Adriano Olivetti: il ricordo di un’Italia migliore

01/11/2013 di Maria Pia Di Nonno

Adriano Olivetti, il pensiero

Adriano Olivetti – Ridateci l’Italia di Olivetti. E’ questo il titolo di un recente articolo di Antonio D’Orrico pubblicato l’11 ottobre 2013 su «Sette» del Corriere della Sera. Ma ridateci l’Italia di chi? Chi era questo Adriano Olivetti? Cosa sono questi libri, ristampati dalle Edizioni di Comunità, che si intravedono di tanto in tanto negli scaffali delle librerie? Da dove è saltata fuori l’idea di realizzare una fiction per ricordare un personaggio che nei libri di storia nemmeno viene menzionato?In realtà, è stata la profonda e vorace crisi che sta investendo il nostro Paese a far tornare di moda il pensiero di un uomo lungimirante, che aveva dedicato l’intera vita ad immaginare un modo, o meglio un mondo, che rispettasse a pieno la dignità umana. Voleva rendere tutto a misura d’uomo decentrando economia, politica ed istituzioni. Ma Adriano Olivetti era solo questo? Un imprenditore illuminato che parlava, in tempi non ancora sospetti, di responsabilità sociale d’impresa, di diritti dei lavoratori; ma che restava pur sempre un visionario?

Utopista pragmatico – Certamente Adriano era uno che guardava lontano, che era salito sulle spalle dei giganti, che aveva scorto il mondo nascosto aldilà della siepe. Ma non era tanto un utopista-visionario quanto piuttosto, come lo definì Ferruccio Parri, un «utopista pragmatico». L’ingegnere aveva degli ideali, ma anche un progetto concreto da realizzare. Se, infatti, si avesse un po’ di tempo per sfogliare il dizionario di filosofia di Abbagnano si troverebbero due definizioni di utopia. La prima è quella classica derivante dall’irreale isola di Utopia descritta da Tommaso Moro, la seconda è quella che ritiene che l’utopia possa anche diventare «una forza di trasformazione della realtà in atto, assumere abbastanza corpo e consistenza per trasformarsi in un’autentica volontà innovatrice e trovare i mezzi dell’innovazione». Ed è questa seconda definizione quella che rende meglio l’utopismo olivettiano. Purtroppo, oggi, si crede che pragmatismo sia un sinonimo di opportunismo. Ma così non è. Essere pragmatici vuol dire sì non perdere di vista la realtà in cui si è immersi, ma anche avere degli ideali di partenza a cui mirare e con cui misurarsi.

Adriano Olivetti
Una scena del film, prodotto dalla RAI, su Adriano Olivetti

Una vita unica – Di certo non si può definire un sognatore da quattro soldi un uomo la cui vita sembra un romanzo, piuttosto che una biografia. Antifascista senza ripensamenti, fautore dell’espatrio di Turati nel 1926, agente OSS (la vecchia CIA) con il numero 660, detenuto politico presso il carcere Regina Coeli con matricola 9876 durante il Governo Badoglio, principale coautore del risanamento del Borgo della Martella a Matera, artefice di un progetto di riforma delle autonomie locali predisposto assieme al giurista Massimo Severo Giannini, precursore dei temi di responsabilità sociale d’impresa, interlocutore fidato di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi sui temi del federalismo europeo, creatore di un partito politico innovativo il «Movimento Comunità», costituente ombra, difensore della cultura e del progresso.

L’illuminazione americana – Cosa portò l’ingegnere ad occuparsi non solo della sua fabbrica, ma anche della società in cui essa era inserita? Fu un viaggio che il giovane Adriano, a soli ventiquattro anni, fece in America, nel 1925. Era il 2 agosto e più si avvicinava alla Statua della Libertà e ai grandi grattacieli e più nel suo cuore iniziava a pulsare un orgoglioso pensiero: studiare il segreto della grande potenza industriale americana per poi trasporne il modello nel piccolo Canavese. Quel viaggio lo portò a fare una scoperta ancora più sensazionale: «Vedevo che ogni problema di fabbrica diventava un problema esterno e che solo chi avesse potuto coordinare i problemi interni a quelli esterni sarebbe riuscito a dare la soluzione corretta a tutte le cose». Adriano capì ben presto come la fabbrica non fosse affatto una cattedrale nel deserto, ma che istituzioni, cultura ed imprese erano in realtà strettamente legate fra di loro.

Le prime opere – Questa convinzione lo portò a scrivere fra il 1942 e il 1943, un dattiloscritto intitolato Riforma politica, riforma sociale, in cui ribadì la necessità di una riforma che fosse al contempo economica, sociale, politica, istituzionale e morale. Quindi, durante il breve periodo di esilio in Svizzera, si impegnò in un vero e proprio trattato di ingegneria costituzionale: l’Ordine Politico delle Comunità. Un testo che parlava di come rinnovare l’Italia, voluto dallo stesso Altiero Spinelli, tramite un sistema di democrazia integrata in federalismo integrato. Un libro che M. S. Giannini definì come «uno tra i libri più suggestivi apparsi nell’attuale dopoguerra», ma che, purtroppo, come puntualizzò Norberto Bobbio, era un «progetto illuministico di una mente illuminata ma privo di riferimenti ai soggetti politici cui rivolgersi per incarnarsi». Un testo di trecento pagine, e come fece notare lo Ernesto Rossi, di «difficile lettura». Pieno di idee, suggerimenti e speranze.

E se c’è ancora qualcuno in giro che crede che Adriano Olivetti fosse un ciarlatano, provasse a scrollarsi di dosso qualche pregiudizio e a visitare il primo edificio a “pan de verre” ad Ivrea, attualmente candidata a sito Unesco, oppure a fare una passeggiata a Pozzuoli ed ammirare quella fabbrica costruita in pieno rispetto della natura circostante e affacciata sul golfo, a ricercare le fotografie del negozio della Olivetti sulla Fifth Avenue di New York, a parlare con le spille d’oro – i dipendenti della Olivetti con 25 anni di servizio che ancora oggi continuano a tener viva la memoria del loro atipico datore di lavoro. È vero. L’Olivetti è fallita. Ma questo per l’insipienza dei politici e degli imprenditori del tempo, che pensarono bene di dar ascolto alle parole dell’allora presidente della Fiat, Vittorio Valletta: «l’Olivetti ha un solo neo da estirpare: la divisione elettronica». Neo che venne così venduto alla General Eletric, ma a caro prezzo. Perché quel giorno gli italiani vendettero anche il proprio futuro agli americani e smisero di sognare di grande.

 

 

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