ADHD – Disturbo o retaggio dell’evoluzione?

09/11/2014 di Pasquale Cacciatore

Con i crescenti tassi di diagnosi nel corso degli ultimi anni, la ADHD (o, meglio, il ADHD, disturbo di iperattività e deficit d’attenzione) è diventata pane quotidiano per moltissimi neuropsichiatri infantili, pediatri, operatori scolastici ed, ovviamente, genitori in ansia nel timore che il proprio figlio sia “affetto” da una patologia

ADHD

Oggi il ADHD è il disturbo psichiatrico più diffuso fra i bambini negli Stati Uniti, con percentuali di prevalenza che ruotano attorno al 10%. Di pari passo con la numerosissima letteratura che nel corso del tempo si è soffermata sullo studio eziopatogenetico e prettamente patologico del disturbo, però, si è sviluppato anche il pensiero di chi vede nell’over-diagnosi di tale condizione un vero e proprio errore medico, poiché il ADHD potrebbe non esser altro che un gran vantaggio evolutivo che alcuni bambini hanno ereditato/sviluppato.

Sono le ultime ricerche neuroscientifiche a dimostrare che i bambini con ADHD sono continuamente alla ricerca della “novità”, con circuiti di ricompensa cerebrali continuamente desiderosi di esser saziati, fino a ritrovarsi insoddisfatti da una vita quotidiana troppo routinaria e poco stimolante. Così, per compensare, questi bambini si ritrovano costretti a trascinarsi in continue esperienze entusiasmanti, manifestando impazienza e impulsività nei confronti degli schemi che il mondo pone loro attorno. Insomma, le persone con ADHD potrebbero benissimo essere considerati individui incapaci di adeguarsi agli standard della cultura contemporanea, piuttosto che “malati”.

Dinanzi agli occhi dei genitori, dei pediatri e dei neuropsichiatri, i bambini con ADHD manifestano essenzialmente problemi di mancanza d’attenzione e comportamento impulsivo; tuttavia, il vero problema può essere legato al mondo circostante che non è troppo interessante. Diversi psichiatri nel tempo hanno descritto bambini incapaci di focalizzarsi su compiti specifici, ma particolarmente concentrati in attività che suscitavano in loro un grande interesse (le arti, ad esempio).

Tutto ruota, come detto, attorno ai circuiti del reward cerebrali, dove un neurotrasmettitore fondamentale, la dopamina, modula il senso del piacere e della soddisfazione (un esame ben fatto, il ricevere la paga mensile, l’attività sportiva, e così via). Tuttavia la variabilità interindividuale è talmente vasta che non è possibile pensare che i meccanismi di reward funzionino allo stesso modo fra le persone. Studi di neuroimaging condotti su persone a cui era stato diagnosticato il ADHD hanno dimostrato che esse avevano meno recettori D2 e D3 di dopamina nei circuiti sopra citati, e tale problema risultava presente anche nei bambini. In questo modo attività interessanti per individui “normali” con un adeguato numero di recettori appaiono in questi “pazienti” poco interessanti e noiose. (Su tali considerazioni eziopatogenetiche si fonda, inoltre, buona parte della terapia farmacologica per ADHD).

Si pensi adesso all’evoluzione dell’uomo moderno, diventato sedentario come agricoltore “solo” 10 000 anni fa. In quel frangente si passò da uno stile di vita che necessitava continuo adattamento e risposta a pericoli improvvisi ad un contesto standardizzato, routinario, dove quelle qualità che avrebbero reso una persona con ADHD un perfetto uomo paleolitico non erano più necessarie. Uno studio moderno sembra confermare questa ipotesi; condotto su due tribù in Kenya denominate Ariaal, separatesi in due luoghi differenti e differenziatesi tra cacciatori nomadi e agricoltori sedentari, lo studio si è focalizzato sull’analisi genetica di una mutazione per i recettori della dopamina (che, come in ADHD, rendeva meno sensibili i meccanismi del reward). Gli individui africani con tale mutazione erano avvantaggiati nella tribù nomade e svantaggiati in quella sedentaria, ed il contrario avveniva per chi invece non aveva la mutazione.

Trasponendo tutti ai giorni nostri, però, ci si potrebbe chiedere perché oggi assistiamo ad un vero e proprio boom di diagnosi: giocano sicuramente un ruolo le multinazionali farmaceutiche, il maggior carico di attività scolari dei bambini e – secondo alcune evidenze di neuropsichiatri – forse il contrasto enorme che si sta creando tra l’ambiente scolastico “tradizionale” ed il mondo digitalizzato estremamente stimolante, in cui i bambini trascorrono oggi gran parte del loro tempo. A differenza del mondo virtuale, dove si può trovare soddisfazione nel giro di secondi, ambienti come quelli scolastici a cui i bambini sono costretti per molti anni possono apparire soffocanti e noiosi, spingendo così alla manifestazione di tutti quei disturbi che portano poi alla diagnosi di ADHD.

E, quasi a conferma, il tasso di prevalenza fra gli adulti nei Paesi occidentali è rimasto invariato attorno al 3-5% negli anni, il che vuol dire che gran parte dei bambini “affetti” guariscono nel tempo. Perché? Forse l’ambiente maturo offre più libertà di scelta all’individuo “impulsivo”. Ma qualcosa sembra avvenire anche a livello organico: risonanze magnetiche di individui colpiti da ADHD nell’infanzia ma privi della patologia in età adulta hanno ultimamente dimostrato una “risoluzione” del pattern caotico di interconnessione fra alcune specifiche aree cerebrali.

Insomma, la gestione delle diagnosi di ADHD nei prossimi anni dovrà necessariamente tenere presente tutte queste considerazioni, per affrontare al meglio il decorso di una patologia la cui stessa definizione sembra in divenire. Nel frattempo, il risultato di questi studi potrebbe essere utilizzato per approcciarsi al meglio ai bambini oggi diagnosticati con tale disturbo, con progetti formativi che partano dagli ambienti più comuni (la scuola, in primis) ed evitano quella iper-medicalizzazione della curiosità e dell’energia verso cui tristemente sembriamo dirigerci.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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