Afghanistan, talebani all’offensiva primaverile

13/04/2016 di Stefano Sarsale

I talebani - oggi più forti che in passato - proclamano l'offensiva primaverile, che rischia di rendere il 2016 uno degli anni più complicati per l'Afghanistan dalla fine della guerra

Afghanistan

Afghanistan. Con una dichiarazione inviata ai media, i talebani hanno dichiarato ufficialmente l’inizio della loro annuale offensiva primaverile, che prenderà il nome di “Operazione Omari”, in onore del fondatore del loro movimento, il Mullah Mohammad Omar. Una situazione già affrontata, ciclicamente, al sorgere di ogni primavera. Tuttavia, oggi, non va trascurata la significativa attività insurrezionale che il movimento è stato capace di mettere in pratica negli ultimi mesi, specialmente nel sud del Paese, vicino al confine Pakistano.

Per questo motivo, dati i recenti sviluppi sul campo di battaglia, le correnti interne del movimento e la minaccia rappresentata dallo Stato Islamico, è improbabile che i talebani decideranno, di sedersi al tavolo delle trattative del Quadrilateral Coordination Group per avviare un definitivo processo di pace per l’Afghanistan. L’intenzione, come dichiarato nel loro comunicato, è invece di scendere dalle montagne innevate dove si erano rifugiati durante l’inverno e «lanciare degli attacchi di grande forza contro postazioni nemiche in tutto il Paese», utilizzando anche, laddove necessario, «attacchi suicidi» contro «i comandanti nemici», così da «demoralizzare il nemico straniero e fargli abbandonare la nostra Nazione», promettendo di prestare attenzione «alla protezione dei civili e delle infrastrutture».

Da un punto di vista operativo non è possibile sapere fino a che punto i talebani saranno capaci di spingersi nei mesi futuri, tuttavia l’offensiva di quest’anno ha tutti i presupposti per essere molto più sanguinosa di quelle viste negli scorsi anni: se, da una parte, l’annuncio non coglie di sorpresa, visto che combattere nelle zone montuose dell’Afghanistan nei mesi invernali è reso praticamente impossibile sia dalle basse temperature che dalla morfologia del territorio e la primavera scandisce il momento in cui i passi di montagna si riaprono, è altresì vero che i Talebani non sono stati “in letargo” nei mesi passati. Hanno infatti lanciato un significativo numero di offensive contro le forze armate afghane, in particolare nella meridionale provincia dell’Helmand. Per una maggiore concretezza, basti pensare che il 16 Marzo 2016 avevano ufficialmente conquistato 5 dei 14 distretti dell’Helmand, vantando un controllo su circa il 35% della provincia.

È estremamente probabile gli scontri vadano ad acutizzarsi nel corso delle prossime 4-5 settimane, con l’avvicinarsi del periodo della raccolta dei papaveri da oppio. I talebani schiereranno in campo forze aggiuntive al fine di proteggere le vie che sono utilizzate per il contrabbando di eroina. L’Afghanistan ne è il principale produttore al mondo, con una rendita approssimativa di 3 miliardi di dollari ogni anno, parte dei quali finisce inevitabilmente a finanziare l’insurrezione. Non deve perciò stupire il fatto che la maggior parte dei 5.500 soldati uccisi o feriti, lo siano stati proprio nell’Helmand. Occorre altresì sottolineare quanto, il governo centrale, sia stato incapace di dare una risposta all’avanzata Talebana nel sud. Lo stesso inviato presidenziale nell’Helmand Jabbar Qahraman ha spiegato come le numerose e frequenti richieste di maggiori forze di sicurezza da parte dei rappresentati distrettuali della provincia siano state ignorate, oppure soddisfatte solo parzialmente.

Sarebbe tuttavia errato pensare che siano solo i talebani ad avere significativi interessi economici nella provincia, e ad ostacolare il controllo centrale afghano. Al loro ‘business’, infatti, va affiancato quello delle potenti mafie legate al commercio dell’oppio che possono vantare di risorse notevoli, sia in termini di uomini che di armi e mezzi. Ovviamente, Talebani e mafie lavorano a stretto contatto per proteggere un commercio illegale che va a beneficio di entrambi. Vale la pena menzionare come, i talebani, abbiano avuto un periodo caratterizzato da opposte correnti interne, in particolare a seguito della nomina del Mullah Akhtar Mansour a capo del movimento. La disputa sembra avere avuto, almeno fino a questo punto, scarse conseguenze sul campo di battaglia, dove hanno invece portato avanti con successo la loro attività insurrezionale. Mansour è stato, negli ultimi mesi, in grado di consolidare il proprio potere, riuscendo nel suo intento di riportare importanti oppositori alla sua nomina dalla propria parte.

Un gruppo formato da Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e Cina (chiamato Quadrilateral Coordination Group – QCG) è stato formato all’inzio di quest’anno per riavviare il processo di pace nel Paese. Il QCG ha più volte invitato i Talebani a unirsi ai negoziati, ma senza successo. Al contrario, i Talebani hanno offerto le proprie condizioni, che tuttavia potranno difficilmente essere esaudite. Il 5 Marzo 2016 infatti i hanno annunciato come potranno prendere parte agli incontro solamente dati dei punti fermi: il ritiro di tutte le truppe straniere dall’Afghanistan e il rilascio di tutti gli insorti fatti prigionieri dalle forze governative.

Un ulteriore questione merita poi una particolare attenzione, e cioè lo Stato Islamico. Nei recenti mesi, moltissimi combattenti dello Stato Islamico sono giunti in Afghanistan per espandere “il Califfato”. Ne è quindi conseguito uno scontro tra Talebani e forze di ISIS che ha già fatto centinaia di morti da entrambe le parti, specialmente nella settentrionale provincia di Nangarhar  e molti di coloro che hanno disertato i ranghi Talebani, lo hanno fatto per unirsi proprio al Califfato. Vale la pena menzionare la reazione taliban,  che hanno dato vita a particolari gruppi scelti, meglio armati e addestrati, con il compito di dare la caccia ai combattenti dello Stato Islamico.

Ciò che ad oggi è assolutamente chiaro è quanto, l’insurrezione invernale, sia stata capace di aumentare progressivamente la posizione talebana e, soprattutto, di contenere le correnti interne che avrebbero potuto minacciare l’unità del movimento. A tal proposito è quindi possibile affermare come, da quando le forze del contingente internazionale proclamarono la fine delle operazioni di combattimento alla fine del 2014, i Talebani siano ora più forti di quanto non lo siano mai stati nel post 11 settembre. Per l’Afghanistan, il rischio è di un 2016 estremamente complicato.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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