatori della salute nelle zone africane più colpite dall’infezione non ha alcuna esperienza nella gestione contemporanea di una complicanza gravidica in una crisi epidemica di tali dimensioni. Un programma di una no-profit norvegese, nelle ultime settimane, sta cercando di educare i sanitari sulle procedure più efficaci e sicure per approcciarsi a gravide in complicanza anche con sospetta infezione da ebola: quanto meno un minimo di cura superiore rispetto al nulla sperimentato da molte donne negli ultimi tempi.

In Sierra Leone, prima dell’epidemia, vi erano solo sette ostetrici: cifre drammatiche. Oggi lo sforzo internazionale tenta di educare ed incentivare un numero superiore di personale per combattere l’epidemia e fornire contemporaneamente aiuto alle donne in gravidanza; un aiuto prezioso e fondamentale, per evitare che queste donne vengano colpite due volte: come esseri umani (dal virus) e come madri.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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