Afghanistan, il rischio è una nuova Siria?

28/01/2016 di Stefano Sarsale

L’offensiva talebana contro il governo di Kabul nel sud, sfidati dall'IS, aumentano instabilità e l'insicurezza in Afghanistan, il cui futuro è tutt'altro che certo

Afghanistan

Negli ultimi mesi si è assistito ad una escalation delle violenze perpetrate dai talebani in Afghanistan, specialmente nel sud del paese in province come l’Helmand, Kandahar e Farah. A questo si aggiunge il problema dello Stato Islamico, primo gruppo jihadista che abbia mai sfidato i talebani nella loro terra natale.

Dopo l’intervento del contingente internazionale post 11 Settembre, il controllo dell’Helmand è stato raggiunto grazie alle migliaia di soldati stranieri, specialmente Inglesi e Canadesi. Tuttavia, quando nel dicembre 2014, la maggior parte delle truppe straniere si sono ritirate dal paese lasciando la gestione della sicurezza alle truppe dell’ANA (Afghan National Army), i talebani hanno lanciato un offensiva avente il chiaro obiettivo di riconquistare aree cruciali e minacciare la già fragile stabilità afghana.

Questo si è visto principalmente in Helmand, regione caratterizzata da un forte supporto popolare per i talebani, nonché tra le più ricche per quanto concerne la coltivazione di papavero da oppio. È infatti proprio quest’ultimo aspetto economico che ha spinto i talebani a individuare la regione come principale obiettivo della loro offensiva: senza i proventi della droga, sono consapevoli di non poter avere quel supporto economico necessario.

Ad oggi, il governo di Kabul può vantare il controllo di appena 3 dei 14 distretti dell’Helmand. Un quarto, quello di Nad Ali è attualmente conteso e gli scontri a fuoco sono all’ordine del giorno. I restanti 10 sono sotto totale controllo talebano. Recentemente i Talebani avevano lanciato una grande offensiva sul distretto di Sangin, quello più ricco in termini di produzione di oppio. L’ANA, solo grazie al supporto aereo statunitense, è riuscita a riprendere il controllo del distretto dopo averlo perso. Se si analizza l’attacco in sè, questo ha una rilevanza strategica limitata. Tuttavia, se inserito nel generale contesto, evidenzia come i talebani abbiano ormai  guadagnato una confidenza e una forza che dovrebbe essere motivo di preoccupazione non solo per Kabul, ma soprattutto per la comunità internazionale che lo appoggia e che ha investito 14 anni di intervento militare nel paese.

Tuttavia, recentemente, i talebani hanno individuato una seconda fonte di profitto che dovrebbe andare ad affiancare quella della droga, cioè quella delle tasse alle compagnie telefoniche afghane. Il motivo di questa diversificazione è riconducibile al fatto che non abbiao avuto modo di sfruttare a pieno l’economia della droga nel corso degli ultimi anni proprio a causa della presenza internazionale. Di conseguenza essi hanno iniziato a ricattare le compagnie telefoniche del Paese affinché esse paghino a loro una tassa mensile per evitare che le antenne vengano distrutte, o peggio, che i loro dipendenti vengano rapiti o uccisi. Episodi di rapimenti e black out causati dall’interruzione delle linee si sono susseguiti con cadenza regolare nelle aree sotto controllo talebano. Non va poi dimenticato che le compagnie telefoniche rappresentino l’unica vera economia in un paese altrimenti quasi del tutto fermo.

Se da una parte, però, i Talebani hanno cercato di riaffermarsi e contrastare il governo di Kabul, essi sono stati a loro volta sfidati “in casa propria”. Infatti, per la prima volta, un altro gruppo jihadista sta sfidando la loro autorità nel Paese: lo Stato Islamico. Talebani e Stato Islamico, in realtà, si sono dichiarati guerra l’un l’altro nel gennaio 2015, dopo che lo Stato Islamico annunciò la creazione del “Wilayat Khorasan“, cioè una vecchia concezione territoriale che comprende Afghanistan, alcune parti del Pakistan, Iran e Asia Centrale.

Anche in Afghanistan, la portata globale dello Stato Islamico ha fatto presa, specialmente se confrontata con il carattere fortemente territoriale del movimento afghano. Lo Stato Islamico, quindi, ha fin fa subito sfidato il potere del Mullah Omar e di conseguenza del suo successore, il Mullah Akhtar Muhammad Mansour, con dichiarazioni e propaganda volta a destabilizzare la sua legittimità, facendo leva sul accusa che stiano in realtà facendo gli interessi del Intelligence Pakistana (ISI).

I talebani hanno risposto alle accuse creando team di forze speciali, meglio armate, addestrate e che conoscono perfettamente il territorio proprio per dare la caccia ai membri dello Stato Islamico che si infiltrano nel Paese. Tuttavia, lo Stato Islamico è stato capace di fare leva su coloro che hanno abbandonato i ranghi dei talebani e questo potrebbe rappresentare un notevole vantaggio. Negli ultimi mesi, le province che hanno visto aumentare il numero di scontri tra i due gruppi islamisti sono state Nangarhar, Helmand, Farah e Zabul. Stime sul numero reale delle vittime non sono tuttavia disponibili. L’aspetto principale sta nel fatto che il dominio talebano in afghanistan non è mai stato fino ad oggi minacciato così seriamente.

Oltretutto, ciò che i Talebani realmente temono sono episodi di diserzioni di massa e il successivo arruolamento tra i ranghi dello Stato Islamico, apparentemente capace di garantire stipendi migliori dei loro rivali afghani.La propaganda dello Stato Islamico rischia di essere ancora più efficace arrivando in un momento caratterizzato da forti conflitti interni nel movimento talebano, iniziati dopo la nomina del nuovo leader Mansour.

È evidente, quindi, non solo che anche l’Afghanistan non sia rimasto immune alla propaganda globale lanciata dallo Stato Islamico, ma anche che questa rischi di minare il tradizionale dominio dei talebani nel paese, inserendosi nelle fratture interne talebane e nel conflitto con l’autorità centrale, esattamente come accaduto in Siria. In un simile contesto, gli attacchi alle aree considerate critiche da un punto di vista economico non potranno che aumentare e, al contempo, gli scontri tra i due gruppi Islamisti andranno presumibilmente solo intensificandosi.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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