ADHD: l’over-diagnosi conta più della cura

13/07/2014 di Pasquale Cacciatore

ADHD

Forse perché ultimamente, oltreoceano, si è tornati a parlare intensamente dell’argomento, forse perché anche nel nostro Paese psicologi e neurologi hanno iniziato a porsi qualche domanda; il fatto è che le discussioni relative all’over-diagnosi della sindrome da deficit d’attenzione ed iperattività sono oggi numerosissime.

La patologia, conosciuta particolarmente con l’acronimo ADHD (Attention Deficit & Hyperactivity Disorder) rientra tra le sindromi psichiatriche correlate all’attenzione ed al comportamento; caratterizzata dalle vaghe classificazioni e dalla spesso vasta sintomatologia, l’ADHD comporta per chi ne soffre eccessiva iperattività, facile distrazione, difficoltà nella concentrazione, gesti di impulsività comportamentale, con un elenco di manifestazioni sintomatiche divenuto davvero lunghissimo anche nei più rigidi manuali.

Identificata da tempo, ma inserita nella bibbia ufficiale della patologia mentale (il DSM americano) solo a cavallo tra anni ’50 ed anni ’60, la sindrome da deficit d’attenzione ed iperattività è stata nel corso dei decenni oggetto di critica riguardo la sua sintomatologia, la sua terapia, e finanche la sua effettiva esistenza; come buona parte delle patologie dall’incerta patogenesi (psichiatriche in primis), tanto più se “recenti” nella loro definizione, l’ADHD ancora oggi divide il mondo scientifico.

ADHD
Fonte: Center for desease control and prevention

Un’epidemia? Il problema principale relativo a tale patologia deriva, essenzialmente, dall’età dei pazienti che essa riguarda: principalmente si tratta di bambini in età pre-scolare e scolare. Ovvero, individui in cui – per le caratteristiche intrinseche dell’età – è estremamente difficile riuscire a tracciare un confine preciso fra comportamento “sano” e comportamento “patologico” (e quindi, tipicamente sindromico). Un problema enorme, perché ad esso s’aggiunge la discussione circa la necessità o meno di rispondere alla diagnosi con la terapia farmacologica, scelta delicata sempre per l’età dei pazienti (e che offre la possibilità di discutere ancora una volta del potere economico della lobby del farmaco, argomento così caro ai complottisti della (pseudo) informazione medica).

Nel corso dell’ultimo decennio, i tassi di diagnosi della patologia, soprattutto negli Stati Uniti, sono cresciuti: se prima degli anni ’90 in suolo americano meno del 5 per cento dei bambini in età scolare ricevevano diagnosi, solo lo scorso anno tale numero era cresciuto fino a coinvolgere quasi il 12 per cento della popolazione scolare – senza tener, quindi, conto, delle prime diagnosi in età adulta -. Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, addirittura, moltissimi pazienti si ritrovarono a corto di tarmaci (soprattutto i generici a basso dosaggio) proprio perché la domanda farmaceutica per ADHD aveva superato l’offerta.

È per questo motivo che dati e numeri hanno fatto crescere la preoccupazione su quella che, nel suo insieme più generale, può apparire come una vera e propria epidemia, sospettosa ed anomala proprio perché, all’apparenza, “artificialmente” creata. Ma, scavando sotto la coltre di numeri, si scopre che forse i timori sono esagerati.

Solo molta attenzione in più. Se è vero, infatti, che negli anni è cresciuto il numero di diagnosi di ADHD, lo stesso si può dire anche per altre patologie infantili, tra cui principalmente autismo, depressione e disturbi d’ansia (addirittura con un +11% negli USA). Insomma, il problema non sarebbe nell’ambiente moderno, generatore del setting in cui si sviluppa un disturbo come l’ADHD, bensì proprio nella maggior cultura della diagnosi fra psichiatri, neurologi, pediatri e medici generali, a cui si deve certamente aggiungere il contributo di screening giovanili, come già accade in molti dei Paesi in cui il tasso di tale patologia è cresciuto esponenzialmente nell’ultimo decennio.

A ciò, poi, si aggiunge l’incapacità di assistenza a quelli che un tempo sarebbero stati “classificati” (e gestiti) semplicemente come bambini iperattivi/distratti/ansiosi, per cui la diagnosi di ADHD diventa uno strumento a garanzia di supporto. Basti pensare al nostro Paese (che come altri ha vissuto e vive la crescita delle diagnosi di ADHD), dove la certificazione del piccolo paziente (legge 104) come affetto da tale patologia può attestare la disabilità, o rientrare nei BES (bisogni educativi speciali), elementi che possono garantire il supporto statale di un insegnante di sostegno.

Insomma, una over-diagnosi che in alcuni casi è solo il frutto dell’incapacità di rispondere alle esigenze di formazione di bambini apparentemente “più problematici”, causata da vecchi modelli di istruzione nelle scuole di scienze della formazione primaria che andrebbero rivisitati.

È il momento di agire. Ripensare le diagnosi affrettate e garantire forme di assistenza (educativa e psicologica) ai tanti bambini oggi classificati come affetti da ADHD deve essere quindi oggi un obbligo morale e deontologico, proprio perché le conseguenze dell’over-diagnosi finiscono per cadere sui soggetti più vulnerabili, per l’appunto i giovani pazienti. Il rifiuto di medicalizzazione della giovane esistenza di tali individui non può che comportare una comprensione più ampia della gestione di dati, test diagnostici e trattamenti farmacologici, cercando quindi di rispondere solo alle esigenze effettivamente “patologiche”; insomma, l’esplosione dell’ “epidemia di ADHD” oggi è causata da fattori sociologici più che biologici, in primis l’evoluzione degli standard educativi e delle aspettative differenti che i bambini coltivano nei confronti della realtà. Stare al passo con i tempi vuol dire evolversi anche nella gestione di queste nuove situazioni; compito arduo e faticoso, indubbiamente, ma fondamentale, per non precipitare nella spirale di patologizzazione che può facilmente condurre verso un sentiero di cui non conosciamo la fine.

The following two tabs change content below.

Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
blog comments powered by Disqus