Adriano I, alle origini dello Stato Pontificio

01/03/2014 di Davide Del Gusto

Papa Adriano I e Carlo Magno

L’ultimo ventennio dell’VIII secolo fu teatro di una svolta che cambiò sensibilmente l’idea del potere in Europa, quando la mappa del continente subì dei sostanziali cambiamenti che avrebbero influenzato enormemente il corso degli eventi futuri fino ai nostri giorni. Lo scacchiere geopolitico europeo vide infatti consolidarsi e avanzare l’egemonia dell’unica vera potenza di quel tempo, il Regnum Francorum. Alcuni dei regni sorti nei secoli precedenti sarebbero stati presto inglobati sotto un’unica corona che avrebbe costituito la base e il cuore del futuro Impero Carolingio. Ma in questa partita decisiva c’è da considerare un fattore di fondamentale importanza: il determinante atteggiamento del papato nelle singole questioni locali ed europee.

Tradizionalmente Adriano I risulta essere stato un pontefice politicamente debole, finito sin da subito nel vortice dei rapporti tra la Sede Apostolica e i poteri laici. Romano di nascita, dopo una breve parentesi nell’amministrazione dell’Urbe come notario regionario, divenne suddiacono e intraprese la carriera ecclesiastica. Già all’indomani della sua elezione a vescovo di Roma nel 772 iniziò ad avere i primi seri problemi, dovendosi destreggiare nella calda politica delle fazioni romane. La città era infatti dilaniata dalle lotte intestine tra i sostenitori del potere longobardo, sempre più egemone nella penisola italica, e quelli ancorati alla corrente filogreca che, però, cominciava a perdere linfa e appoggio dalla sempre più lontana Costantinopoli. In un mosaico mediterraneo ed europeo sempre più composito il papa rischiò seriamente di divenire un elemento molto debole.

Adriano accoglie Carlo al di fuori delle mura di Roma
Adriano I accoglie Carlo al di fuori delle mura di Roma

Adriano, percepito inizialmente come vicino ai Longobardi, cattolici già da un secolo, vide con preoccupazione l’affermarsi del loro capo fazione, Paolo Afiarta: per cercare di mantenere l’ordine in città, lo fece allontanare con il pretesto di una missione diplomatica presso Desiderio, il potente re longobardo, e si mise personalmente a capo di un’inchiesta sui tumulti. Ma, essendo ancora in contatto con Ravenna, con la speranza di ridare pace a Roma isolandola in qualche modo dal mondo esterno, Adriano fece incarcerare Afiarta e due suoi sicari. La mossa fu evidentemente ben giocata, considerando lo spegnimento immediato della componente filolongobarda nella stessa corte del Laterano: il progetto del papa iniziò a configurarsi principalmente come quello di riaffermare l’autorità del suo potere temporale. Le sue scelte possono essere comprese se si guarda all’azione dello stesso Desiderio che, avente come centro propulsore Pavia e l’Italia settentrionale, ottenne un certo rispetto anche dai due ducati meridionali, Spoleto e Benevento, longobardi anch’essi ma da sempre relativamente autonomi rispetto al regno del Nord. Il suo obiettivo fu quello di consolidare il suo potere nella Penisola, cercando, per la prima volta dalla caduta dell’Impero d’Occidente, di unificarla sotto un’unica corona. Ma Oltralpe cominciava pericolosamente ad estendersi l’ombra di un gigante: Carlo Magno.

Roma si ritrovò quindi nel mezzo di uno scontro di natura propriamente germanica. Desiderio sperava di ottenere da Adriano l’unzione degli orfani di Carlomanno, fratello di Carlo, che avevano chiesto la protezione allo stesso re longobardo: a Pavia si cominciava a temere l’unificazione dei domini franchi sotto un unico potente sovrano; l’amicizia con Roma avrebbe potuto essere la chiave di volta per la conservazione e l’espansione del regno longobardo. Agli ambasciatori di Desiderio, però, Adriano presentò un conto particolarmente oneroso richiedendo l’effettiva cessione a Roma di tutti i territori di dipendenza longobarda che erano stati promessi a papa Stefano II nel 757.

Carlo Magno, Adriano I
Carlo Magno conferma ad Adriano le donazioni territoriali

La risposta di Pavia fu senz’altro dura: Ravenna e la Pentapoli vennero invase dalle truppe di Desiderio e fu sempre più remota la possibilità di una pace. Inserito così in una dinamica europea di vasta scala, Adriano fino all’ultimo cercò di non far intervenire Carlo a sud delle Alpi; all’inizio del 773, però, da Roma partì una missiva per Thionville, ove il re franco svernava con i suoi armati: il papa invocò la calata in Italia del “Rex Francorum et Patricius Romanorum”, riconoscendo a Carlo con questo titolo una certa autorità anche sull’Urbe. Lo stesso Liber Pontificalis, la raccolta delle biografie dei primi pontefici, sottolinea che Adriano si mosse “necessitate compulsus” e non perché fosse la sua effettiva volontà. Ciò che è indubbio è che Carlo non esitò un istante: sceso in Italia nello stesso anno, costrinse Desiderio a ritirare il suo esercito dalle campagne romane e a riportarlo velocemente nei pressi di Pavia per poter difendere il suo regno: nell’ottica germanica, la discesa di Carlo venne vista come l’invasione dello spazio legittimo di un altro popolo, soprattutto considerando che, al seguito dell’esercito franco, scesero nella Pianura Padana migliaia di persone non armate, che, nei piani del re, avrebbero dovuto insediarsi nel regno longobardo sconfitto e, quindi, rientrare per ragioni etnico-politiche sotto la giurisdizione dei Franchi.

Adriano ebbe i primi positivi effetti della sua presa di posizione già da subito: nonostante l’appello alla difesa del regno da parte di Desiderio, i maggiorenti di Spoleto e della Sabina preferirono prestare atto di fedeltà a San Pietro guidati dal loro dux Ildeprando. In questo modo, il pontefice si assicurò un certo potere su un vasto territorio dell’Italia centrale, mantenendo di fatto l’autonomia della Sede Apostolica.

 Adriano incorona Ludovico il Pio re d'Aquitania.
Adriano I incorona Ludovico il Pio re d’Aquitania.

Nel 774, sconfitto Desiderio, Carlo decise di scendere a Roma per stabilire con il papa la sua autorità su tutti i territori appartenuti ai Longobardi, divenendo di fatto egemone anche nella penisola italica. Il 6 aprile, dopo brevi trattative, rilasciò ad Adriano una Promissio donationis, con cui consegnava a San Pietro le Venezie, l’Istria, l’Esarcato di Ravenna, la Pentapoli, i ducati di Spoleto e Benevento, la Corsica e tutta la parte meridionale dei territori longobardi padani. Il prezzo di questa donazione fu altrettanto alto: Carlo richiese al papa l’unione dell’eredità di Carlomanno con i suoi domini, estromettendo quindi totalmente i nipoti, nonché il titolo di Rex Langobardorum, ponendosi così a capo di tutti i popoli sottomessi in un’unione territoriale sancita e benedetta dal papa. Abbiamo, però, una lettera del 778 in cui il pontefice, facendo riferimento esplicito a Costantino e alle sue elargizioni a Silvestro I, richiedeva a Carlo di essere particolarmente munifico nei confronti della Chiesa di Roma, tanto quanto il suo illustre predecessore. Nel 781, a rinverdire i rapporti tra Roma e i Franchi, Adriano unse i figli di Carlo: Pipino divenne re d’Italia e Ludovico re d’Aquitania. Successivamente, nel 787, con una nuova donatio, Adriano vide però perdere definitivamente il privilegio su Benevento, sulla Tuscia e su Spoleto: il potere temporale dei papi, escludendo alcune piccole aree (tra cui quella, importante strategicamente, del corridoio appenninico tra il Lazio e la Pentapoli), rimase sostanzialmente invariato rispetto ai tempi di Stefano II.

Da questo momento in poi Adriano sembra essere stato in balia delle scelte politiche di Carlo, in un rapporto di forza quanto mai sbilanciato, che si palesò in particolare nella disputa del 787 tra il re franco e suo cugino Tassilone III di Baviera: dopo aver mediato la pace tra i due e non vedendo arrivare il giusto compenso promessogli dal bavaro, il papa minacciò di scomunicare il duca con tutto il suo popolo se non si fosse sottomesso a Carlo, utilizzando lo strumento dell’anatema per scopi sostanzialmente politici.

Adriano morì il giorno di Natale del 795, dopo un lungo pontificato contrassegnato da eventi e singole scelte che, per quanto riguarda l’Italia, avrebbero mostrato i loro effetti per molti secoli a venire: spezzando di fatto territorialmente a metà la Penisola, il Papato da allora cominciò ad essere considerato un fondamentale interlocutore della politica locale ed europea e, anche in conseguenza di ciò, la mancata unificazione dell’Italia da parte dei Longobardi non avrebbe avuto epigoni se non nel XIX secolo.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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